martedì 21 aprile 2020

Tu chiamale se vuoi....emozioni (mentre lavoro da casa)






In questi giorni mi sento, esattamente, così.

Un pallina da flipper

Sbatto contro la rabbia, mi ritrovo contro una risata isterica, poi mi scontro contro l'impotenza, finisco contro la gioia di vedere un paio di colleghi via Skype; terminata la chiamata ho a che fare con il magone da gestire e il telefono che suona. Ancora!

Mi trovo con il filo degli auricolari del cellulare, che si ingarbuglia con quello delle cuffie collegate al pc, le varie notifiche audio e video che si sovrappongono e, proprio come quei fili, mi ritrovo aggrovigliata.
Tante cose da fare.
Risposte da dare.
Persone da richiamare.
Una riunione alla quale partecipare.

Una donna che piange, un uomo che cerca di spiegarsi e non riesce, una ragazza che prova a star dietro alla nuova dimensione famigliare. Un adolescente che cresce e che cerca di dare un senso a quanto sta accadendo.
Una collega che chiama, ma "aspetta che suona il fisso e ti richiamo" e quel ti richiamo diventa una lunga sfilza di messaggi WhatsApp perchè "non riesco a richiamare, scriviamo".

Il pensiero che corre e lo sguardo che cade sul foglio con "cose da fare" che non diminuisce, ma aumenta e le ore che ti sfuggono dalle mani; il tempo corre, vero?

E io che cosa sto facendo?

Lavoro? Corro? Annaspo? Tengo botta? 

Quello che è certo che ho scoperto la meraviglia del silenzio, io. Proprio io che detestavo il silenzio perché mi metteva faccia a faccia con i miei pensieri.
Adesso no, mi restituisce una sorta di normalità che, talvolta, manca da far quasi male!

In quel silenzio, però, prendono anche posto, forma e significato ogni singola emozione provata durante la giornata. 
Sento i muscoli che si distendono e le mascelle meno serrate. 
La rabbia che ho provato, lascia spazio alla leggerezza.
Posso chiudere gli occhi che bruciano e correre con l'immaginazione.
La fatica della giornata e la tristezza di alcuni momenti condivisi con chi ha intercettato la mia voce, si sposta. Non svanisce, si allontana un pò per far passare la "stupidera" con una collega lontana km, ma vicina con l'anima.

Questo è.

Ligabue canta: "Giorno per giorno, sempre ballando, non prendere mai questa vita né poco né troppo sul serio"  e Ligabue resta pur sempre il mio cantante preferito

Chiara













giovedì 9 aprile 2020

Buoni spesa - questione di etica, buon senso, onestà o...

E' da quando il Presidente del Consiglio, Conte, il 28 marzo scorso ha annunciato i "buoni spesa" che sono entrata in un tunnel cupo e insidioso, non facile né da reggere né da gestire.

I "buoni spesa" non devono essere intesi solo come un mero voucher che "mi prendo per far la spesa", dietro c'è altro, tanto altro. Mi riferisco al lavoro, alla riflessione e al pensiero. Non solo sull' "oggi", però.

In questi giorni i telefoni sono "roventi", chi chiede aiuto per compilare le domande, chi chiede se potrà essere beneficiario, chi inizia a raccontare una serie di lunghe disgrazie che, poi, col buono non avevano nulla a che fare.

I Servizi Sociali giocano, insieme ai Comuni, un ruolo centrale, ma come tutti i ruoli, va preso con la dovuta serietà; la partita che stiamo affrontando non è il derby di paese di Serie C, ma la finale di Champions League. 

Abbiamo il dovere di facilitare l'accesso alle domande, di spiegare cosa sono questi buoni e il motivo per cui sono stati pensati e le relative modalità di erogazione, di fare da filtro. Ebbene sì, non tutti hanno diritto ai "buoni spesa", non per cattiveria, ma perché vi sono dei requisiti, come è giusto che sia, perché non tutti siamo stati colpiti in egual maniera dal "Covid-19". C'è chi è più "fortunato" e ha ancora un lavoro che può portare avanti con tutte le misure di sicurezza del caso e che, con quel lavoro, può pagare le spese.
C'è chi, invece, ha visto chiudersi le porte in faccia, chi è stato "lasciato a casa", chi è in seria difficoltà e le conseguenze dell'emergenza iniziano a farsi sentire. 

In questi giorni sto accompagnando diverse persone nel fare la richiesta e, come sento dire spesso, "senta io ci provo", ma perché provarci? Ragioniamo insieme se si è o meno destinatari. E' corretto comprendere fino a che punto spingersi, perché poi, onestamente parlando un rifiuto non fa mai piacere, è bene comprendere prima, che rimanerci male dopo e magari prendersela con le persone sbagliate.


Anche i "decisori" devono mettersi in quest'ottica, soprattutto perché "l'oggi" terminerà e come ha spiegato, di recente, un docente di "storia della medicina", Grignolio, il cervello dell'Homo Sapiens è dipendente dalla contingenza e quindi: quando c'è il rischio percepito il cervello ricorre, mentre quando il rischio non c'è più, ci dimentichiamo.
Ed ecco che: no, non ci dobbiamo dimenticare!
Il domani, ad oggi sconosciuto, risentirà fortemente di quello che stiamo vivendo e non possiamo pensare di affrontarlo quando arriverà. Le conseguenze socio economiche di questo virus sono già immaginabili e tangibili adesso, e quindi è fondamentale ricordarsi che i "buoni spesa" sono un tassello, ma che le manovre che andranno pensate, che i servizi che dovranno essere erogati non dovranno essere "solo" economici; che le politiche non dovranno essere di tagli, ma generative. 


Sono crollate le certezze, sono crollate le illusioni, sono crollate le (false) sicurezze. 
Quando qualcosa crolla va ricostruito, dal basso e possibilmente più solido di prima e in grado di ammortizzare gli scossoni futuri.


Non dobbiamo perdere questa finale di Champions, ma dobbiamo ricordarci anche che ci sarà, metaforicamente parlando, tutto il prossimo campionato da giocare.

Chiara

"Bambina filosofica - Vanna Vinci, 2007"

giovedì 26 marzo 2020

"Fa' che non sia una follia credere ancora nelle persone" L.B.

Mi ero ripromessa di non scrivere, avevo deciso che avrai lasciato sedimentare un pò.
Avevo deciso che la sera non avrei pensato al Covid-19, alle lacrime, ai sospiri, all'impotenza, alla fatica e alla rabbia.

Invece no, eccomi! Incazzata. Atterrita.

Non ce l'ho con il Governo, né con tale forza politica o con il vicino di casa.

Sono arrabbiata perché oggi siamo in una situazione tale per cui cerchi di "inventare" di tutto pur di aiutare qualcuno, lo sconosciuto...ma riflettiamo bene, quello sconosciuto potremmo essere noi!

Mia mamma.

Tuo padre.

Tuo nonno

Mio zio.


Oggi mi hanno fatto notare che "siamo in guerra" e che, se siamo in guerra, "tutto è concesso".

Ah sì? Siamo in guerra?
La guerra è quello che ho visto in Siria.
La guerra è quella che ho visto in Nigeria.
La guerra è quella che ho visto in Libia. E così in altri luoghi.

Noi siamo in emergenza sanitaria.

Abbiamo bisogno di umanità, di vicinanza, di capire quando è fondamentale derogare, quando allungare una mano e quando dare tutto il braccio.

Non abbiamo bisogno di sole regole, abbiamo bisogno di cuore e anche di coraggio.

Condividere. Che, voglio ricordare, è cum-dividere: il cum che predispone al rapporto, al dividere con.

E' qui che si gioca la partita il dividere con, è qui che ci dobbiamo soffermare e ricordarci che da soli non si va da nessuna parte, insieme sì, soprattutto in situazioni così spaventose, così nuove, così disarmanti.

La canzone, cantata dalla Mannoia e scritta da Barbarossa, "parla" per me



lunedì 16 marzo 2020

"La vita non è fatta dai desideri bensì dagli atti di ciascuno" P.C.

Sono giorni di hashtag, flash mob e meme sui social.

Voglio uscire un pò da quel mondo e tornare in quello reale, in quello dove - da qualche giorno a questa parte - si soffre, si ha paura, si resta smarriti, attoniti e impotenti.

Sono entrata in ufficio e ho osservato i miei colleghi chiedendomi per quanto riusciremo a tenere botta, leggo le diverse mail di lavoro che, piano piano, stanno modificando il modo di lavorare per fare in modo di essere tutti più al sicuro. Ascolto tante, ma davvero tante voci: una trema, l'altra è dolce, l'altra ancora è arresa e la mia? La mia cerca di essere forte, rassicurante, pronta.
Ogni volta che termino una chiamata, però, respiro, devo respirare.

"La mia bambina ha la febbre"
"Mia mamma è peggiorata, non volevo chiamare, ma non sapevo più chi chiamare"
"Devo fare la spesa, chi può andare a fare la spesa?"

In giorni "normali" bè, la febbre, la spesa e una futura casa di riposo le vedrei come i giorni, "normali"; invece no! Oggi la febbre fa paura, la mamma che peggiora fa paura e la spesa (da fare e da consegnare) diventa più complicata.

Tutto è nuovo e tutto va compreso, tutto va rimodulato e tutto va ri-definito. 

I rapporti con i colleghi vanno maneggiati con cura, le persone vanno accompagnate con delicatezza, ma con mano salda, i telefoni vanno caricati una volta in più, le e-mail vanno controllate più spesso, le richieste che arrivano vanno prima comprese e poi gestite con le risorse che ci sono e non sempre sono sufficienti.

Questo ora.

E dopo? E domani? E fra qualche mese?

Quello che sta accadendo oggi deve insegnarci il valore della vita, l'importanza delle relazioni umane, il rispetto per ciascuno, la potenza dell'unione e della collaborazione.


Chiudo il posto ringraziando chi, con messaggi vocali e telefonate condivide la stanchezza e la follia che si porta dietro e chi, con un messaggio in segreteria mi ricorda di "tenete duro che ce la faremo!"

E...domani si festeggia la Giornata Mondiale del Servizio Sociale, si festeggia, sì perché riuscire a "sorridere in momenti di crisi è un atto rivoluzionario " diceva qualcuno di importante.

Chiara


martedì 28 gennaio 2020

"Siamo stelle cadenti, volatili fiammate. Sbocciamo nella notte del mondo. Una fiammata e ci spegniamo". J.G.

Dipèndere: dal latino dependère e significa "essere in necessaria relazione".

Essere in necessaria relazione

In questi giorni di "riposo forzato" come lo hanno definito alcuni, mi sono trovata di fronte a una nuova sfida; una sfida per la quale non mi sono preparata e non ero pronta ad affrontare. Non ero pronta ad essere in necessaria relazione.

E' una situazione, una condizione che - ad oggi - posso affermare che viene sovente sottovalutata, sia che riguardi noi stessi, sia - soprattutto - se riguarda l'altro.

Io per prima avevo sottovalutato l'impatto che un'operazione al piede (che credevo più semplice) potesse portare; ho sbagliato e tanto.

Non sono più completamente autonoma, i miei ritmi sono condizionati sia dal dolore che provo, sia dalla presenza o dall'assenza di qualcuno accanto a me; non mi alzo quando e come voglio, non corro, non ho la stessa resistenza fisica di prima e così via. 
Se provo dolore: mi devo fermare.

Se mi gira la testa: mi devo fermare.
Se ho bisogno di qualsiasi cosa: devo chiedere aiuto. Certo ho modificato l'ambiente intorno a me per essere il meno richiedente possibile, ma l'ovvio è: dipendo.

Un'amica mi ha chiesto: "cosa ti dà più fastidio: il dolore o l'immobilità?"
Ahimè il dolore, in qualche modo, lo si può gestire, la temporanea immobilità no. Sono condizionata e devo rispettare i tempi del mio corpo, allo stesso tempo, però, anche quello degli altri che mi stanno accanto.

E' difficile da spiegare, ma sicuramente ancora più difficile da vivere.

Siamo così abituati a correre, camminare, saltare, muoverci quando e come vogliamo, a soddisfare i nostri bisogno immediatamente: a essere indipendenti. Quando, però, anche solo una cosa viene meno ci troviamo spiazzati, ed è così che mi sono sentita.

Da qui una riflessione che da qualche giorno mi accompagna: nella mia realtà quotidiana quante persone incontro che si trovano in questa situazione? e quante in situazioni peggiori? 
Ecco sono loro che meritano la mia attenzione e il mio rispetto, loro e i loro parenti, i loro care giver.

Senza voler fare paragoni, ma solo una riflessione: penso ad una persona che non può più muoversi, ma è lucida, lucidissima. E' uomo, giovane, con la vita davanti e la sua famiglia accanto. Ora: la sua condizione lo ha privato di qualsiasi cosa, tranne della sulla capacità di pensare, di capire, di desiderare e di essere riconosciuto come uomo. 
A noi operatori un compito, non solo quello di fare un ottimo progetto di aiuto e sostegno a domicilio ma, quello di capire che - forse - l'ultima cosa che avrebbe voluto era quella di dover dipendere da tutti e che abbiamo il dovere di non ridurre l'intervento a un "fare", ma a un intervento rispettoso della sua persona, che lo valorizzi e che coinvolga la sua famiglia per evitare che "la necessaria relazione" si trasformi in un fardello che potrebbe aggravare un condizione così difficile.



Forse è banale, forse io ero a dare per scontate una serie di elementi. 
Ora non più.



martedì 31 dicembre 2019

"Shomèr, ma mi-llailah?"

Non faccio bilanci, non faccio l'elenco dei buoni propositi, non voglio pensare all'anno che sta per finire e non voglio immaginare l'anno che verrà, voglio solo fare un post veloce per chiudere il 2019.

Così...

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è stato invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all'astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà un eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all'ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.


(Erri De Luca, da L'Ospite incallito, Einaudi, 2008)

Chiara



domenica 25 agosto 2019

"Una mamma rimane mamma per sempre"

E' una frase che una mia collega ha detto venerdì durante una visita domiciliare, aggiungendo "e un figlio rimane figlio per sempre".

Ora immaginate questa scena:


"Un signore di 60 anni, affetto da una malattia gravemente invalidante, costretto a letto se non è il giorno «buono», oppure se qualcuno non lo siede sulla carrozzina e lo accompagna sotto il pergolato, al sole, all'aria aperta.... fuori.
Venerdì ho voluto ritagliarmi del tempo e accompagnare la mia collega durante il suo intervento, perché questo signore ha una storia di vita che merita di essere raccontata, ha una mente così lucida e così fine che, quando riesco, scambio quattro chiacchiere con lui davvero con piacere. 


E' un rapporto umano, non è esclusivamente un rapporto professionale!
Dentro un grande salone spoglio, la luce soffusa di una piccola abat jour, tantissime carte sparse qui e là, polvere e quel divano oramai consumato, suo giaciglio quando sono i «giorni no». 
Seduto sulla carrozzina, pronti ad uscire, da una piccola stanza attigua fa capolino sua mamma, 94 anni, con una coperta «sei abbastanza coperto?» , «fuori fa freschino!».
Noi usciamo, iniziamo a parlare del più e del meno, lasciamo che il tempo ci conduca. 
Non «un come stai?» - che domanda lo vediamo da sole come sta, non «di che parliamo?» - che domanda cadremmo in argomenti tristi; no!!
E' il tempo che ci ha preso la mano e ci ha condotto. 


L'età, la giovinezza, l'approccio alla vita che fa la differenza.
Ed io venerdì ero stanca, tanto stanca. Occhi gonfi, labbro gonfio a causa di un morso e antistaminico in corpo, la schiena un pò curva...ero, secondo me, spenta. Mi son dovuta ricredere!

«E' l'approccio alle cose che hai che non fa passare quel messaggio!»

E pian piano anche il pallore sul suo viso scema, l'aria fa bene, la compagnia fa bene e un sano scambio di battute fa bene, un gran bene.
Esce, dopo una ventina di minuti, sua mamma, con quella copertina ancora in mano. A passo lento, piccola, con quelle rughe che la rendono affascinante e che camuffano bene l'età che ha! 10 anni di meno «è la vita di campagna, è il mangiare sano», mi dice.

Appoggia la copertina sulle spalle del figlio con una tale delicatezza, con amore tangibile che per qualche attimo il tempo si è fermato, mi ha permesso di assaporare quel sentimento così reale e sincero che son grata a me stessa per essere uscita dall'ufficio sebbene non fosse in programma.
«Quando non ci sarò più chi lo farà? Ci vuole una brava, una attenta!» voce di mamma preoccupata, voce di mamma premurosa".

Una mamma rimane mamma per sempre!
A 94 anni con un figlio di 60 
Un figlio rimane figlio per sempre!

Ed è un insegnamento, ed è stata una domanda che mi fecero anni fa all'Esame di Stato, la ricordo come se fosse ieri: "Lei durante un colloquio  con una coppia spostata, conflittuale con un figlio, quale rischio corre?"
Lascio a voi ragionare sulla risposta, io...bè le ho dette tutte tranne che ero «figlia» e lo sarò per sempre!

Chiara




mercoledì 31 luglio 2019

"Per fare tutto ci vuole un fiore"


Quella canzone che fa:

Per fare il legno ci vuole l'albero


E mi fa pensare, ripensare e ripensare ancora. Non perché io sia una fioraia (fiorista) nascosta, ma perché, se ci pens..iamo bene, è vero! 
E' la nostra storia, è la storia della vita, è così che funziona: per far qualsiasi cosa (immaginiamo altro rispetto ad un tavolo di legno), serve qualcosa di altro e di altro ancora

Questo non deve essere né scontato né banale, ma lo è! Lo vedo e lo sento, tutti i giorni.

Il mio lavoro - del quale vado fiera nonostante mi sia stato detto "Assistente Sociale, ma non ti vergogni?", "No, non mi vergogno, tutt'altro..."-, mi offre la grande possibilità di pensare, riflettere, guardare, osservare, ma soprattutto agire, una volta che tutto quel pensare prende una forma con dei contorni più marcati. 
Quindi se per fare un tavolo un tavolo ci vuole il legno, ci vuole l'albero, il seme, il fiore.. per fare un buon lavoro? Per lavorare bene, sopratutto in campo come quello di cui tanto si discute in questo periodo (per chi non lo sapesse la tutela minori), cosa ci vuole? Cosa serve?

Riflettiamo:
Tavolo = Professionisti del settore, formati, competenti e passionali;
Legno = Formazione di base e continua, solida e concreta, che fornisce strumenti operativi e metodologie di lavoro;

Seme = il Contesto organizzativo di riferimento;
Fiore = Politica, a tutti livelli, da quello più lontano (statale) a quello più vicino a noi (comunale); la politica fatta per amministrare la "cosa pubblica", non la "cosa mia, per i miei interessi";

Ramo = la Comunità locale, accogliente e consapevole;
Albero =  Famiglia che ha appigli, che ha riferimenti, che ha avuto tutto l'elenco che ho scritto sopra, che ha principi, che ha le radici in terra per non cadere alla prima folata di vento e foglie verdi che rispendono al sole nelle giornate più calde;
Bosco = Giustizia, un'autorità giudiziaria cosciente delle risorse e delle progettualità messe in campo dal sistema dei servizi. Non una mannaia sul collo, ma una garanzia di rispetto dei diritti e delle responsabilità di ciascuno;
Monte = la Cultura della nostra società tutta. Una cultura del "penso prima di parlare", "rifletto prima di accusare", "conosco prima di giudicare", "mi informo prima di esercitare un diritto" e "conosco i miei diritti prima di farmeli calpestare"
E infine la...
Terra = Tutti noi, dal primo all'ultimo che possiamo curare, piantare, annaffiare, proteggere il fiore, perché per fare tutto ci vuole il fiore.

Fiore = i fiori sono i bambini, sono gli adulti di domani, sono i protagonisti del nostro agire, nostro inteso come Sistema, no come del singolo operatore, ma del sistema società, all'interno della quale vi sono la politica, i servizi sociali, l'autorità giudiziaria e la comunità locale.

I "fiori" sono la spinta che in questi anni mi ha permesso di migliorare, capire, conoscere, informarmi, confrontarmi e lottare. Perché sono una passionaria e non scrivo in Procura Minori perché ho tempo di farlo, scrivo quando, dopo mesi e mesi di progetti, valutazioni, sostegni, riflessioni in équipe, colloqui saltati, v.d. concluse con le dita nella portiera della macchina e di "tu non capisci niente", "vedrai il mio avvocato", "conosco le vostre macchine", non c'è altra via.

E qui mi fermo, mi fermo perché ho la testa colma di pensieri altri, ma felice e orgogliosa del lavoro che faccio che non si limita a prendere una busta paga il 27 del mese.

Per fare tutto...ci vuole un fioooore!

Chiara


lunedì 6 maggio 2019

"Dovunque tu vada sarai sempre in salita e controvento" A.B.


E' lunedì! Ora, onestamente parlando (...scrivendo), il lunedì è una giornata che parte in salita. 
La mia è stata, per intenderci, la salita al Colle S. Carlo, in anticipo sulla quattordicesima tappa del prossimo Giro d'Italia.


...

I telefoni squillano, sms sui cellulari di servizio. Sguardi che si incrociano.
La notizia è triste, davvero triste. Io avevo appena riassorbito un colpo di qualche mese fa e niente, anche questo è parte del mio e del nostro lavoro.


Calma. Sangue freddo. 
Poco tempo per ragionare, ri-organizzare la giornata e tirare un fiato.


Viviamo di emozioni e nasconderle non avrebbe senso, saperle riconoscere, gestire e comunicare, invece, lo ha!
Siamo umani ed essere vicini al dolore altrui, a mio avviso, rende il nostro lavoro più "sociale" e meno distante da quella che è la realtà che tutti i giorni viviamo.


Tubi, macchinari che emettono suoni strani, il classico odore di ospedale.
Il gelo, la profonda tristezza e la sensazione di essere in un cubo dal quale uscire è quasi impossibile.

Non riesco ad avvicinarmi più di quanto abbia fatto, non voglio neanche, ho solo bisogno di sapere che quella signora che più volte mi ha stretto la mano e dato baci per augurarmi "buone feste...tu che puoi" abbia quello che deve avere.  La sua dignità.



Esco da quel cubo e mi gira la testa, ma il lavoro deve andare avanti e ogni scusa è buona per mostrare fermezza, anche una telefonata, per quanto impegnativa, tiene su la schiena e fa muovere le gambe.

Entro in quel reparto e vedo quel "ragazzo" immobile e attonito fuori dalla camera della donna più importante della sua vita, non mi avvicino, io stessa non vorrei nessuno intorno, ma quell'espressione per qualche giorno mi accompagnerà. La testa china di lato e le braccia ossute lungo i fianchi; arreso.


Sono fortunata ad avere un Codice Deontologico alle spalle che mi guida, che mi accompagna nei diversi passi che devo compiere, sebbene la situazione oggi era così complessa che la cosa che avrei voluto fare era urlare e spegnere il mondo, come se stessi vedendo un brutto film alla tv. 

...


Prendo in prestito le parole dei Negrita perché, ancora una volta, la musica mi aiuta a descrivere queste intense giornate e non solo le mie!


"Quando inizi a capire
Che sei solo e in mutande
Quando inizi a capire
Che tutto è più grande
C'è chi era incapace a sognare
E chi sognava già!" 




lunedì 11 febbraio 2019

Un senso


...dopo giornate come questa deve esserci "un senso".
Un senso al nostro essere, un senso al nostro "andare".

Un senso.

A volte è così faticoso trovarlo, o anche solo ricordarsi che deve esserci.

Un senso.

Tutto il dolore di oggi, gli occhi incrociati bagnate da lacrime di rabbia, quel silenzio così disarmante e così colmo di una sola parola "aiuto".

Un uomo, un padre e un marito.
Tre ragazzi, figli, così giovani...

Una stanza, parole difficili e la lotta fra quel senso di vergogna nel lasciarsi andare e lo stomaco che vorrebbe urlare. Il tempo, il rumore delle macchine che contano i battiti deboli, un senso di impotenza devastante, aggrapparsi a una speranza che non ha più colori.

Un senso.

Quel bisogno di non sentirsi soli, quel bisogno di sapere che qualcuno sa cosa deve essere fatto, quel bisogno di guardare un viso - sconosciuto - e prendere una decisione.

Un senso.

Essere consapevoli di quello che si è e di quello che nella vita si vuole fare anche se la pancia trema, anche se il cervello è saturo, anche se...

Un senso.

Nelle parole, nei gesti, nell'umanità data e ricevuta, nel "grazie", nel consegnare il dolore nelle mani di una persona e sperare di non vederlo gettare a terra.
Concludo con le parole di Cristicchi, io per oggi, non ne ho più

"Attraversa il tuo dolore arrivaci fino in fondo
Anche se sarà pesante
Come sollevare il mondo
E ti accorgerai che il tunnel è soltanto un ponte
E ti basta solo un passo per andare oltre"