domenica 25 agosto 2019

"Una mamma rimane mamma per sempre"

E' una frase che una mia collega ha detto venerdì durante una visita domiciliare, aggiungendo "e un figlio rimane figlio per sempre".

Ora immaginate questa scena:


"Un signore di 60 anni, affetto da una malattia gravemente invalidante, costretto a letto se non è il giorno «buono», oppure se qualcuno non lo siede sulla carrozzina e lo accompagna sotto il pergolato, al sole, all'aria aperta.... fuori.
Venerdì ho voluto ritagliarmi del tempo e accompagnare la mia collega durante il suo intervento, perché questo signore ha una storia di vita che merita di essere raccontata, ha una mente così lucida e così fine che, quando riesco, scambio quattro chiacchiere con lui davvero con piacere. 


E' un rapporto umano, non è esclusivamente un rapporto professionale!
Dentro un grande salone spoglio, la luce soffusa di una piccola abat jour, tantissime carte sparse qui e là, polvere e quel divano oramai consumato, suo giaciglio quando sono i «giorni no». 
Seduto sulla carrozzina, pronti ad uscire, da una piccola stanza attigua fa capolino sua mamma, 94 anni, con una coperta «sei abbastanza coperto?» , «fuori fa freschino!».
Noi usciamo, iniziamo a parlare del più e del meno, lasciamo che il tempo ci conduca. 
Non «un come stai?» - che domanda lo vediamo da sole come sta, non «di che parliamo?» - che domanda cadremmo in argomenti tristi; no!!
E' il tempo che ci ha preso la mano e ci ha condotto. 


L'età, la giovinezza, l'approccio alla vita che fa la differenza.
Ed io venerdì ero stanca, tanto stanca. Occhi gonfi, labbro gonfio a causa di un morso e antistaminico in corpo, la schiena un pò curva...ero, secondo me, spenta. Mi son dovuta ricredere!

«E' l'approccio alle cose che hai che non fa passare quel messaggio!»

E pian piano anche il pallore sul suo viso scema, l'aria fa bene, la compagnia fa bene e un sano scambio di battute fa bene, un gran bene.
Esce, dopo una ventina di minuti, sua mamma, con quella copertina ancora in mano. A passo lento, piccola, con quelle rughe che la rendono affascinante e che camuffano bene l'età che ha! 10 anni di meno «è la vita di campagna, è il mangiare sano», mi dice.

Appoggia la copertina sulle spalle del figlio con una tale delicatezza, con amore tangibile che per qualche attimo il tempo si è fermato, mi ha permesso di assaporare quel sentimento così reale e sincero che son grata a me stessa per essere uscita dall'ufficio sebbene non fosse in programma.
«Quando non ci sarò più chi lo farà? Ci vuole una brava, una attenta!» voce di mamma preoccupata, voce di mamma premurosa".

Una mamma rimane mamma per sempre!
A 94 anni con un figlio di 60 
Un figlio rimane figlio per sempre!

Ed è un insegnamento, ed è stata una domanda che mi fecero anni fa all'Esame di Stato, la ricordo come se fosse ieri: "Lei durante un colloquio  con una coppia spostata, conflittuale con un figlio, quale rischio corre?"
Lascio a voi ragionare sulla risposta, io...bè le ho dette tutte tranne che ero «figlia» e lo sarò per sempre!

Chiara




mercoledì 31 luglio 2019

"Per fare tutto ci vuole un fiore"


Quella canzone che fa:

Per fare il legno ci vuole l'albero


E mi fa pensare, ripensare e ripensare ancora. Non perché io sia una fioraia (fiorista) nascosta, ma perché, se ci pens..iamo bene, è vero! 
E' la nostra storia, è la storia della vita, è così che funziona: per far qualsiasi cosa (immaginiamo altro rispetto ad un tavolo di legno), serve qualcosa di altro e di altro ancora

Questo non deve essere né scontato né banale, ma lo è! Lo vedo e lo sento, tutti i giorni.

Il mio lavoro - del quale vado fiera nonostante mi sia stato detto "Assistente Sociale, ma non ti vergogni?", "No, non mi vergogno, tutt'altro..."-, mi offre la grande possibilità di pensare, riflettere, guardare, osservare, ma soprattutto agire, una volta che tutto quel pensare prende una forma con dei contorni più marcati. 
Quindi se per fare un tavolo un tavolo ci vuole il legno, ci vuole l'albero, il seme, il fiore.. per fare un buon lavoro? Per lavorare bene, sopratutto in campo come quello di cui tanto si discute in questo periodo (per chi non lo sapesse la tutela minori), cosa ci vuole? Cosa serve?

Riflettiamo:
Tavolo = Professionisti del settore, formati, competenti e passionali;
Legno = Formazione di base e continua, solida e concreta, che fornisce strumenti operativi e metodologie di lavoro;

Seme = il Contesto organizzativo di riferimento;
Fiore = Politica, a tutti livelli, da quello più lontano (statale) a quello più vicino a noi (comunale); la politica fatta per amministrare la "cosa pubblica", non la "cosa mia, per i miei interessi";

Ramo = la Comunità locale, accogliente e consapevole;
Albero =  Famiglia che ha appigli, che ha riferimenti, che ha avuto tutto l'elenco che ho scritto sopra, che ha principi, che ha le radici in terra per non cadere alla prima folata di vento e foglie verdi che rispendono al sole nelle giornate più calde;
Bosco = Giustizia, un'autorità giudiziaria cosciente delle risorse e delle progettualità messe in campo dal sistema dei servizi. Non una mannaia sul collo, ma una garanzia di rispetto dei diritti e delle responsabilità di ciascuno;
Monte = la Cultura della nostra società tutta. Una cultura del "penso prima di parlare", "rifletto prima di accusare", "conosco prima di giudicare", "mi informo prima di esercitare un diritto" e "conosco i miei diritti prima di farmeli calpestare"
E infine la...
Terra = Tutti noi, dal primo all'ultimo che possiamo curare, piantare, annaffiare, proteggere il fiore, perché per fare tutto ci vuole il fiore.

Fiore = i fiori sono i bambini, sono gli adulti di domani, sono i protagonisti del nostro agire, nostro inteso come Sistema, no come del singolo operatore, ma del sistema società, all'interno della quale vi sono la politica, i servizi sociali, l'autorità giudiziaria e la comunità locale.

I "fiori" sono la spinta che in questi anni mi ha permesso di migliorare, capire, conoscere, informarmi, confrontarmi e lottare. Perché sono una passionaria e non scrivo in Procura Minori perché ho tempo di farlo, scrivo quando, dopo mesi e mesi di progetti, valutazioni, sostegni, riflessioni in équipe, colloqui saltati, v.d. concluse con le dita nella portiera della macchina e di "tu non capisci niente", "vedrai il mio avvocato", "conosco le vostre macchine", non c'è altra via.

E qui mi fermo, mi fermo perché ho la testa colma di pensieri altri, ma felice e orgogliosa del lavoro che faccio che non si limita a prendere una busta paga il 27 del mese.

Per fare tutto...ci vuole un fioooore!

Chiara


lunedì 6 maggio 2019

"Dovunque tu vada sarai sempre in salita e controvento" A.B.


E' lunedì! Ora, onestamente parlando (...scrivendo), il lunedì è una giornata che parte in salita. 
La mia è stata, per intenderci, la salita al Colle S. Carlo, in anticipo sulla quattordicesima tappa del prossimo Giro d'Italia.


...

I telefoni squillano, sms sui cellulari di servizio. Sguardi che si incrociano.
La notizia è triste, davvero triste. Io avevo appena riassorbito un colpo di qualche mese fa e niente, anche questo è parte del mio e del nostro lavoro.


Calma. Sangue freddo. 
Poco tempo per ragionare, ri-organizzare la giornata e tirare un fiato.


Viviamo di emozioni e nasconderle non avrebbe senso, saperle riconoscere, gestire e comunicare, invece, lo ha!
Siamo umani ed essere vicini al dolore altrui, a mio avviso, rende il nostro lavoro più "sociale" e meno distante da quella che è la realtà che tutti i giorni viviamo.


Tubi, macchinari che emettono suoni strani, il classico odore di ospedale.
Il gelo, la profonda tristezza e la sensazione di essere in un cubo dal quale uscire è quasi impossibile.

Non riesco ad avvicinarmi più di quanto abbia fatto, non voglio neanche, ho solo bisogno di sapere che quella signora che più volte mi ha stretto la mano e dato baci per augurarmi "buone feste...tu che puoi" abbia quello che deve avere.  La sua dignità.



Esco da quel cubo e mi gira la testa, ma il lavoro deve andare avanti e ogni scusa è buona per mostrare fermezza, anche una telefonata, per quanto impegnativa, tiene su la schiena e fa muovere le gambe.

Entro in quel reparto e vedo quel "ragazzo" immobile e attonito fuori dalla camera della donna più importante della sua vita, non mi avvicino, io stessa non vorrei nessuno intorno, ma quell'espressione per qualche giorno mi accompagnerà. La testa china di lato e le braccia ossute lungo i fianchi; arreso.


Sono fortunata ad avere un Codice Deontologico alle spalle che mi guida, che mi accompagna nei diversi passi che devo compiere, sebbene la situazione oggi era così complessa che la cosa che avrei voluto fare era urlare e spegnere il mondo, come se stessi vedendo un brutto film alla tv. 

...


Prendo in prestito le parole dei Negrita perché, ancora una volta, la musica mi aiuta a descrivere queste intense giornate e non solo le mie!


"Quando inizi a capire
Che sei solo e in mutande
Quando inizi a capire
Che tutto è più grande
C'è chi era incapace a sognare
E chi sognava già!" 




lunedì 11 febbraio 2019

Un senso


...dopo giornate come questa deve esserci "un senso".
Un senso al nostro essere, un senso al nostro "andare".

Un senso.

A volte è così faticoso trovarlo, o anche solo ricordarsi che deve esserci.

Un senso.

Tutto il dolore di oggi, gli occhi incrociati bagnate da lacrime di rabbia, quel silenzio così disarmante e così colmo di una sola parola "aiuto".

Un uomo, un padre e un marito.
Tre ragazzi, figli, così giovani...

Una stanza, parole difficili e la lotta fra quel senso di vergogna nel lasciarsi andare e lo stomaco che vorrebbe urlare. Il tempo, il rumore delle macchine che contano i battiti deboli, un senso di impotenza devastante, aggrapparsi a una speranza che non ha più colori.

Un senso.

Quel bisogno di non sentirsi soli, quel bisogno di sapere che qualcuno sa cosa deve essere fatto, quel bisogno di guardare un viso - sconosciuto - e prendere una decisione.

Un senso.

Essere consapevoli di quello che si è e di quello che nella vita si vuole fare anche se la pancia trema, anche se il cervello è saturo, anche se...

Un senso.

Nelle parole, nei gesti, nell'umanità data e ricevuta, nel "grazie", nel consegnare il dolore nelle mani di una persona e sperare di non vederlo gettare a terra.
Concludo con le parole di Cristicchi, io per oggi, non ne ho più

"Attraversa il tuo dolore arrivaci fino in fondo
Anche se sarà pesante
Come sollevare il mondo
E ti accorgerai che il tunnel è soltanto un ponte
E ti basta solo un passo per andare oltre"

domenica 25 novembre 2018

Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne - 25 novembre



Istituita il 7 dicembre 1999 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si celebra il 25 novembre di ogni anno, ma perché? Non è una data a caso, ricorre l'uccisione di tre donne, tre sorelle, della Repubblica Domenicana; attiviste politiche. Era il 1960.

L'Istat, grazie alle sue ricerche, ci aiuta a "dare i numeri" del fenomeno (leggi qui), il Ministro della Giustizia Bonafede ricorda che: «A luglio scorso erano già 130 i femminicidi registrati nei 12 mesi precedenti. Purtroppo si è a una media di 150 l'anno, quasi uno ogni due giorni».

Sebbene sia condannabile ogni qual tipo di violenza, oggi ci si concentra su quella perpetrata contro le donne che ha mille sfaccettature, che non è semplice da affrontare, che non sempre viene riconosciuta e che - spesso - sfocia in un omicidio (come ricorda il Ministro) con conseguenze da non sottovalutare.

Nel 2011 è nata la Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. Si tratta di uno strumento che vincola giuridicamente gli Stati in materia. L'Italia ha ratificato la Convenzione nel giugno 2013. Lo Stato italiano, inoltre, ha introdotto nel 2009 la legge antistalking e varato, un’altra normativa (legge 15 ottobre 2013, n. 119) che rende penalmente più incisivi i reati di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e atti persecutori. 
In Italia, dal 2006, è attivo il numero 1522 (presso la Presidenza del Consiglio e delle Pari Opportunità), operativo 24 ore su 24, disponibile in diverse lingue.

Questi sono i "numeri", ma è doveroso ricordare che dietro a ciascun numero ci sono storie, ci sono persone, ci sono vittime - talvolta impotenti -, e ci sono conseguenze.
In questi ultimi giorni mi sono imbattuta in una di queste storie e mi sono scontrata con le mie difficoltà. Mi domandavo "perché??", "com'è possibile??", sentire alcune frasi mi faceva innervosire e sentire così inutile. Nonostante cercassi di capire e far capire che l'amore è un'altra cosa, che le possibilità date in passato non sono servite, che la tutela e la protezione si dimostrano in altre maniere, qualcosa dentro mi logorava.
Ho sudato e tanto, ho faticato e tanto. 

Mi è tornata in mente un'immagine dove la protagonista ero io. Chi aveva subito ero io, ma solo grazia a mia mamma e alla mia migliore amica di allora (avevo circa 16 anni) ho superato quanto era accaduto. Ricordo che per una settimana non ho voluto uscire di casa, ma non era giusto. Ora so che non era giusto, ma all'epoca non lo sapevo, avevo solo paura e, forse, qualche senso di colpa.
Questi sono i sentimenti ed è con loro che, sia come professionista e come donna, devo far i conti e ci provo, tutti i giorni. Mi sono ripromessa di andare a far un corso per comprendere meglio dinamiche, quale tipo di lavoro svolgere a supporto e protezione, come interagire con chi ha subito e con gli autori di violenza. 

Credo sia necessario lavorare ancora di più sul fronte sociale e culturale. Tanto è stato fatto, ma non è sufficiente; il lavoro da portare avanti, a mio parere, parte "da piccoli" nelle scuole e riesce ad agganciare tutti gli ambiti di vita dell'individuo.

Ritengo sia necessario sensibilizzare la cittadinanza ed educarsi ad uno stile di vita meno violento, dove i diritti sono riconosciuti, dove la parità di genere è una normalità e non una conquista (l'ennesima) da difendere con le unghie e con i denti. 

E' necessario un cambiamento affinché il numero di vittime diminuisca sempre più, affinché si possa parlare di convivenza ed di una società civile e matura....consapevole.

Chiara


martedì 20 novembre 2018

Giornata internazionale per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza - 20 novembre

Era il 20 novembre 1989 e veniva approvata la Convenzione Internazionale sui diritti dell'infanzia.


Io quel giorno avevo 3 anni, quasi 4 mancava poco ed ero una bambina ed ero felice.



Oggi ho 32 anni, quasi 33 e voglio ancora essere felice, facendo quello che tutti i giorni faccio, ovvero il mio lavoro: Assistente Sociale. Ho deciso (e in parte le circostanze mi hanno aiutata) di dedicarmi principalmente ad un'area, quella dei "minori" e con una parola d'ordine quotidiana "responsabilità".


Il motivo?
Perché incontro famiglie, perché mani piccine intrecciano le mie con spontanea fiducia, perché posso confrontarmi con Neuropsichiatri e Psicologi, perché posso pensare a progetti con al centro i bambini e fare con loro e le loro famiglie un percorso. Perché ho la possibilità di relazionarmi con l'Autorità Giudiziaria e pensare davvero a quella che è la "tutela minori" e riflettere su quello che definiamo "interesse superiore del bambino", perché lavoro con Educatori che sono perfettamente consapevoli che il lavoro non si esaurisce al "ciao, come stai" e "cosa vuoi fare oggi?", anche con Avvocati che non hanno solo in testa "la parcella" e anche con Insegnanti che hanno il "sacro fuoco negli occhi" come direbbe una mia collega.


Perché so di avere una responsabilità e questa responsabilità mi spinge ad essere vigile, ad essere presente, attenta, a farmi una domanda in più e se, dopo tanto lavorare, vediamo un sorriso sul viso di un bambino, su quello di una mamma e di una "famiglia di appoggio" (ndr. P.I.P.P.I.), in fondo, abbiamo vinto.

Lavoro in squadra, mi confronto e chiedo aiuto perché i diritti dei bambini non sono così scontati, non sono "isolati", ma sono fortemente collegati a quelli degli adulti, i loro genitori. A quelli della comunità e del contesto all'interno del quale vivono.


E...a volte lavoro da sola, quando devo prendere una decisione, quella finale, quella che porterà verso quella o quell'altra direzione, ma con la consapevolezza di non aver fatto le "cose alla leggera".


Ho in mente quel mezzogiorno di un giorno di primavera quando un papà mi dice: "te la mando lì, qui è successo un casino" e come il mio corpo ha reagito e come la mia testa ha reagito.
Quando i miei occhi hanno visto "il casino" ho dovuto chiedere ad una collega un aiuto per sfogare la rabbia di quel momento, per poi prendere il coraggio, la pazienza, la forza e la responsabilità di fare quello che andava fatto. 


Ho in mente quel pomeriggio assolato d'estate ed un cono gelato al gelato al pistacchio quasi del tutto sciolto in mano e le nostre paure e la nostra consapevolezza, quel sorriso sdentato e "andiamo?" e la responsabilità di andare.

Ho in mente quella maestra che mi dice: "Chiara è il mio lavoro" e vederla sempre lì, pronta ed accogliente, condividendo la responsabilità.

Ho in mente quella mamma che mi dice "prima era qui" - indicandosi la pancia - "e adesso?" con un inglese maccheronico e prendermi la responsabilità di valutare.

Penso a tutti i visi dei bambini e ragazzi che attraversano la nostra e la mia vita professionale, penso alle loro storie e penso che c'è ancora tanto, tanto da fare. Sia concretamente sia culturalmente.

Un passo alla volta.
Giorno dopo giorno.

Chiara





mercoledì 26 settembre 2018

Voglio raccontare una storia...a lieto fine!

E' un pò come quando si torna a casa, ci si toglie le scarpe ed i pantaloni un pò stretti per mettere quelli "da casa" larghi, rovinati, ma comodi. Ecco, così è per me "tornare" a scrivere qui sul mio blog.

Ci torno, oramai, di rado, con mio dispiacere, perché mi faccio travolgere dagli eventi e dalla stanchezza e continuo ad indossare i pantaloni stretti!
Il blog è nato affinché io potessi raccontare la mia professione e perdere questa buona abitudine a me, proprio, non va. 

Oggi voglio raccontare una storia...a  lieto fine!

"Sali in macchina, dobbiamo andare! Vieni..."
"Io non vengo con voi, voglio tornare a casa, farò il bravo!"
"Ne abbiamo parlato tante volte, anche con l'educatrice ne abbiamo parlato e sai cosa ha deciso il Giudice"
"Il Giudice è cattivo e non capisce niente, allora andrò a scuola"


E i toni sono sempre più alti, quella voce stridula che nelle orecchie ti entra ed arriva dritta in pancia. 

Il viaggio dura un'ora e fa freddo.

E'impossibile sentirlo, attente alla strada, alla guida, a che non succeda niente, che quel frangente di quella giornata finisca, finisca anche in fretta.

La "forza" della disperazione mescolata alla consapevolezza che quello che stavamo facendo era la cosa giusta, sapevamo cosa era stato il passato e che cosa, nel futuro, di positivo poteva accadere.
Un calcio nella schiena perché la macchina permetteva solo quello spazio di manovra per sfogare rabbia e frustrazione, ma quella certezza che ci ha permesso di arrivare a destinazione.
Al caldo e al sicuro.

Un anno e mezzo ricco di cambiamenti, di stupore, di lacrime trattenute, di sorrisi e di abbracci. Il crescere di un bambino e della nostra relazione con lui.

"Quando tornate?"
"Presto!"
"Quando vado in famiglia?
"Stiamo lavorando per trovare la famiglia adatta, quella che ti accolga nei modi e tempi giusti"
"Grazie!"

Aumentano la consapevolezza e la maturità, così come in noi il desiderio di portare avanti un buon lavoro, mista alla paura di vedere crollare un anno e mezzo di successi, di vittorie e di conquiste, di mattoncini messi uno sopra l'altro e di passi avanti compiuti con la determinazione e la forza di un leone.


"Andrai in quella famiglia, farai ancora le vacanze al mare e poi, piano piano, ti avvicinerai a loro!

"Davvero???" Con gli occhi di chi ha davanti a sè un piccolo miracolo "Grazieeeeeeeee" accompagnato da un abbraccio che sebbene l'estate sia stata torrida mi ha scaldato e rasserenato.


"Ed ora come va? Tutto bene?"
"Va tutto bene! Ci mette alla prova, ci studia, ma è bravo si vede quanto ha fatto e lo porta avanti senza che noi diciamo nulla!

Questo è il lieto fine ma non canto vittoria, perché gli eventi della vita possono travolgere tutti e all'improvviso, però quel bambino che mi ha preso per mano, portandomi nella sua stanza in comunità e mi ha chiesto di leggergli la storia prima di andare a dormire, ora sta bene!
A noi il compito di sostenere il suo percorso di vita, al meglio delle nostre capacità professionali, con tutte le risorse che abbiamo a disposizione e creare le condizioni per cui i mattoncini messi uno sopra l'altro, su di una base solida, non vengano travolti.

Rubo, come sovente faccio, le parole di una canzone che non ha nulla a che fare con il "racconto", ma questa strofa, appena l'ho sentita, mi ha fatto pensare alla sua vita:

"Vorresti avere avuto un Natale
Non tanto per un regalo
Ma per sentirti un regalo
Che per qualcuno vali"

Chiara #ladradibambini ??


martedì 27 marzo 2018

Ho superato due o tre mari in tempesta

Sempre, come sempre, la musica mi riprende quando le mattine, le giornate e le serate sono tremende.

Uno dei miei cantanti preferiti, Ermal Meta, canta: 

"Caro Antonello
È una giornata di merda
Ma va tutto bene
In fondo respiro ancora"

Verissimo, caro Antonello, queste giornate sono state davvero "di merda", ma è anche vero che in fondo respiro ancora.
Il mio "mare" lavorativo, in questo ultimo mese, è stato in burrasca ed io non ero pronta ad affrontarlo.

Mi sono sentita travolgere, sommergere, non ho capito tante cose e, nell'immediato, non ho voluto accettarne tante altre, ma è anche vero che mai niente è perduto e che il mio essere resiliente può venire in aiuto.

Che cosa fare per comprendere la situazione?
Che cosa fare per restare a galla e non affondare?
Che cosa per riuscire a salvare quello per cui ho lottato e tutt'oggi lotto?

Parlare! Esprimere! Farmi sentire! Lanciare un "help" e sperare che, quelle persone nelle quali riponi fiducia, ricevano il segnale e ti raccolgano, insieme alle tue paure, la tua rabbia, la tua voglia di mandare tutto all'aria.

"Le parole fanno a gara, ma i fatti tagliano il traguardo" e questo per me è stato fondamentale, vedere tagliare il traguardo, in un mio momento di estrema fragilità, da chi la mia fiducia non l'ha tradita... ha significato tanto. 

Parlare, agire, confrontarsi, aprirsi, essere sinceri è fondamentale, anche sul lavoro. Essere coerenti è necessario.
Ogni giorno siamo pronti, in prima linea,  a cercare di capire i bisogni del cittadino, ma voler capire i bisogni del tuo collega e di chi ti è sottoposto, no quello non è da tutti. Richiede uno sforzo, richiede la volontà di mettersi in gioco e rischiare...e rischiare fa paura, ma quello che c'è dall'altra parte, forse, ne vale la pena.

In questi giorni ho lottato, ho pianto, ho perso il sonno, ho ricevuto abbracci, ho ricevuto messaggi e telefonate inattese, ho incrociato sguardi vuoti, ma altri colmi di speranza e gratitudine.
Il mio mare in burrasca lavorativo, ha messo sotto sopra anche la mia vita personale, ma tutto quello che accade ha un senso, ha un significato e solo adesso...posso ringraziare questa burrasca per quello che mi ha insegnato.

Ed un grazie, sincero e sentito, a chi ha tagliato il traguardo in 52 minuti!

Chiara

domenica 28 gennaio 2018

Che confusione!


Sotto Natale ho deciso che rimettevo mano ad una mia "vecchia" passione: i puzzle.
Siamo al 28 di gennaio e sono molto indietro, a volte scoraggiata, a volte nervosa. 1000 pezzi e sembrano tutti uguali. 

Confusione

La settimana passata ho avuto modo di parlare con diverse persone, quasi tutte mi riportavano lo stesso sentimento, la fatica, lo star dietro a troppe cose, al tenere insieme i pezzi, alla...

Confusione

Una ragazza, guardandomi negli occhi, mi ha detto a chiare lettere: "Chiara non ce la faccio troppe cose, che confusione!!" e si è messa le mani nei capelli ed aveva le lacrime agli occhi.

Io non sono un mago e non posso risolvere i problemi con la bacchetta magica;
Io non posso tornare indietro nel tempo e far scomparire i problemi;
Io non devo far finta di niente e lasciare che le cose accadano o si sistemino da sole.

Confusione

La difficoltà di quella ragazza l'ho sentita forte, decisa ed imperante, però, sia io che quella ragazza abbiamo strumenti e possiamo provare a mettere insieme i pezzi del puzzle, senza fretta, ma con determinazione.

Guardare gli occhi lucidi di quella ragazza e le sue mani pallide affondare nella sua chioma mi ha lasciato un forte amaro in bocca, la sua storia di vita non è semplice ed io sono un "personaggio" che compare in una delle scene, ma ho il dovere di interpretare il mio ruolo al meglio delle mie capacità.
Alla sera, tornando a casa, ho pensato solo a quello. Ai suoi "mille casini" e a come io, alla sua età, ero immersa in un altro mondo e di come adesso, alla mia età ho il dovere di fare quello per cui ho studiato, ho lottato ed in cui credo: il mio lavoro.
Terminata la cena mi sono avvicinata al tavolino ed ho osservato i miei scarsi progressi con il puzzle, ho pensato ai miei pezzi sparsi all'interno della cornice che, con fatica e qualche imprecazione, avevo costruito, ed ai "pezzi" di quella ragazza. 

Ecco... questo possiamo e dobbiamo essere, il nostro lavoro questo può provare a fare.
A fare da base (che si spera il più solida possibile) per unire i pezzi, tutti diversi ed "incasinati" della vita delle persone che, quotidianamente, incontriamo;
possiamo essere una cornice all'interno della quale poter muovere alcuni passi e lasciare, poi, che il resto dei pezzi, una volta incastrati, regali una forma precisa.

Quando si fa un puzzle ci vogliono: tempo, pazienza, voglia e costanza...ecco cosa serve anche nel nostro lavoro!

Chiara


domenica 14 gennaio 2018

"Imparare a pensare a quello che pensiamo per fare ordine dentro" [Cit. Prof.ssa Luigina Mortari]

Di recente ho partecipato ad un ciclo di incontri il cui tema era "la cura".
Ho desiderato fortemente non perdere quello tenuto dalla Prof.ssa Luigina Mortari perchè sia a livello personale che professionale "mi prendo cura".

Quel pomeriggio, insieme a lei, abbiamo riflettuto sulla differenza fra "Iatrike" e "Therapeia" lemmi che derivano dal greco antico ma che, ancora oggi, devono e possono farci pensare. (In inglese la differenza la si può ricercare in  To Cure e To Care).

Io, banalizzando, traduco con: "c'è cura e cura". Esaurire così il pensiero, però, sarebbe troppo facile, ecco che è giusto che mi ri-allacci a Iatrike e Therapeia per approfondire la differenza delle azioni terapeutiche.

Iatrike è intesa come l'azione del medico che pone rimedio alla malattia del corpo, ovvero avere cura degli altri come "corpo" e permettere a quest'ultimo di ritrovare equilibrio, mentre la  Therapiea è intesa come la cura dell'anima, la Therapeia tiene in considerazione contemporaneamente la dimensione spirituale dell'uomo sia quella più concreta, il corpo.

Questo, però, è sufficiente? 

Si può andare anche oltre con Epimeleia parola del greco antico che sta a indicare l'azione di cura che coltiva l’"essere" per farlo fiorire. Epimeleia è la risposta che viene data al bisogno di orizzonti di senso, così come ci dice la Prof. Mortari: "aver cura di sé per disegnare di senso la trama del proprio tempo, significa consentire all’essere di nascere all’esistenza".

Platone (Repubblica I, 241e) ci ricorda che l'essere umano (il nostro corpo) è vulnerabile e può "incepparsi" e va, quindi, curato, ma in tutte le forme dalle cura, compresa Epimelia, così come faceva Socrate; il filosofo curava l'anima, ovvero faceva fiorire l'essere dell'altro. In altri termini? Socrate non insegnava, ma educava
Educare equivale ad aver cura delle persone, che possano sviluppare la loro l'umanità.

Come "esseri umani" nasciamo con la preoccupazione di esistere (la Prof. Mortari ricorda che: "si nasce appesantiti dalla preoccupazione di esistere"), il peso di "esserci". Noi siamo "problemi "perché ci interpelliamo sul senso delle cose. 

Che cosa bisogna fare, quindi, per dare senso alla vita?

La risposta nuovamente la dà la Prof. Mortari quando dice: "Senza la cura di me io non posso realizzare me stesso, la vita è fatta di tempo e la peggior cosa è l'incuria del tempo che passa!"


Chi "cura" (nel senso più ampio del termine) è capace di attenzione verso l'altro, ha senso di responsabilità e prova compassione, ovvero "sente" il dolore dell'altro senza esserne indifferente. Questo concetto rimanda ad un tema molto caro ai professionisti della cura e dell'aiuto quello dell' "Empatia". Provare empatia significa capire con la mente come l'altro si sente, profondamente, senza  però farsi invadere, diversamente esauriremmo lo spazio a nostra disposizione e ci bruceremmo!


Quando ci si prende "cura" di una persona non bisogna limitarsi alla semplice medicina, oppure alle cure naturali, è importante ricordarsi che anche le parole sono importanti, perché siamo esseri pensanti ed ogni parte del nostro corpo va in ugual modo "curata", in egual misura deve avere attenzione.  Suggerisco a tal proposito "Le parole della cura" di U. Curi
Il caro e buon vecchio Franco Battiato tutto questo lo aveva capito bene quando compose "La cura"

"Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,
Dalle ossessioni delle tue manie"