mercoledì 15 maggio 2013

15 maggio, giornata internazionale della famiglia

E così si celebra anche questa giornata internazionale, quella dedicata alla famiglia, dal 1994 (anno internazionale della famiglia) si festeggia questa giornata.
Io personalmente, nei telegiornali, non ne ho sentito parlare, ma forse è solo una mia mancanza, ecco perchè voglio scrivere un post in merito.

Famiglia? Uno dei tanti argomenti sui quali si discute molto e non si arriva ad un punto definitivo. Una volta perchè viene scontentato l'uno ed una volta l'altro, perchè si va contro la Costituzione ed ancora perchè la religione ha le sue convinzioni.
Quello che credo sia di fondamentale importanza, in questo caso, proprio in questa giornata, è andare oltre alla definizione di "famiglia" e porre al centro al benessere dei bambini, di coloro i quali, per legge e per natura, hanno bisogno di una guida, di un sostegno, supporto ed affetto.
Dare più attenzione al bambino non significa, però, dimenticare, quanto sia fondamentale la presenza di una famiglia alle spalle e non significa dimenticare quello che è stato detto dall'ONU in merito.

Famiglia. Ripenso alla mia stroncata quando ero piccola; non più, quindi, mamma - papà - bambino, ma solo mamma e bambino, eppure ho detto, ed in cuor mio è, famiglia.
Famiglia perchè sono cresciuta, famiglia perchè sono stata educata, famiglia perchè ho ricevuto quei tanto discussi "no", famiglia perchè ho avuto chi mi ha coccolato quando il mondo era avverso e perchè ho avuto chi, nei giorni di successo, gioiva con me.
Famiglia perchè quando ho un dubbio so chi guardare negli occhi, so da chi prendere esempio, so a chi devo dire grazie per dove sono arrivata e so a chi devo chiedere scusa per non essere sempre stata un "modello di figlia".
Famiglia perchè nei momenti di difficoltà (anche economico, è doveroso dirlo) ho avuto ed ho il mio porto sicuro.
Famiglia perchè quando chiudo la porta di casa spero sempre di poter tornare e dare un bacio sulla guancia e dire com'è andata la giornata ed esser pronta ad ascoltare il racconto di un'altra giornata.
L'elenco potrebbe essere ancora lungo, ma non voglio annoiare e voglio concludere la mia riflessione.

Cosa c'è, in questo modello di "famiglia", che non riflette l'ideale che abbiamo in mente di famiglia?
La definizione dell'ONU riporta «gruppo sociale ed ambiente naturale per lo sviluppo ed il benessere dei suoi membri, in particolare, i bambini», e stando al mio racconto, salvo essere una coppia - e non un gruppo - non è così?
Una bambina è cresciuta, sta vivendo la sua vita.

Per questo sono favorevole alle adozioni (nazionali ed internazionali) con tempi più corti e con una spesa economica meno ingente; per questo sono a favore delle famiglie mono genitoriali, perchè anche un solo genitore è in grado di allevare un figlio, l'importante è che alla base di tutto ci siano la voglia di affrontare un percorso arduo, che al primo posto su ogni cosa ci sia il bambino e la volontà di fare sacrifici.

La famiglia, così come i bambini, sono un gioiello prezioso, unico ed inimitabile che tutti noi possiamo avere tra le mani (come componenti, come professionisti dell'aiuto o come politici), indispensabile è coglierne il valore e saperlo mantenere intatto, lontano da polemiche demagogiche e più vicino ad iniziative a favore e a sostegno, cercando di non dimenticare mai quanto sia importante avere qualcuno nella vita che sia accanto a noi.

Chiara

martedì 30 aprile 2013

Il vento soffia ancora

...e poi, niente. Ti squilla il cellulare, riconosci chi sta chiamando e prima di rispondere devi tirare quel sospiro temendo il peggio.

"Pronto!" con una voce squillante e disponibile.
Un silenzio che non fa presagire nulla di buono, ed immaginare il viso della persona che sta telefonando.

A volte quel senso di impotenza che assale e prende fin dentro le viscere.

"Sono qui, parlami!" incito, delicata, ma ferma.
Una piccola richiesta, un semplice messaggio da riferire.  "Chiara, non riesco puoi farlo tu?".

Mi vuole semplicemente delegare un compito? c'è una difficoltà sotto? c'è il timore di qualcosa? c'è il bisogno di sicurezza che fa regredire le persone alla fanciullezza? Sono tutte queste domande insieme la sua difficoltà?

"Tu hai provato a chiamare?"
"Sì, ho provato, ma mi ha dato la segreteria!"
"E allora riprova, magari era solo occupato!"

Un tira e molla di preghiere e spiegazioni, il credito che si consuma e la voce della persona che mi sta chiamando mi trasmette solo una grande e penosa tristezza.

"Prima aggiornami veloce sulla tua situazione, dimmi se ti sei presentato dove dovevi e cosa ti hanno risposto!", chiedo.

Sa che non poteva mentire, sono al corrente della situazione ed ho modo di verificare.

"Sì, l'ho fatto!", ed mi spiega quelle due cose che gli ho chiesto. Lo saluto dicendo che riferivo io il messaggio e che gli avrei fatto sapere se andava a buon fine.

Una messaggera, nulla di più. O forse no?
Mi sono sostituita? oppure ho semplicemente tappato un buco? O ancora ho evitato una presa di responsabilità? Oppure ho fatto quello che dovevo e potevo fare?

Sono conscia e consapevole di quelli che sono il mio dovere ed il mio mandato, ma conosco anche la storia di vita di questa persona, so le difficoltà che ha dovuto superare ed ha superato (più grandi di lui, indubbiamente) e quanto, in questo gioco al massacro, la colpa sia anche delle Istituzioni che hanno dei doveri precisi, dei compiti specifici e che, per tanti e diversi motivi, non possono e non vogliono svolgere.
E' innegabile la situazione, le evidenze sono davanti ai miei ed ai suoi occhi, non si può far finta di nulla.
Io, dal mio canto, ho fatto tutto quello che era nelle mie possibilità, nelle mie competenze e capacità.

Quando si lotta contro i mulini a vento, però, è bene sapere che la sconfitta è inevitabile.
C'è solo da sperare che il vento cessi.

Ed ho fatto quella telefonata. Ho comunicato che il messaggio era arrivato al destinatario ed ho stretto i pugni, battendone uno sul tavolo.
Il vento soffia ancora!

lunedì 29 aprile 2013

Quando la musica ha quel sapore sociale...

Lo scorso sabato sera, dopo mesi di attesa, finalmente sono andata a sentire Marco Masini in concerto.
Non biasimo chi, sulle prime, si domandi "e chi se ne frega?" e di certo non obbligo nessuno a leggere.
Io, dopo anni ed anni che ascolto "Maso" mi sono resa conto di quanto, Marco, sia un cantante "sociale".
Non me ne sono accorta solo grazie alla commozione che mi ha regalato la sua voce e quel piano suonato divinamente, ma i suoi racconti, le sue storie di vita.

Il suo tour "La mia storia piano e voce" è questo, raccontare di se stesso attraverso la musica e non solo la sua, però - a me - interessa la sua per argomentare quello che penso, ossia che Marco Masini sia un cantante "sociale", che nonostante le difficoltà sia ancora qui a cantare della vita con tutte le sue sfaccettature.
Non posso prendervi per mano e tornare indietro nel tempo e godere di due ore di concerto, ma posso sicuramente rendere onore ad un cantante che apprezzo, con un piccolissimo articolo del mio blog.
Iniziamo il viaggio:

Un cantante con il suo pianoforte (che suona "da solo") ha voluto raccontare di come è nata la sua carriera, di come sia difficile stare a galla e di quanto importante sia nuotare senza farsi fermare dagli ostacoli e senza mai perdere la fiducia, nonostante lui - in prima persona - in un periodo particolare della sua vita ha pensato di abbandonare tutto, anche la vita. Ha spiegato quanto sia davvero faticoso respirare quando ogni cosa è contro di te, quando le persone sono pronte a tutto pur di non starti accanto. E' un insegnamento, certo, ma per essere un insegnamento come si deve, ha bisogno di essere accompagnato con uno sfogo ed ha regalato al pubblico "Vaffanculo" . (Vi invito a cliccare sul titolo della canzone ed ascoltarne il testo).

E prosegue raccontando di come, quella ragazza, ascoltando le sue canzoni, ed in particolare una, gli scrisse una lettera profonda e toccante, dicendogli che aveva smesso. Aveva smesso di drogarsi anche grazie al testo di "Perchè lo fai", ed io non entro nel merito dei motivi per cui si drogasse e di cosa l'ha spinta a smettere, la cosa importante è che questa ragazza si sia ripresa, anche grazie alla musica.

...chi come me, quando non riesce ad esprimersi come si deve, scrive, ecco che anche Maso per far comprendere a tutti noi quale fosse il rapporto "con l'uomo più importante della sua vita", ha cantato con una dolcezza disarmante "Caro Babbo". Ed io, con il mio vissuto personale, l'ho sentito vicino e gli occhi hanno tremato per qualche istante.

Continua spiegando che nelle sue canzoni vuole cantare il "dolore" vero, reale e sentito perchè erano i sentimenti che lui stesso provava ed era lo stesso sentimento che viveva un suo amico che, prima, si è ammalato ed in seguito è morto, qui la storia con "Frankenstein"; la magia e l'emozione prendono sempre più piede con "Dal buio" che si commenta da sola, va ascolta e compresa, ed io, lascio che sia così.

Restano ancora due argomenti importanti quanto controversi: l'aborto ed il nostro paese, l'Italia.
Con "Cenerentola innamorata" ha regalato un battito di cuore in più a tutti gli spettatori, la storia di una ragazza "che piange e non sa che fare", ma che con l'aiuto di un amico ne parla e "sotto il muro dell'ospedale che terribile decisione" fino a che...non vi scrivo nulla basta ascoltare il testo per sapere come la storia prosegue.
Infine l'Italia, il nostro amato ed odiato paese, casa nostra quanto "il paese dove tutto va male", "è un paese l'Italia dove tutto finisce così nelle lacrime a rate che paghiamo in eterno", ma è anche, l'Italia un paese che "aspetta la sua canzone d'amore". Per poter capire quanto sia importante credere nel nostro paese e non perdere la fiducia suggerisco, ancora, l'ascolto di questa canzone "L'Italia".

Concludendo non ci sono solo "pensatori sociali", ma anche "cantanti sociali", la musica è "sociale", la musica è il motore di tutti noi, è lo specchio di molte emozioni, può essere colonna sonora, può essere dannazione, può essere terapeutica, può essere contorno e può essere protagonista.
La musica è...

Chiara


mercoledì 3 aprile 2013

Un paio di parole che...

In questi giorni sto vivendo situazioni che hanno del paradossale.

Operatori che giocano con le vite di utenti fragili.
Persone che non si fanno trovare al telefono e che poi, come per magia, aprono una porta e come se niente fosse proseguono nelle loro faccende.
Persone che litigano per futili motivi e chi potrebbe prendere le redini, si defila.
Altre persone che sanno perfettamente come sono andate determinate vicende e negano di esserne a conoscenza.
Ed ancora altre persone che non prestano attenzione alle esigenze altrui: "Oh scusami, credevo che..."

No, il mondo non funziona così. 
Ci sono due parole nella nostra lingua che andrebbero rispolverate: responsabilità e verità.
Mi domando, allora, perchè è così difficile assumersi le proprie responsabilità? E soprattutto perchè decidere  di averle quelle responsabilità?
Sarebbe molto più semplice declinare, non accettare un ruolo, non mettersi in determinate situazioni, ammettere che non si ha voglia, non interessa minimamente, non si è in grado. 
Non è codardia, è sincerità, cosa che vedo mancare un pò ovunque.
Non credersi dei super man o wonder woman, forse, permetterebbe alle situazioni di evolversi un pò meglio. Creerebbe meno complicazioni. 
Abbiamo a che fare, ogni giorno, con persone. Non con delle pietre. E come ho già scritto, noi stessi siamo persone, e da lì dovremo partire. Esigiamo qualità, ma spesso non la offriamo. 
Pretendiamo efficienza, ma siamo i primi a defilare.

E la verità? Uh sì, la verità è difficile da dire.
Costa fatica. Sia per chi la deve dire, sia per chi la deve ascoltare.
Può essere, però, una buona filosofia di vita. Ed io non sono una santa, le mie bugie (da piccola e da "grande") le ho dette. Mi sono trovata però a gestire situazioni delicate e pericolose, ed ahimè, non tutto è sotto il mio controllo e quindi, qualche particolare può sfuggire, ed ecco qui che l'asino casca.
E' bene camminare a testa alta e non incappare in situazioni sibilline, perchè non se ne ricava nulla, se non fatica.

Adempiere il nostro dovere come si deve, quando si è in difficoltà chiedere aiuto, non cercare di screditare qualcuno solo si crede sia una minaccia, apprezzare la collaborazione e cercare di vivere sempre situazioni cristalline, i saggi di una volta - non dimentichiamolo - avevano ragione.

Chiara

mercoledì 27 marzo 2013

"Ho fatto degli errori e adesso devo pagare"

Lunedì sera presso il Centro di Prima e Pronta Accoglienza.
La vita scorre e non c'è silenzio.
C'è sicuramente fame e l'attesa di ricevere qualcosa di caldo che sfami e riscaldi.
Ci sono persone, tutte diverse, con e sulle spalle un bagaglio culturale e di vita che non è facile immaginare.
Sorridono, ringraziano, sperano, cercano un contatto oppure hanno voglia di stare soli nel "loro" letto ed attendere che arrivi il mattino successivo, il faticoso mattino successivo.
Credo sia difficile "mettersi nei loro panni" nonostante tutti gli sforzi possibili., a volte non è possibile comprendere appieno il vissuto altrui, per il semplice fatto che noi non l'abbiamo vissuto e risulta essere così distante da quelle che sono la nostra esperienza e la nostra cultura.
Quando, però, scattano il bisogno ed il desiderio di parlare con qualcuno di cui ti fidi, avere qualcuno che sia in grado di ascoltare, di capire e di accettare credo possa colmare quella impossibilità di calarsi nei panni di altri.

Così è stato, alle 22 passate, dopo aver mangiato e fumato una sigaretta quel desiderio è emerso. Io, lo devo ammettere, ero stanca, ero assonnata, avevo anche un discreto dolore fisico, ma ero lì per mia scelta e lì volevo e dovevo essere. Si chiama responsabilità. 
Ho aperto prima di tutto il cuore, poi il cervello e ho spento il mio essere assonnata e dolorante, c'è chi aveva bisogno di me, ed io non potevo tirarmi indietro.
Una mezz'ora e forse più di racconto di vita, di parole sussurrate perchè lo spazio è piccolo e di movimenti eloquenti delle mani. Tempo trascorso a spiegarmi perchè lui si trova qui e cosa gli è accaduto prima, ha risposto alle mie domande ed io ho risposto ai suoi interrogativi.
Eravamo occhi negli occhi, un sottile profumo di rosa rossa ed una lezione di vita.
"Ho commesso degli errori ed ora è giusto che io paghi" mi ha detto in un italiano sdentato. 
Che poi a pensarci bene non sono errori perchè non hanno causato del male a nessuno, sono scelte di vita come lasciare il suo paese e la sua famiglia in seguito ad una situazione fin troppo dolorosa, lavorare in un paese estero per racimolare qualche soldo e non tenersi tutto per sè, ma aiutare chi aveva bisogno e trovarsi ora senza risparmi e "nessuno che mi aiuta adesso che sono io in difficoltà" ed infine rifiutare di iniziare una relazione perchè non "ho un lavoro, non ho una casa, non ho certezze".

Questo io lo chiamo essere consapevoli e non aver commesso errori.
Lo definisco essere maturi al punto tale di condividere con un'estranea - in fondo è quello che sono - 30 e più anni di vita.
La vivo come una lezione di vita; e forse è anche questo il bello del nostro lavoro. 
Ascoltare tante storie e tante voci che, in un modo od in un altro, qualcosa lasciano.
Non credo sia un lavoro a senso unico, non siamo un computer ma persone che vivono, sentono e percepiscono e da questo, ogni, volta dobbiamo farne un punto di partenza.

E quella sera sono tornata a casa con la mia rosa rossa, che adesso è a "testa" in giù a seccare e la metterò insieme agli fiori che, dopo essere seccati, mi ricordano una persona od una vicenda, come quella margherita colta in un anonimo prato di una fin troppo conosciuta città...

Chiara

mercoledì 20 marzo 2013

La "mia" giornata mondiale del servizio sociale


Ieri, 19 marzo 2013, si è svolta in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Servizio Sociale.
Il Word Social Work Day.
Non potevo mancare e non sono mancata.
Così, al mattino ho preso il treno - anzi due - e sono andata a Torino con un'amica e collega.
Arrivate a destinazione siamo state accolte da un'aula gremita di persone, ed io che ero in un'ultima fila avevo la completa visuale e, vi assicuro che vedere tutte quelle persone insieme per riflettere e confrontarsi è una bella immagine.
Le parole dei relatori, degli studenti dei corsi di laurea in servizio sociale sono state ottimi spunti di riflessione e sono un punto di partenza per poter lavorare, quotidianamente, con passione e serietà.
Non improvvisare, ma offrire servizi sempre più completi, attenti alla complessità, all'interno dei quali lavorano operatori che, fin dai banchi universitari, hanno ben chiaro quale sia l'obiettivo, perchè "il lavoro sociale è etico fino al midollo" .

Ma...perchè ho desiderato tanto partecipare alla giornata mondiale del servizio sociale?
Sono tanti i motivi, fra i tanti uno su tutti.
Per esserci. Perchè, certo, sono Chiara, sono un'amica, sono una figlia, sono una fidanzata, ma sono anche un'Assistente Sociale, ed esserci ha significato portare il mio piccolo e silenzioso contributo, ma anche per portare a "casa" qualcosa. Un pensiero, un monito, un proposito ed una speranza che ogni giorno mi accompagneranno.
Un altro, ma non meno importante, motivo era quello di incontrare visi amici e conoscere visi di persone che non avevo ancora avuto la fortuna di incontrare. Anche questo è un modo per esserci, allargare la propria rete di conoscenze, stringere una mano, sorridere ad una ragazza con la quale condividi passioni non è un "+" alla lista amici da sfoggiare on line, ma è un tassello della nostra vita, importante.

Ed a casa sono tornata stanca, ma felice. Sempre più convinta della scelta che ho fatto e che aveva ragione il mio professore di Organizzazione dei Servizi Sociali quando diceva "perchè il lavoro dell'Assistente Sociale è il lavoro più bello del mondo".

Chiara

mercoledì 6 marzo 2013

Non rubatemi i piccoli momenti quotidiani

Un'altra sbirciatina nella mia giornata l'avevo già scritto.
Dovevo cambiare titolo!

Sono giunta alla conclusione che è inutile chiedersi chi sia "normale" e chi no. Non ne abbiamo il diritto.
Trovo altrettanto inutile chiedersi se quella frase ha un senso, oppure no. Per chi la pronuncia ovviamente sì, lo ha. Questo è sufficiente.
Forse, il senso, sta solo nella voglia di dire qualcosa, comunicare qualcosa. Comunicare. Esprimere, del resto, io stessa con questo blog, potrei scrivere cose che per molti non hanno nessun senso, ma per me, che le ho pensate, sì...quindi meritano di essere espresse e di lasciarle vivere.
Ad esempio:

"È andato un treno nel mare, è diventato un aereo e sono nati i vichinghi!"
Seduti su di un piccolo divano con la televisione che faceva le bizze per il digitale che, ancora, col mal tempo non funziona.
Ci guardiamo, ci scrutiamo e così scopro la nascita dei vichinghi, forse prima non la conoscevo, forse prima non ero al corrente della "verità". E ci siamo alzati soddisfatti.

"Katmandù e non ci si pensa più"
In ufficio, lezione di geografia.
Una lista di luoghi sparsi nel mondo, che a pensarci bene, non so di preciso dove si trovino, li contiamo sulle dita ed arriviamo a nove con Katmandù, alzo il mignolo per fare "dieci" e..."non ci si pensa più".
Furbizia e genialità allo stato puro. Perchè spremersi ancora le meningi. "Non ci si pensa più!".

"Chiara oggi ti vedo un pò più bella. Perchè è come quando vai al bar ed il barista ti chiede, il caffè lo vuoi normale o macchiato!"
E certo! Io che il caffè lo prendo sempre macchiato, se il barista è un poco estroso eccolo lì, il caffè è un poco più bello con la schiumettina del latte, no?
Quindi, ne deduco che io sono un caffè macchiato. Caldo!

E poi l'abbraccio lungo il corridoio perchè...perchè ci siamo abbracciate? Non ci siamo parlate, ma si sono aperte due braccia e non si può non regalare le proprie, l'egoismo non fa per noi! Ma poi..."Anche io voglio essere abbracciata, Chiara". E regaliamo un altro abbraccio, perchè sono i piccoli momenti quotidiani che ti fanno dimenticare tutto quello che attorno non funziona.
Lavoriamo con le persone, lavoriamo per il benessere delle persone, ricordiamoci - però - che anche noi siamo persone.

Chiara

domenica 3 marzo 2013

"La mia è la 170"

"La mia panchina, è la 170, la tua Ale??"
"Io ad Occhieppo!"
E' finita così la conversazione che quest'oggi ho avuto con un paio di ragazzi conosciuti presso il Centro di Prima e Pronta Accoglienza di Biella.
Erano lì, sotto al sole a giocare con un cane, io passeggiavo e mi sento chiamare.
"Ehy, ciao!" rispondo con un sorriso riconoscendo il primo ragazzo, indiano. Ha la mia età ma è più alto di me. Si lasciava guidare dal cane, che però ha deciso che non poteva partecipare al nostro incontro.
Lui ed io chiamiamo gli altri ragazzi che ci stavano osservando.
Un momento fatto di sorrisi, strette di mano e qualche bacio sulla guancia perchè, come ho già scritto, siamo tutti persone normali.
Un momento normale, di un domenica normale.
Ci salutiamo, ci chiediamo come vanno le cose io posso dire che vanno discretamente, mentre loro...bè, non proprio. La lattina di birra in mano di uno di loro mi fa tornare alla mente ricordi poco piacevoli, l'alito del suo "collega" mi ha fatto sperare che non proseguisse fino a sera.
Mi chiedono, alla fine, perchè io non vado all' "Emergenza Freddo", emergenza freddo che sta a significare perchè non partecipo al piano emergenza freddo. Spiego loro che io andando al "dormitorio" non mi posso dividere, ma che so che loro beneficiano del servizio.
Un sorriso misto a delusione "Domenica finisce", dice il mio coetaneo.
Gli chiedo "Domenica prossima termina il piano?".
Ebbene sì, domenica dieci, qui a Biella termina il piano Emergenza freddo iniziato a dicembre.
Tre mesi, i più freddi, passati al caldo con un pò di cibo ed un letto caldo nel quale riposare.
Mi è venuto spontaneo chiedere "E poi, S.?"
"E poi banchina", mi dice voltandosi verso i giardini.
"Bancina 170, la mia è 170!"
Si accoda A. che tiene a precisare che lui non avrà la panchina qui a Biella, ma poco distante.
E lo dice ridendo complice forse quella lattina di birra, forse l'ennesima lattina di birra della giornata.
Rassegnata e con il cuore stretto in una morsa li ho dovuti salutare, pensando a domenica prossima.
Il letto sarà la panchina.
Dura. Scomoda. Non prendiamoci in giro, una panchina di chissà quanti anni piantata in un giardino pubblico è così. 
Lavarsi...c'è il bagno pubblico.
Il resto è un'incognita.
Il resto è la mia speranza, perchè ci siamo barricati dietro a "non dobbiamo fare assistenzialismo", ma è quello che per un motivo, o per un altro, stiamo facendo. Offrire un servizio fine a se stesso e non mi si fraintenda, sono felicissima ci sia stato il piano Emergenza Freddo.
Adesso vorrei esser ancor più felice e vedere nascere una spirale positiva che non costringa la persone a dover dormire su una panchina, ma che "costringa" la persone a lavorare, lavarsi, mangiare. Vivere. Dignitosamente.
Che la primavera sia clemente. Per adesso, solo questo.

Chiara

martedì 19 febbraio 2013

Non sono wonder woman e non voglio esserlo, ma...

"Ho capito il mio errore e non lo farò mai più";
"Purtroppo la barista ha sbagliato a correggere il caffè, io ne avevo chiesti due corretti ed il mio liscio";
"Quando ti sei preso una ciucca, cosa fai al mattino per non avere male? Basta che ti bevi un bicchiere di quello che hai bevuto e passa tutto!";
"Chiara, oggi ho bevuto un pò!"
"Se non bevo mi viene l'ansia, e quando ho l'ansia bevo!"
"Posso parlare con Chiara, voglio solo lei. Chiara oggi sono storto, ho bevuto troppo!"

Potevo mettere i numeri accanto a queste affermazioni ma, si può contare all'infinito, ed io, voglio sperare che il gioco al massacro che è stato messo in atto, finisca il più preso possibile. In positivo, s'intende.
Ieri, devo ammettere, mi sono trovata in difficoltà di fronte a quell'uomo ubriaco. Aveva bevuto così tanto che non si reggeva in piedi, barcollava, i suoi occhi erano lucidi e le sue pupille dilatate, l'alito era di un dolciastro misto a fumo di sigaretta ed infine le mani erano gonfie, bordeaux con le unghie ingiallite dalla nicotina.
Ero davanti a lui e cercavo di capire quello che mi voleva dire.
Non posso nascondere che un velo di paura l'ho avvertita, sarei ipocrita nel dire che ero wonder woman davanti a lui. Istintivamente ho portato il braccio destro sulla pancia, inutile mossa, ma avendo ancora le ferite dei punti dolenti, è l'unica cosa che mi ha dato quel pizzico di sicurezza in più.
Reggevo il suo sguardo, cercavo di seguire il suo discorso. Mi chiedeva, nel caso si fosse sentito male, di chiamare il 118 e che per via della sua ansia - dovuta al suo passato veramente turbolento - non dorme, non sa gestire il suo tempo e che, quindi, beve.
"Lo sai come sono io, non ti mentirei mai", mi dice.
Era il secondo mai che mi diceva, ma "mai" è come "sempre", una parola pericolosa ed ingannevole.
E' seguito dal Ser.T, ma secondo lui, gli operatori non sanno fare il loro lavoro, perchè non gli danno quello che lui vuole.
Ha una discreta rete attorno a sè, non è completamente solo.
Ha una storia alle spalle tremenda, che segna e perseguita.
Gli manca qualcosa da fare, l'ansia gli viene perchè non occupa il tempo. Bevendo, fin dalle otto del mattino, tiene la testa altrove, non pensa e l'ansia non esiste più.
Ho cercato di spiegargli che non funziona così, che per anni era riuscito a stare senza un goccio di alcool e che questo dimostrava che aveva forza di volontà per poter proseguire il cammino intrapreso, che gli operatori del Ser.T sono competenti e di certo non vogliono la sua sofferenza, come non la desidera nessuno. Di riflettere su come stava in quel momento sulle sue potenzialità ridotte ai minimi termini, e di come, da sobrio, potrebbe mettersi in gioco e riprendere in mano la sua vita.
Qui ed ora.

"Dimmi una cosa, come stai adesso?"
"Chiara, sto di merda!" 
Ieri notte, tornando a casa, era un pò anche il mio stato d'animo.

Dobbiamo creare, incentivare e costruire. L'assistenzialismo non porta lontano. 

mercoledì 30 gennaio 2013

Passare dall'altra parte

Solitamente siamo così presi dai nostri impegni, dalle nostre faccende, commissioni e dal nostro lavoro che perdiamo dei particolari. Ci sfuggono tasselli salienti, e si sa il tempo è una di quelle risorse non rinnovabili, una volta passato, è andato e non è possibile riavvolgere il nastro e tornare indietro.
Sebbene questo venga anche insegnato sui banchi di scuola, è quando ce ne rendiamo conto direttamente che questo ci fa pensare.

Ho notato, nella mia esperienza, che non sempre rifletto su quanto possa essere duro essere "dall'altra parte", essere l'utente, il paziente, l'ospite.
Ho dovuto sottopormi ad un'operazione chirurgica di recente e sì, in quell'occasione, mi sono trovata "dall'altra parte".
Ero io la paziente, ero io che non "giocavo in casa", ero io in un ambiente a me non conosciuto, ero io circondata da persone che non avevo mai visto, ero io in un letto non mio con pochissimi confort se non un libro e la musica che mi ero portata da casa.
Ero io a dover chiedere aiuto suonando un campanello e testare, sulla mia pelle, quanto sia difficile sopportare un'ora e mezza di attesa dopo che mi era stato detto "arriviamo subito" e sentire il silenzio nel corridoio.
Ero io a dover chiedere di essere accompagnata in bagno perchè non potevo camminare senza che qualcuno mi sorreggesse, ed ero io in bagno osservata da capo a piedi da una perfetta estranea.
Ero io a dover sottostare ad orari non miei per mangiare, per i prelievi, le punture e le varie misurazioni, anche alle 6 e mezzo del mattino quando, la mia vicina di letto dormiva e con poco garbo e molto fracasso è stata svegliata. Io per il dolore non ho chiuso occhio ed ho "sentito" la vita di notte di un reparto ospedaliero.
Sono arrivata a farmi scrupoli se suonare o meno quel campanello perchè uno sguardo od una parola mal data possono farti sentire un peso ed una parte di lavoro in più da svolgere.

Ero io la paziente e l'utente e non vice versa come accade di solito, e come ho sempre pensato, è l'esperienza che insegna più ogni libro di teoria, di qualsiasi precisissimo manuale.
Di certo so cosa sta dietro ad un reparto ospedaliero, una comunità, ad un servizio; so quanto lavoro, quante volte può suonare il telefono, so quante cose sono da pensare e portare a termine prima che arrivi l'ora "X", ma so anche, ed ora ancor di più, quanto sia importante porre al centro del nostro lavoro l'utenza, la persona.

Sì, la persona. Ha un nome ed un cognome spesso dimenticati. Io sono stata presa in giro per un mio piccolo vizio di nome "Charlie", che è la mia coperta di Linus, da persone che dovrebbero pensare solo al tuo benessere e non a cosa ti è sdraiato a fianco, bianco, peloso ed inanimato.
Una persona che soffre e non deve attendere un'ora e mezza prima che l'antidolorifico che ha richiesto e che è scritto in cartella le venga somministrato.

Sono tutti esempi, ritagliati sulla mia esperienza, ma ogni giorno quella persona può essere differente, ma l'attenzione ed il rispetto che merita, no, devono essere sempre gli stessi, proprio perchè dall'altra parte, prima o poi, ci potremo essere noi.

Chiara