Si celebra il 2 dicembre, in quanto il 2 dicembre del 1949 veniva approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, la Convenzione per la repressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione.
Oggi penso sia possibile estendere il concetto di "schiavitù" a varie forme di plagio, detenzione e violenza come ad esempio: la tratta di esseri umani, schiavitù minorile, lavorativa, sessuale e monetaria (qualora si costringa qualcuno a lavorare per estinguere un debito).
E' bene ricordare che ogni forma di schiavitù sopracitata è un reato quindi un atto punibile al quale corrisponde una pena, inoltre la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che la schiavitù è un crimine contro l'umanità sancendo, quindi, la libertà di ogni essere umano di pensiero, di scelta e di vita.
Da sottolineare è l'importanza della dignità di ogni singola persona, ed è bene ricordare come sotto queste forme di schiavitù vi sia un business e che, la vita di ciascuno di noi, non è un valore monetario, ma un valore a prescindere da qualsiasi cosa e che, come tale, va rispettato e non violato.
Per questi motivi, è bene che si riscoprano i valori dell'uguaglianza sociale, della solidarietà, del rispetto di ciascun individuo e di quanto sia sbagliata la violenza (in ogni sua forma).
Come sempre è bene lasciare qualche numero che renda l'idea della concretezza del fenomeno: secondo i dati forniti dall'ONU 27 milioni di persone sarebbero ridotte in schiavitù, a parer mio, questo, è un dato allarmante.
Concludo questo mio articolo con le parole del segretario-Generale Onu Ban Ki-moon, in un discorso del 2009:
«Per lotta contro la schiavitù non si intende soltanto la sua proibizione dietta dalla legge, ma anche la lotta contro la povertà, l'analfabetismo, le disparità economiche e sociali, la discriminazione di genere e la violenza contro donne e bambini. Abbiamo bisogno di far rispettare le leggi contro la schiavitù, creare meccanismi di lotta contro tali pratiche; rafforzare bilaterali, regionali e internazionali di cooperazione, anche con le organizzazioni non governative che assistono le vittime, e di lanciare campagne di sensibilizzazione»
Chiara
Benarrivati sul mio blog. Questo spazio è dedicato alla mia versione del lavoro e del servizio sociale.
Credo che pensare socialmente sia un buon modo per accorgersi del mondo che ci circonda.
domenica 2 dicembre 2012
1° dicembre - giornata mondiale per la lotta all'AIDS
Voglio iniziare questo articolo riprendendo le parole che ieri, 1° dicembre, sono state dette da Rosaria Iardino, Presidente Donne in Rete durante la celebrazione della giornata mondiale contro la lotta all'AIDS: «Un malato di AIDS in Italia costa 11.734 euro all’anno, lui, il preservativo, solo un euro».
E proseguo con le parole del Prof. Mauro Moroni, Presidente dell'Anlaids Lombardia, che ha detto: «Ogni anno in Italia oltre 4.000 persone si contagiano, sono persone di tutti i tipi, eterosessuali e omosessuali, professionisti o operai, italiani e stranieri. Un terzo in Lombardia e di questo terzo la metà a Milano dai 13 ai 14 anni fino a oltre 70 anni; non c'è nessuna immunità con l'età, se si hanno rapporti a rischio».
In Italia ci sono 160 mila sieropositivi, con quattromila infezioni all'anno, nell'80 per cento dei casi trasmesse per via sessuale. Circa l'80 per cento delle donne ha contratto il virus con un rapporto non protetto.
Per riflettere e rendere consapevoli diverse sono state le iniziative a favore di questa giornata in diversi ambiti: dalla moda allo spettacolo, dalle scuole fino al campionato di calcio, le partite di serie A inizieranno, infatti, con un messaggio audio video per combattere questa malattia e sensibilizzare la collettività.
Trovo anche importante segnalare il numero del Telefono Verde messo a disposizione dal Ministero della salute, 800.861.061 ed è attivo dalle ore 10.00 alle ore 18.00. Chiamando questo numero l'équipe, attraverso un'attività di counseling informerà ed offrirà consulenza anche legale a chi ne avesse bisogno.
Fatte queste premesse è necessario e doveroso, per me, ricordare che l'AIDS è sì una malattia che può essere combattuta con la prevenzione e la ricerca, ma che si parla di pazienti, di persone che ogni giorno convivono con questa patologia.
Non vanno discriminate, non vanno escluse e non vanno emarginate.
Vanno sostenute, aiutate, seguite, i servizi devono essere competenti affinchè i professionisti del settore siano in grado di accompagnare i pazienti e le loro famiglie nel loro percorso di vita.
Prevenzione, attenzione, aiuto e solidarietà le parole chiave.
In chiusura, lascio il rapporto del COA (Centro Operativo Aids) cliccando su questo link
Chiara
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mercoledì 28 novembre 2012
"Ora che ho mangiato...sono felice"
E di fronte a queste parole, che dire d'altro?
"No, perchè sai, quando hai fame e mangi, poi sei soddisfatto" mi dice in un italiano sdentato, toccandosi la pancia che poc'anzi ha potuto riempire.
"Ohhh ma lo credo!" e gli sorrido, sperando che prosegua nel suo discorso, interessante senz'altro.
"Perchè se non mangi, non stai bene, se mangi poi è tutto a posto!" ed ora è lui a sorridere.
"Ma ti credo U., ti credo, lo so bene! Hai visto che, anche io, appena arrivata, ho mangiato...quindi posso capire ciò che dici! Persino Maslow ti darebbe ragione!" mi lascio andare e lui non capisce e non voglio neanche che capisca, è un momento tutto mio con quel ragazzo dalla pelle che mi ricorda il cioccolato al latte.
La discussione scema quando anche altri decidono che, nel corridoio che separa il refettorio dall'entrata, possono intrattenersi con noi. E certamente possono.
Pare un momento di pura normalità, e normale lo è.
Al dormitorio pubblico, ma tutto è normale. Sembriamo persone che si sono incontrate, per caso, in mezzo alla strada, ed amabilmente conversano. Certo la lingua a volte è la nostra difficoltà, ma fra una risata per una parola italiana troppo difficile ed un incoraggiamento: «Say in english!"» una bella mezz'ora l'abbiamo trascorsa normalmente, dimenticando - forse - le difficoltà della vita.
La fame, che se messa a tacere "ti rende felice";
Il freddo, che se placato "evita che io abbia la voce nasale";
La casa, che non è tua, che non è mia, è di tutti. "A volte non sto bene qui";
La compagnia, è variegata ed eterogenea e, forzata. "Chiara guardati attorno, quando ci sei tu noi sorridiamo!";
La famiglia, lontana, "Hai visto mia figlia? Ho la fotografia qui!";
Il lavoro, che non c'è "ma spero arrivi qualcosa";
Ed ora che ho mangiato sono felice!
Chiara
"No, perchè sai, quando hai fame e mangi, poi sei soddisfatto" mi dice in un italiano sdentato, toccandosi la pancia che poc'anzi ha potuto riempire.
"Ohhh ma lo credo!" e gli sorrido, sperando che prosegua nel suo discorso, interessante senz'altro.
"Perchè se non mangi, non stai bene, se mangi poi è tutto a posto!" ed ora è lui a sorridere.
"Ma ti credo U., ti credo, lo so bene! Hai visto che, anche io, appena arrivata, ho mangiato...quindi posso capire ciò che dici! Persino Maslow ti darebbe ragione!" mi lascio andare e lui non capisce e non voglio neanche che capisca, è un momento tutto mio con quel ragazzo dalla pelle che mi ricorda il cioccolato al latte.
La discussione scema quando anche altri decidono che, nel corridoio che separa il refettorio dall'entrata, possono intrattenersi con noi. E certamente possono.
Pare un momento di pura normalità, e normale lo è.
Al dormitorio pubblico, ma tutto è normale. Sembriamo persone che si sono incontrate, per caso, in mezzo alla strada, ed amabilmente conversano. Certo la lingua a volte è la nostra difficoltà, ma fra una risata per una parola italiana troppo difficile ed un incoraggiamento: «Say in english!"» una bella mezz'ora l'abbiamo trascorsa normalmente, dimenticando - forse - le difficoltà della vita.
La fame, che se messa a tacere "ti rende felice";
Il freddo, che se placato "evita che io abbia la voce nasale";
La casa, che non è tua, che non è mia, è di tutti. "A volte non sto bene qui";
La compagnia, è variegata ed eterogenea e, forzata. "Chiara guardati attorno, quando ci sei tu noi sorridiamo!";
La famiglia, lontana, "Hai visto mia figlia? Ho la fotografia qui!";
Il lavoro, che non c'è "ma spero arrivi qualcosa";
Ed ora che ho mangiato sono felice!
Chiara
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domenica 25 novembre 2012
"L'amore è un'altra cosa", giornata contro la violenza sulle donne.
E' Arisa a cantare "L'amore è un'altra cosa" e mi perdonerà se, per l'incipit di questo articolo, le rubo le parole.
Sì, l'amore è un'altra cosa, non è violenza, non è omicidio, non è ricatto, non è dolore, non sono prese in giro. L'amore è un sentimento puro e piacevole che non deve essere confuso con le minacce o con le violenze, in tutte le forme possibili.
Il dato: 115 (donne) vittime dal gennaio 2012
Queste donne avevano un nome, avevano un lavoro, avevano una famiglia, avevano dei figli, avevano dei parenti, avevano una dignità ed avevano, soprattutto, la vita. Il diritto di vivere.
Per i più disparati motivi hanno perso quel diritto ed hanno guadagnato il ricordo dei famigliari, che lottano per avere giustizia.
Dopo tutto quello che sta accadendo nel mondo in questo periodo, trovo difficile dire "stop alla violenza" (violenza sulle donne, nei confronti dei bambini e di qualsiasi essere umano ed animale), lo trovo difficile perchè lo ritengo sempre più utopistico, ma non per questo smetterò di invocare l'uso della parola anziché delle "armi" per risolvere qualsiasi tipo di conflitto.
Credo, però, che accanto allo slogan "stop alla violenza" debbano esserci tutti gli strumenti che le vittime di soprusi e violenza devono utilizzare qualora si trovino nelle condizioni, appunto, di vittime.
- Il coraggio e la forza di uscire dalla situazione di violenza
- Denunciare alle Forze dell' Ordine che hanno l'obbligo di ascoltare ed accogliere le denunce di tutti coloro che sentono il bisogno di segnalare una violenza;
- I Servizi Sociali che sono predisposti al fine di accogliere, ascoltare, indirizzare e sostenere chi si trova in una condizione di difficoltà (vanno segnalati i consultori famigliari, le case per le donne ed i centri anti violenza)
- Il medico di base il quale può offrire le cure necessarie e soprattutto essere il tramite per contattare il Servizio Sociale e far parte della rete
- Se si è in possesso, l'Avvocato di famiglia che può offrire una consulenza alla vittima, specificare se il comportamento perpetrato è reato, oppure legale, ed anche in questo caso, collaborare con i Servizi Sociali.
- La Rete Nazionale Antiviolenza ed il numero telefonico 1522 attivo 24 ore su 24 multilingue, in grado anche di fornire una consulenza specialistica.
- La rete famigliare ed amicale per non sentirsi sole ed affrontare con un sostegno in più, una situazione delicata e difficile
Non mancano i servizi, non mancano le modalità attraverso le quali le vittime possano agire per potersi difendere e soprattutto porre fine a quella situazione.
115 è un numero molto alto, che auspico, con l'anno nuovo diminuisca. Non si possono colpire fisicamente e psicologicamente le donne in quanto donne.
Stop alla violenza di genere, sì al confronto ed alle differenze. Un motivo per il quale non siamo tutti uguali ci sarà, oppure no?
In conclusione lascio il documento redatto dall'Ordine degli Assistenti Sociali per la giornata contro la violenza sulle donne, storie di vita.
In conclusione lascio il documento redatto dall'Ordine degli Assistenti Sociali per la giornata contro la violenza sulle donne, storie di vita.
Chiara
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domenica 11 novembre 2012
Una delle (tante) difficoltà della vita
Fare diverse esperienze permette di poter venire a contatto con realtà e situazioni, che, nella maggior parte dei casi, sono molto lontane da noi.
Questa io la chiamo "condivisione", lo chiamo "confronto" e "scambio". Sicuramente un arricchimento.
In questi giorni mi sono trovata a riflettere su quanto possa essere difficile e complicato non conoscere la lingua del paese nel quale si soggiorna, ed ancor peggio, non avere neanche la possibilità di esprimersi in seguito ad una malattia che è andata a ledere l'area del cervello adibita al linguaggio.
Ovvio è che oltre alla riflessione ed all'immaginazione non posso andare, poichè io vivo in Italia e conosco la mia lingua e soprattutto non ho alcun impedimento, sia nello scritto che nella lingua parlata.
Sono questi i casi in cui credo non si possa parlare di empatia, penso sia solo possibile avere tanta pazienza ed accogliere nella maniera più dolce ed educata possibile chi non è in grado di avere una relazione verbale con noi.
Mi sono posta diverse domande:
- come può stare questa persona che, con gli occhi, mi trasmette tutto quello che può ed io, con gli occhi e la mia lingua, tento di spiegargli che non riesco in nessun modo a comprenderlo?
- il mio approccio è quello corretto?
- cosa è possibile fare per questa persona, quando anche la presenza di un mediatore è risultata fallimentare?
- quando anche i simboli non vengono in aiuto, perchè i "codici" utilizzati sono diversi e non è possibile nè conferma nè smentita, cosa si può fare?
- cosa passa per la testa di questa persona che è immersa nel nostro mondo ma, ne è uno spettatore non pagante?
- quando cerca di essere parte attiva di una conversazione, ed è evidente che sta imitando i nostri gesti e la nostra mimica, come si sente? Ed io, che lo rendo partecipe, faccio bene?
Come sempre ho tante domande che derivano dalle mie esperienze professionali e non ho mai risposte. Cerco il confronto con chi ne abbia voglia.
Mi pongo domande perchè chi lavora con e per le persone non può non interrogarsi, cerco il confronto perchè credo sia una strategia utile e produttiva.
Chiara
Questa io la chiamo "condivisione", lo chiamo "confronto" e "scambio". Sicuramente un arricchimento.
In questi giorni mi sono trovata a riflettere su quanto possa essere difficile e complicato non conoscere la lingua del paese nel quale si soggiorna, ed ancor peggio, non avere neanche la possibilità di esprimersi in seguito ad una malattia che è andata a ledere l'area del cervello adibita al linguaggio.
Ovvio è che oltre alla riflessione ed all'immaginazione non posso andare, poichè io vivo in Italia e conosco la mia lingua e soprattutto non ho alcun impedimento, sia nello scritto che nella lingua parlata.
Sono questi i casi in cui credo non si possa parlare di empatia, penso sia solo possibile avere tanta pazienza ed accogliere nella maniera più dolce ed educata possibile chi non è in grado di avere una relazione verbale con noi.
Mi sono posta diverse domande:
- come può stare questa persona che, con gli occhi, mi trasmette tutto quello che può ed io, con gli occhi e la mia lingua, tento di spiegargli che non riesco in nessun modo a comprenderlo?
- il mio approccio è quello corretto?
- cosa è possibile fare per questa persona, quando anche la presenza di un mediatore è risultata fallimentare?
- quando anche i simboli non vengono in aiuto, perchè i "codici" utilizzati sono diversi e non è possibile nè conferma nè smentita, cosa si può fare?
- cosa passa per la testa di questa persona che è immersa nel nostro mondo ma, ne è uno spettatore non pagante?
- quando cerca di essere parte attiva di una conversazione, ed è evidente che sta imitando i nostri gesti e la nostra mimica, come si sente? Ed io, che lo rendo partecipe, faccio bene?
Come sempre ho tante domande che derivano dalle mie esperienze professionali e non ho mai risposte. Cerco il confronto con chi ne abbia voglia.
Mi pongo domande perchè chi lavora con e per le persone non può non interrogarsi, cerco il confronto perchè credo sia una strategia utile e produttiva.
Chiara
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sabato 3 novembre 2012
Interrogandosi...in sosta al semaforo, lungo un marciapiede
Quest'oggi in macchina sono passata in Corso Allamano, strada che collega Torino con Grugliasco.
Canticchiavo, che fare se non chiacchierare o parlottare?
Canticchiavo, fino a che al semaforo ho smesso di cantare per voltarmi verso il marciapiede destro. Mi aveva attirato un qualcosa di verde, con la coda dell'occhio non riuscivo a vedere bene.
Voltandomi ho capito cosa fosse: la borsetta di una ragazza.
In piedi, lungo questo marciapiede, vestita in maniera non poco appariscente.
Poco più in là un'altra ragazza che, in piedi, faceva le parole crociate - distrattamente -.
Ingenuamente ho chiesto "ma cosa ci fanno lì?", ovvio che sapevo il motivo per il quale sostavano lungo quel marciapiede, ma non riuscendo a darmi pace, non ho potuto far altro che chiedermi perchè fossero lì e non altrove, come tante ragazze (compresa me) a godersi un pomeriggio in tranquillità.
Non faceva freddo ma, quella sedia bianca da giardino, accanto ad una di loro, mi ha fatto pensare che la sua permanenza non fosse di un paio di ore. E la conferma è arrivata da lì a poco, quando mi è stato spiegato che, da anni, quella zona è il ritrovo usuale di ragazze che fin dal mattino presto, sono in attesa di...Di?
Io...non riesco a darmi una risposta.
Non riesco a spiegarmi cosa le spinga.
Non riesco a capire dove trovino la forza.
Non riesco a concepire che ragazze e donne debbano offrirsi (o vendersi).
"Dovrebbero andare via da lì", ho esclamato, quasi sentissi la necessità di portarle via da quel marciapiede. Certo, non devo escludere che ci sia chi lo fa come scelta di vita, e che quindi non avrebbe senso che arrivasse qualcuno a "salvarle", ma temo che quelle ragazze, così come altre che si incontrano sulla via che collega Rondissone a Chivasso, non siano lì ferme, con qualsiasi condizione meteorologica, a qualsiasi ora del giorno e della notte, per loro scelta.
Non giudico una condizione, non giudico una ragazza...mi interrogo sul "come" e sul "perchè".
Mi chiedo cosa si possa fare per evitare questo fenomeno?
Mi chiedo se sia cosa giusta cercare di evitare che tutto questo accada?
Mi chiedo, mi interrogo, mi pongo domande...e non trovo risposte.
L'unica mi speranza, quando è scattato il verde e la prima e poi la seconda mi hanno allontanata da quello scenario, è che tutte queste donne non debbano soffrire, sotto ogni punto di vista.
Chiara
Canticchiavo, che fare se non chiacchierare o parlottare?
Canticchiavo, fino a che al semaforo ho smesso di cantare per voltarmi verso il marciapiede destro. Mi aveva attirato un qualcosa di verde, con la coda dell'occhio non riuscivo a vedere bene.
Voltandomi ho capito cosa fosse: la borsetta di una ragazza.
In piedi, lungo questo marciapiede, vestita in maniera non poco appariscente.
Poco più in là un'altra ragazza che, in piedi, faceva le parole crociate - distrattamente -.
Ingenuamente ho chiesto "ma cosa ci fanno lì?", ovvio che sapevo il motivo per il quale sostavano lungo quel marciapiede, ma non riuscendo a darmi pace, non ho potuto far altro che chiedermi perchè fossero lì e non altrove, come tante ragazze (compresa me) a godersi un pomeriggio in tranquillità.
Non faceva freddo ma, quella sedia bianca da giardino, accanto ad una di loro, mi ha fatto pensare che la sua permanenza non fosse di un paio di ore. E la conferma è arrivata da lì a poco, quando mi è stato spiegato che, da anni, quella zona è il ritrovo usuale di ragazze che fin dal mattino presto, sono in attesa di...Di?
Io...non riesco a darmi una risposta.
Non riesco a spiegarmi cosa le spinga.
Non riesco a capire dove trovino la forza.
Non riesco a concepire che ragazze e donne debbano offrirsi (o vendersi).
"Dovrebbero andare via da lì", ho esclamato, quasi sentissi la necessità di portarle via da quel marciapiede. Certo, non devo escludere che ci sia chi lo fa come scelta di vita, e che quindi non avrebbe senso che arrivasse qualcuno a "salvarle", ma temo che quelle ragazze, così come altre che si incontrano sulla via che collega Rondissone a Chivasso, non siano lì ferme, con qualsiasi condizione meteorologica, a qualsiasi ora del giorno e della notte, per loro scelta.
Non giudico una condizione, non giudico una ragazza...mi interrogo sul "come" e sul "perchè".
Mi chiedo cosa si possa fare per evitare questo fenomeno?
Mi chiedo se sia cosa giusta cercare di evitare che tutto questo accada?
Mi chiedo, mi interrogo, mi pongo domande...e non trovo risposte.
L'unica mi speranza, quando è scattato il verde e la prima e poi la seconda mi hanno allontanata da quello scenario, è che tutte queste donne non debbano soffrire, sotto ogni punto di vista.
Chiara
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giovedì 1 novembre 2012
Presentazione del XXII dossier immigrazione Caritas / Migrantes
Anche quest’anno è stato presentato il dossier nazionale sull’immigrazione redatto da Caritas e Migrantes.
Il messaggio che il dossier statistico ha voluto divulgare è “Non solo numeri” in quanto dietro a questi ultimi, ossia i numeri, che come vedremo successivamente, sono in aumento, vi sono vicende personali, storie di vita e la dignità umana.
E’ oramai assodato che la migrazione sia un fenomeno sfaccettato e come sia impossibile conoscerlo appieno, poiché è in costante cambiamento (come ad esempio i paesi di provenienza ed arrivo, le modalità), ma questo non deve impedire di ricordare quanto sia importante conoscere chi emigra, le motivazioni e per questo motivo, non considerare l’immigrazione un avvenimento, esclusivamente, oggettivo.
Per questi motivi non è più possibile parlare di immigrazione come un’ “emergenza”, come un fatto sporadico, anzi le previsioni ed i dati confermano quanto sia un fenomeno destinato a proseguire, importante dunque non generalizzare qualora si voglia parlare di “migrazioni” e soprattutto non avere un atteggiamento mentale pre – giudizievole (ad esempio il 60% degli italiani non sposerebbe uno straniero). Al fine di evitare questo sarebbe auspicabile una grande forza sociale che promuova una realtà in grado di accogliere e di produrre cambiamenti, anche a livello legislativo.
Per poter comprendere meglio il fenomeno è bene dare uno sguardo ai dati che il 22° rapporto della Caritas Migrantes ha fornito:
• 214 milioni i migranti nel mondo
• 33 milioni in Europa (nel 2010)
• 5 milioni in Italia (nel 2011)
• Dal 1999, i migranti, sono aumentati di 10 volte
• 7, 4 miliardi di rimesse (somme di denaro inviate nei paesi di origine) nonostante la crisi mondiale
• 34117 richieste di asilo presentate in Italia
• 7155 richieste di asilo accolte in Italia
• 5 milioni di persone straniere regolarmente presenti in Italia di cui 1 su 7 nato in Italia (nel 2011 l’Istat ha affermato come sia positivo il saldo di nascite fra i migranti e negativo quello degli italiani)
• Circa 7700 presenze dei CIE
• Circa 8000 respinti
• Circa 16000 rimpatri
• Circa 21000 non ottemperanti
• Circa il 30 % delle presenze (In Italia) è di cittadini comunitari
• Circa il 24 % delle presenze (In Italia) è di cittadini non comunitari
• Circa il 22 % delle presenze (In Italia) è di origine Africana
• Circa il 18 % delle presenze (In Italia) è di origine Asiatica
• Circa l’8% delle presenze (In Italia) è di origine Americana
• 2,5 milioni sono gli occupati migranti presenti nel nostro paese (l’85 % è occupato nel settore dell’assistenza, il 33 % nel settore dell’edilizia ed il 10 % nel settore infermieristico)
• Tasso di disoccupazione è del 12 % a fronte del 8% italiano
• Il bilancio costi / benefici è di 1, 7 miliardi di euro
A fronte di questi numeri è bene porre in essere sia una riflessione personale che, a livello più esteso, sociale.
Va ribadita l’importanza del non discriminare, del non giudicare a priori e del non generalizzare e per questo motivo sarebbero utili iniziative di accoglienza e procedure di pari opportunità (vedesi il costo del permesso di soggiorno – circa 80€ - mentre la carta dì identità cartacea costa 5€), sarebbe auspicabile che venissero semplificate le procedure burocratiche, che ci fosse un recupero del sommerso (lavoro nero), che a livello politico ci fosse una programmazione adeguata dei flussi ed infine, che ci fosse un’apertura maggiore alla libertà di religione.
E’ importante ricordare, al termine di queste riflessioni, come l’Italia abbia un fragile sistema di accoglienza tant’è che il Tribunale di Stoccarda con sentenza del 12 luglio 2012 ha ritenuto «illegittimo rimandare in Italia un richiedente asilo, registrato inizialmente nel nostro paese, adducendo come motivazione il rischio di ricevere un “trattamento disumano e degradante”».
Siamo un popolo storicamente migrante, per questo motivo dovremmo ben comprendere l’importanza di un cambiamento a livello culturale che sia più inclusivo ed accogliente, senza dimenticare però le reciproche differenze che, stante quello che si potrebbe pensare, arricchiscono il nostro bagaglio culturale personale e ci permettono di confrontarci con quello definito “diverso”.
Chiara
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mercoledì 26 settembre 2012
...di una sbirciatina in una mia giornata
Apro gli occhi e non posso essere sicura di quello che mi potrebbe succedere nell'arco della mia giornata.
So che dovrò infilare delle chiavi in un due serrature incastonate in due cancelli verdi, girare una maniglia in sù chiudermela alle spalle e vedere che accadrà.
Vedere che accadrà ed esserci.
Una stretta di mano "ma è fredda" e sentirla scaldare contro una guancia calda;
Un "ciaoooo" festoso;
Un "buongiorno Chiara, ma che bella maglia indossi e che buon profumo e che bella che sei" e rispondere che "anche tu sei molto bella" strizzando l'occhio;
Poggiarmi al muro ed iniziare un discorso
...
"Oh, Cosa!"
"Non mi chiamo Cosa, come mi chiamo?"
"Chiara, sì lo sapevo, lo stavo per dire, Chiara!"
"Bene, brava, dimmi...volevi dirmi qualcosa?"
"Oggi è una giornata triste, non mi piace"
"Uhhh sì, è un pò grigia questa giornata, ma sai cosa facciamo noi? Pensiamo alle cose belle, eh, che dici?
"E tu Chiara a cosa pensi quando pensi alle cose belle?"
"Io...penso...al sole!"
"Il sole, vero, il sole è bello!"
"Vedi, penso anche alle coccole, alle caramelle, alle cose dolci e delicate!"
"Le coccole? Come quelle che ti fa la mamma quando sei piccola?"
"Sì, come quelle!"
"E tu sei stata nel passeggino, Chiara, eh Chiara?"
"Certo, che ci sono stata!"
"Ah ecco, ma il sole e giallo e tu oggi sugli occhi hai l'azzurro!"
"No, non è azzurro, è un rosa chiaro chiaro"
"Ti sta bene, Chiara, però non te lo metti negli occhi vero? Te lo metti dietro! Sopra!"
"Certo, vedi, ce l'ho qui sopra...sulle palpebre!"
"Ah ecco, lì dietro..."
"Si dice sulle palpebre, palpebre"
"Allora ti sta bene il rosa sulle palpebre"
"Grazie mille, fa sempre piacere un complimento"
.......
Uscire dalla porta spingendo forte, e chiudermi i due cancelli alle spalle, tornare a casa e fissare questi momenti. Sono attimi importanti, mai banali.
Il lavoro sociale non è mai banale.
Chiara
So che dovrò infilare delle chiavi in un due serrature incastonate in due cancelli verdi, girare una maniglia in sù chiudermela alle spalle e vedere che accadrà.
Vedere che accadrà ed esserci.
Una stretta di mano "ma è fredda" e sentirla scaldare contro una guancia calda;
Un "ciaoooo" festoso;
Un "buongiorno Chiara, ma che bella maglia indossi e che buon profumo e che bella che sei" e rispondere che "anche tu sei molto bella" strizzando l'occhio;
Poggiarmi al muro ed iniziare un discorso
...
"Oh, Cosa!"
"Non mi chiamo Cosa, come mi chiamo?"
"Chiara, sì lo sapevo, lo stavo per dire, Chiara!"
"Bene, brava, dimmi...volevi dirmi qualcosa?"
"Oggi è una giornata triste, non mi piace"
"Uhhh sì, è un pò grigia questa giornata, ma sai cosa facciamo noi? Pensiamo alle cose belle, eh, che dici?
"E tu Chiara a cosa pensi quando pensi alle cose belle?"
"Io...penso...al sole!"
"Il sole, vero, il sole è bello!"
"Vedi, penso anche alle coccole, alle caramelle, alle cose dolci e delicate!"
"Le coccole? Come quelle che ti fa la mamma quando sei piccola?"
"Sì, come quelle!"
"E tu sei stata nel passeggino, Chiara, eh Chiara?"
"Certo, che ci sono stata!"
"Ah ecco, ma il sole e giallo e tu oggi sugli occhi hai l'azzurro!"
"No, non è azzurro, è un rosa chiaro chiaro"
"Ti sta bene, Chiara, però non te lo metti negli occhi vero? Te lo metti dietro! Sopra!"
"Certo, vedi, ce l'ho qui sopra...sulle palpebre!"
"Ah ecco, lì dietro..."
"Si dice sulle palpebre, palpebre"
"Allora ti sta bene il rosa sulle palpebre"
"Grazie mille, fa sempre piacere un complimento"
.......
Uscire dalla porta spingendo forte, e chiudermi i due cancelli alle spalle, tornare a casa e fissare questi momenti. Sono attimi importanti, mai banali.
Il lavoro sociale non è mai banale.
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martedì 18 settembre 2012
I miei piccoli momenti quotidiani
Frammenti di storie, condivise con me, rese uniche. Momenti da ricordare.
I - "Chiara cosa dice l'ultimo dei Mohicani?" ... "Aspettatemi!"
M - "Chiara, ma sono ricci, sono chiariiiiii"
D - La mia dolce Chiara, bentornata, posso darti un bacio?"
M - "Chiara, ma quando resti qui per sempre?"
L - "Chiara tu hai paura di invecchiare?
L - "L'acqua del mare è salata perchè gli hanno versato il sale grosso, quello della pasta!"
S - "Chiara, sei bella da far paura!"
U - "E tu hai vissuto a Firenze? E la porti un bacione a Firenzeeee, perchè tu sai quella canzone che fa?"
J - "Prego il mio Dio perchè tu sia sempre in salute, abbia un casa e sia felice!"
M - "Quando ci sei tu si ride sempre!"
D - "Un matrimonio fra cavalli?" ... "Un cavallonio"
F - "Chiara tu non sei in scran!" (e solo io so cosa vuol dire)
M - "Attila, il re degli Unni, e adesso chi è il Re?" ... "Attila, è il re"
C - "Chiara, sei bella, alta, magra ed intelligente...vuoi averlo almeno un difetto?"
G - "Chiara, ma quando torni, ma ci sei domani, e giovedì e venerdì. E allora batti un cinque"
F - "E adesso lo metti tu il cappello con le candeline, è il mio compleanno e faSSamo la foto!"
A - "La vedo, tesoro, la preoccupazione nei tuoi occhi, nel cuore. Ma non ti devi preoccupare non è la prima volta che dormiamo fuori, su di una panchina, è mio marito non lo lascio solo" (lasciandomi la mano)
Sono alcuni, sono miei.
Aveva ragione il mio professore, il nostro lavoro è il lavoro più bello del mondo.
Chiara
I - "Chiara cosa dice l'ultimo dei Mohicani?" ... "Aspettatemi!"
M - "Chiara, ma sono ricci, sono chiariiiiii"
D - La mia dolce Chiara, bentornata, posso darti un bacio?"
M - "Chiara, ma quando resti qui per sempre?"
L - "Chiara tu hai paura di invecchiare?
L - "L'acqua del mare è salata perchè gli hanno versato il sale grosso, quello della pasta!"
S - "Chiara, sei bella da far paura!"
U - "E tu hai vissuto a Firenze? E la porti un bacione a Firenzeeee, perchè tu sai quella canzone che fa?"
J - "Prego il mio Dio perchè tu sia sempre in salute, abbia un casa e sia felice!"
M - "Quando ci sei tu si ride sempre!"
D - "Un matrimonio fra cavalli?" ... "Un cavallonio"
F - "Chiara tu non sei in scran!" (e solo io so cosa vuol dire)
M - "Attila, il re degli Unni, e adesso chi è il Re?" ... "Attila, è il re"
C - "Chiara, sei bella, alta, magra ed intelligente...vuoi averlo almeno un difetto?"
G - "Chiara, ma quando torni, ma ci sei domani, e giovedì e venerdì. E allora batti un cinque"
F - "E adesso lo metti tu il cappello con le candeline, è il mio compleanno e faSSamo la foto!"
A - "La vedo, tesoro, la preoccupazione nei tuoi occhi, nel cuore. Ma non ti devi preoccupare non è la prima volta che dormiamo fuori, su di una panchina, è mio marito non lo lascio solo" (lasciandomi la mano)
Sono alcuni, sono miei.
Aveva ragione il mio professore, il nostro lavoro è il lavoro più bello del mondo.
Chiara
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domenica 2 settembre 2012
A 10 anni non puoi avere paura, bimba mia
Se ripenso ai miei dieci anni, devo ammettere, fatico a ricordare fatti, accadimenti od avvenimenti specifici, ma ricordo perfettamente che non avevo paura.
Non temevo il mondo, non avevo il timore di uscire di casa, la paghetta di mio nonno (all'epoca 50 mila £) volevo donarla tutta al migrante che sostava e chiedeva l'elemosina fuori dalla mia chiesa e non pensavo, come credo sia giusto, che le persone potessero farmi del male o, sì mi ripeto, paura.
Partendo dalla definizione che fornisce il dizionario di "paura", racconterò poi un piccolo aneddoto.
Paura: " Sensazione di forte preoccupazione, di insicurezza, di angoscia, che si avverte in presenza o al pensiero di pericoli reali o immaginari".
Venerdì, un bel prato in montagna, un telo colorato disteso in terra, sedute una di fronte all'altra una bambina di dieci ed io. Uno sguardo alla montagna, un sorriso, una parola, una coccola ed infine un poco di silenzio per ascoltare i rumori della natura. Ad un tratto questa bimba alza lo sguardo, socchiude gli occhi e seriamente mi chiede: «Chiara, ma tu fai volontariato?». Le rispondo: «Sì, nel dormitorio di Biella!» non aggiungo altro, volevo vedere fin dove volesse arrivare.
Aggrotta la fronte, china il capo di lato e mi domanda curiosa: «Cos'è un dormitorio?».
Rispondere è doveroso, non solo cortesia, quindi: «Il dormitorio è quel posto dove le persone che non hanno una casa, non hanno più un lavoro, non hanno più una famiglia e quindi hanno bisogno di aiuto, possono dormire e trovare anche del cibo!»
Candidamente mi chiede, senza rifletterci troppo: «Ma queste persone hanno una brutta faccia? Fanno paura? Ti fanno male?».
Le sue domande mi lasciano interdetta, ma cerco di non mostrarlo, le sorrido e le rispondo con molta calma che le persone che frequentano il dormitorio non fanno nessuna paura, anzi spesso la provano e che non fanno del male, forse sono loro ad averlo subito. Soprattutto, però, cerco di spiegarle che non deve avere paura delle altre persone, soprattutto a dieci anni.
Ancora le dico che non si accettano le caramelle dagli sconosciuti ma che, nei confronti del mondo, è giusto avere fiducia. Proseguo dicendole che anche io posso avere una brutta faccia quando sono stanca o quando mi capitano avvenimenti spiacevoli, ma che per questo non deve avere paura di me.
"Non avere paura, bimba mia!"
Mi sorride, mi abbraccia decidendo che anche lei da grande vorrà lavorare con le persone.
Quello che è accaduto venerdì mi porta sicuramente a riflettere, a farmi domande a scuotere la testa arrendevolmente di fronte a domande simili, soprattutto quando è un bimbo di dieci anni a porle.
Sicuramente vive in un mondo che non è possibile definire tranquillo, ma quella sensazione di pericolo non può albergare in un cuore "piccino", i "grandi" di domani devono crescere con la speranza e la serenità altrimenti il nostro mondo perderà tutti i suoi colori.
Chiara
Non temevo il mondo, non avevo il timore di uscire di casa, la paghetta di mio nonno (all'epoca 50 mila £) volevo donarla tutta al migrante che sostava e chiedeva l'elemosina fuori dalla mia chiesa e non pensavo, come credo sia giusto, che le persone potessero farmi del male o, sì mi ripeto, paura.
Partendo dalla definizione che fornisce il dizionario di "paura", racconterò poi un piccolo aneddoto.
Paura: " Sensazione di forte preoccupazione, di insicurezza, di angoscia, che si avverte in presenza o al pensiero di pericoli reali o immaginari".
Venerdì, un bel prato in montagna, un telo colorato disteso in terra, sedute una di fronte all'altra una bambina di dieci ed io. Uno sguardo alla montagna, un sorriso, una parola, una coccola ed infine un poco di silenzio per ascoltare i rumori della natura. Ad un tratto questa bimba alza lo sguardo, socchiude gli occhi e seriamente mi chiede: «Chiara, ma tu fai volontariato?». Le rispondo: «Sì, nel dormitorio di Biella!» non aggiungo altro, volevo vedere fin dove volesse arrivare.
Aggrotta la fronte, china il capo di lato e mi domanda curiosa: «Cos'è un dormitorio?».
Rispondere è doveroso, non solo cortesia, quindi: «Il dormitorio è quel posto dove le persone che non hanno una casa, non hanno più un lavoro, non hanno più una famiglia e quindi hanno bisogno di aiuto, possono dormire e trovare anche del cibo!»
Candidamente mi chiede, senza rifletterci troppo: «Ma queste persone hanno una brutta faccia? Fanno paura? Ti fanno male?».
Le sue domande mi lasciano interdetta, ma cerco di non mostrarlo, le sorrido e le rispondo con molta calma che le persone che frequentano il dormitorio non fanno nessuna paura, anzi spesso la provano e che non fanno del male, forse sono loro ad averlo subito. Soprattutto, però, cerco di spiegarle che non deve avere paura delle altre persone, soprattutto a dieci anni.
Ancora le dico che non si accettano le caramelle dagli sconosciuti ma che, nei confronti del mondo, è giusto avere fiducia. Proseguo dicendole che anche io posso avere una brutta faccia quando sono stanca o quando mi capitano avvenimenti spiacevoli, ma che per questo non deve avere paura di me.
"Non avere paura, bimba mia!"
Mi sorride, mi abbraccia decidendo che anche lei da grande vorrà lavorare con le persone.
Quello che è accaduto venerdì mi porta sicuramente a riflettere, a farmi domande a scuotere la testa arrendevolmente di fronte a domande simili, soprattutto quando è un bimbo di dieci anni a porle.
Sicuramente vive in un mondo che non è possibile definire tranquillo, ma quella sensazione di pericolo non può albergare in un cuore "piccino", i "grandi" di domani devono crescere con la speranza e la serenità altrimenti il nostro mondo perderà tutti i suoi colori.
Chiara
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