mercoledì 27 marzo 2013

"Ho fatto degli errori e adesso devo pagare"

Lunedì sera presso il Centro di Prima e Pronta Accoglienza.
La vita scorre e non c'è silenzio.
C'è sicuramente fame e l'attesa di ricevere qualcosa di caldo che sfami e riscaldi.
Ci sono persone, tutte diverse, con e sulle spalle un bagaglio culturale e di vita che non è facile immaginare.
Sorridono, ringraziano, sperano, cercano un contatto oppure hanno voglia di stare soli nel "loro" letto ed attendere che arrivi il mattino successivo, il faticoso mattino successivo.
Credo sia difficile "mettersi nei loro panni" nonostante tutti gli sforzi possibili., a volte non è possibile comprendere appieno il vissuto altrui, per il semplice fatto che noi non l'abbiamo vissuto e risulta essere così distante da quelle che sono la nostra esperienza e la nostra cultura.
Quando, però, scattano il bisogno ed il desiderio di parlare con qualcuno di cui ti fidi, avere qualcuno che sia in grado di ascoltare, di capire e di accettare credo possa colmare quella impossibilità di calarsi nei panni di altri.

Così è stato, alle 22 passate, dopo aver mangiato e fumato una sigaretta quel desiderio è emerso. Io, lo devo ammettere, ero stanca, ero assonnata, avevo anche un discreto dolore fisico, ma ero lì per mia scelta e lì volevo e dovevo essere. Si chiama responsabilità. 
Ho aperto prima di tutto il cuore, poi il cervello e ho spento il mio essere assonnata e dolorante, c'è chi aveva bisogno di me, ed io non potevo tirarmi indietro.
Una mezz'ora e forse più di racconto di vita, di parole sussurrate perchè lo spazio è piccolo e di movimenti eloquenti delle mani. Tempo trascorso a spiegarmi perchè lui si trova qui e cosa gli è accaduto prima, ha risposto alle mie domande ed io ho risposto ai suoi interrogativi.
Eravamo occhi negli occhi, un sottile profumo di rosa rossa ed una lezione di vita.
"Ho commesso degli errori ed ora è giusto che io paghi" mi ha detto in un italiano sdentato. 
Che poi a pensarci bene non sono errori perchè non hanno causato del male a nessuno, sono scelte di vita come lasciare il suo paese e la sua famiglia in seguito ad una situazione fin troppo dolorosa, lavorare in un paese estero per racimolare qualche soldo e non tenersi tutto per sè, ma aiutare chi aveva bisogno e trovarsi ora senza risparmi e "nessuno che mi aiuta adesso che sono io in difficoltà" ed infine rifiutare di iniziare una relazione perchè non "ho un lavoro, non ho una casa, non ho certezze".

Questo io lo chiamo essere consapevoli e non aver commesso errori.
Lo definisco essere maturi al punto tale di condividere con un'estranea - in fondo è quello che sono - 30 e più anni di vita.
La vivo come una lezione di vita; e forse è anche questo il bello del nostro lavoro. 
Ascoltare tante storie e tante voci che, in un modo od in un altro, qualcosa lasciano.
Non credo sia un lavoro a senso unico, non siamo un computer ma persone che vivono, sentono e percepiscono e da questo, ogni, volta dobbiamo farne un punto di partenza.

E quella sera sono tornata a casa con la mia rosa rossa, che adesso è a "testa" in giù a seccare e la metterò insieme agli fiori che, dopo essere seccati, mi ricordano una persona od una vicenda, come quella margherita colta in un anonimo prato di una fin troppo conosciuta città...

Chiara

mercoledì 20 marzo 2013

La "mia" giornata mondiale del servizio sociale


Ieri, 19 marzo 2013, si è svolta in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Servizio Sociale.
Il Word Social Work Day.
Non potevo mancare e non sono mancata.
Così, al mattino ho preso il treno - anzi due - e sono andata a Torino con un'amica e collega.
Arrivate a destinazione siamo state accolte da un'aula gremita di persone, ed io che ero in un'ultima fila avevo la completa visuale e, vi assicuro che vedere tutte quelle persone insieme per riflettere e confrontarsi è una bella immagine.
Le parole dei relatori, degli studenti dei corsi di laurea in servizio sociale sono state ottimi spunti di riflessione e sono un punto di partenza per poter lavorare, quotidianamente, con passione e serietà.
Non improvvisare, ma offrire servizi sempre più completi, attenti alla complessità, all'interno dei quali lavorano operatori che, fin dai banchi universitari, hanno ben chiaro quale sia l'obiettivo, perchè "il lavoro sociale è etico fino al midollo" .

Ma...perchè ho desiderato tanto partecipare alla giornata mondiale del servizio sociale?
Sono tanti i motivi, fra i tanti uno su tutti.
Per esserci. Perchè, certo, sono Chiara, sono un'amica, sono una figlia, sono una fidanzata, ma sono anche un'Assistente Sociale, ed esserci ha significato portare il mio piccolo e silenzioso contributo, ma anche per portare a "casa" qualcosa. Un pensiero, un monito, un proposito ed una speranza che ogni giorno mi accompagneranno.
Un altro, ma non meno importante, motivo era quello di incontrare visi amici e conoscere visi di persone che non avevo ancora avuto la fortuna di incontrare. Anche questo è un modo per esserci, allargare la propria rete di conoscenze, stringere una mano, sorridere ad una ragazza con la quale condividi passioni non è un "+" alla lista amici da sfoggiare on line, ma è un tassello della nostra vita, importante.

Ed a casa sono tornata stanca, ma felice. Sempre più convinta della scelta che ho fatto e che aveva ragione il mio professore di Organizzazione dei Servizi Sociali quando diceva "perchè il lavoro dell'Assistente Sociale è il lavoro più bello del mondo".

Chiara

mercoledì 6 marzo 2013

Non rubatemi i piccoli momenti quotidiani

Un'altra sbirciatina nella mia giornata l'avevo già scritto.
Dovevo cambiare titolo!

Sono giunta alla conclusione che è inutile chiedersi chi sia "normale" e chi no. Non ne abbiamo il diritto.
Trovo altrettanto inutile chiedersi se quella frase ha un senso, oppure no. Per chi la pronuncia ovviamente sì, lo ha. Questo è sufficiente.
Forse, il senso, sta solo nella voglia di dire qualcosa, comunicare qualcosa. Comunicare. Esprimere, del resto, io stessa con questo blog, potrei scrivere cose che per molti non hanno nessun senso, ma per me, che le ho pensate, sì...quindi meritano di essere espresse e di lasciarle vivere.
Ad esempio:

"È andato un treno nel mare, è diventato un aereo e sono nati i vichinghi!"
Seduti su di un piccolo divano con la televisione che faceva le bizze per il digitale che, ancora, col mal tempo non funziona.
Ci guardiamo, ci scrutiamo e così scopro la nascita dei vichinghi, forse prima non la conoscevo, forse prima non ero al corrente della "verità". E ci siamo alzati soddisfatti.

"Katmandù e non ci si pensa più"
In ufficio, lezione di geografia.
Una lista di luoghi sparsi nel mondo, che a pensarci bene, non so di preciso dove si trovino, li contiamo sulle dita ed arriviamo a nove con Katmandù, alzo il mignolo per fare "dieci" e..."non ci si pensa più".
Furbizia e genialità allo stato puro. Perchè spremersi ancora le meningi. "Non ci si pensa più!".

"Chiara oggi ti vedo un pò più bella. Perchè è come quando vai al bar ed il barista ti chiede, il caffè lo vuoi normale o macchiato!"
E certo! Io che il caffè lo prendo sempre macchiato, se il barista è un poco estroso eccolo lì, il caffè è un poco più bello con la schiumettina del latte, no?
Quindi, ne deduco che io sono un caffè macchiato. Caldo!

E poi l'abbraccio lungo il corridoio perchè...perchè ci siamo abbracciate? Non ci siamo parlate, ma si sono aperte due braccia e non si può non regalare le proprie, l'egoismo non fa per noi! Ma poi..."Anche io voglio essere abbracciata, Chiara". E regaliamo un altro abbraccio, perchè sono i piccoli momenti quotidiani che ti fanno dimenticare tutto quello che attorno non funziona.
Lavoriamo con le persone, lavoriamo per il benessere delle persone, ricordiamoci - però - che anche noi siamo persone.

Chiara

domenica 3 marzo 2013

"La mia è la 170"

"La mia panchina, è la 170, la tua Ale??"
"Io ad Occhieppo!"
E' finita così la conversazione che quest'oggi ho avuto con un paio di ragazzi conosciuti presso il Centro di Prima e Pronta Accoglienza di Biella.
Erano lì, sotto al sole a giocare con un cane, io passeggiavo e mi sento chiamare.
"Ehy, ciao!" rispondo con un sorriso riconoscendo il primo ragazzo, indiano. Ha la mia età ma è più alto di me. Si lasciava guidare dal cane, che però ha deciso che non poteva partecipare al nostro incontro.
Lui ed io chiamiamo gli altri ragazzi che ci stavano osservando.
Un momento fatto di sorrisi, strette di mano e qualche bacio sulla guancia perchè, come ho già scritto, siamo tutti persone normali.
Un momento normale, di un domenica normale.
Ci salutiamo, ci chiediamo come vanno le cose io posso dire che vanno discretamente, mentre loro...bè, non proprio. La lattina di birra in mano di uno di loro mi fa tornare alla mente ricordi poco piacevoli, l'alito del suo "collega" mi ha fatto sperare che non proseguisse fino a sera.
Mi chiedono, alla fine, perchè io non vado all' "Emergenza Freddo", emergenza freddo che sta a significare perchè non partecipo al piano emergenza freddo. Spiego loro che io andando al "dormitorio" non mi posso dividere, ma che so che loro beneficiano del servizio.
Un sorriso misto a delusione "Domenica finisce", dice il mio coetaneo.
Gli chiedo "Domenica prossima termina il piano?".
Ebbene sì, domenica dieci, qui a Biella termina il piano Emergenza freddo iniziato a dicembre.
Tre mesi, i più freddi, passati al caldo con un pò di cibo ed un letto caldo nel quale riposare.
Mi è venuto spontaneo chiedere "E poi, S.?"
"E poi banchina", mi dice voltandosi verso i giardini.
"Bancina 170, la mia è 170!"
Si accoda A. che tiene a precisare che lui non avrà la panchina qui a Biella, ma poco distante.
E lo dice ridendo complice forse quella lattina di birra, forse l'ennesima lattina di birra della giornata.
Rassegnata e con il cuore stretto in una morsa li ho dovuti salutare, pensando a domenica prossima.
Il letto sarà la panchina.
Dura. Scomoda. Non prendiamoci in giro, una panchina di chissà quanti anni piantata in un giardino pubblico è così. 
Lavarsi...c'è il bagno pubblico.
Il resto è un'incognita.
Il resto è la mia speranza, perchè ci siamo barricati dietro a "non dobbiamo fare assistenzialismo", ma è quello che per un motivo, o per un altro, stiamo facendo. Offrire un servizio fine a se stesso e non mi si fraintenda, sono felicissima ci sia stato il piano Emergenza Freddo.
Adesso vorrei esser ancor più felice e vedere nascere una spirale positiva che non costringa la persone a dover dormire su una panchina, ma che "costringa" la persone a lavorare, lavarsi, mangiare. Vivere. Dignitosamente.
Che la primavera sia clemente. Per adesso, solo questo.

Chiara

martedì 19 febbraio 2013

Non sono wonder woman e non voglio esserlo, ma...

"Ho capito il mio errore e non lo farò mai più";
"Purtroppo la barista ha sbagliato a correggere il caffè, io ne avevo chiesti due corretti ed il mio liscio";
"Quando ti sei preso una ciucca, cosa fai al mattino per non avere male? Basta che ti bevi un bicchiere di quello che hai bevuto e passa tutto!";
"Chiara, oggi ho bevuto un pò!"
"Se non bevo mi viene l'ansia, e quando ho l'ansia bevo!"
"Posso parlare con Chiara, voglio solo lei. Chiara oggi sono storto, ho bevuto troppo!"

Potevo mettere i numeri accanto a queste affermazioni ma, si può contare all'infinito, ed io, voglio sperare che il gioco al massacro che è stato messo in atto, finisca il più preso possibile. In positivo, s'intende.
Ieri, devo ammettere, mi sono trovata in difficoltà di fronte a quell'uomo ubriaco. Aveva bevuto così tanto che non si reggeva in piedi, barcollava, i suoi occhi erano lucidi e le sue pupille dilatate, l'alito era di un dolciastro misto a fumo di sigaretta ed infine le mani erano gonfie, bordeaux con le unghie ingiallite dalla nicotina.
Ero davanti a lui e cercavo di capire quello che mi voleva dire.
Non posso nascondere che un velo di paura l'ho avvertita, sarei ipocrita nel dire che ero wonder woman davanti a lui. Istintivamente ho portato il braccio destro sulla pancia, inutile mossa, ma avendo ancora le ferite dei punti dolenti, è l'unica cosa che mi ha dato quel pizzico di sicurezza in più.
Reggevo il suo sguardo, cercavo di seguire il suo discorso. Mi chiedeva, nel caso si fosse sentito male, di chiamare il 118 e che per via della sua ansia - dovuta al suo passato veramente turbolento - non dorme, non sa gestire il suo tempo e che, quindi, beve.
"Lo sai come sono io, non ti mentirei mai", mi dice.
Era il secondo mai che mi diceva, ma "mai" è come "sempre", una parola pericolosa ed ingannevole.
E' seguito dal Ser.T, ma secondo lui, gli operatori non sanno fare il loro lavoro, perchè non gli danno quello che lui vuole.
Ha una discreta rete attorno a sè, non è completamente solo.
Ha una storia alle spalle tremenda, che segna e perseguita.
Gli manca qualcosa da fare, l'ansia gli viene perchè non occupa il tempo. Bevendo, fin dalle otto del mattino, tiene la testa altrove, non pensa e l'ansia non esiste più.
Ho cercato di spiegargli che non funziona così, che per anni era riuscito a stare senza un goccio di alcool e che questo dimostrava che aveva forza di volontà per poter proseguire il cammino intrapreso, che gli operatori del Ser.T sono competenti e di certo non vogliono la sua sofferenza, come non la desidera nessuno. Di riflettere su come stava in quel momento sulle sue potenzialità ridotte ai minimi termini, e di come, da sobrio, potrebbe mettersi in gioco e riprendere in mano la sua vita.
Qui ed ora.

"Dimmi una cosa, come stai adesso?"
"Chiara, sto di merda!" 
Ieri notte, tornando a casa, era un pò anche il mio stato d'animo.

Dobbiamo creare, incentivare e costruire. L'assistenzialismo non porta lontano. 

mercoledì 30 gennaio 2013

Passare dall'altra parte

Solitamente siamo così presi dai nostri impegni, dalle nostre faccende, commissioni e dal nostro lavoro che perdiamo dei particolari. Ci sfuggono tasselli salienti, e si sa il tempo è una di quelle risorse non rinnovabili, una volta passato, è andato e non è possibile riavvolgere il nastro e tornare indietro.
Sebbene questo venga anche insegnato sui banchi di scuola, è quando ce ne rendiamo conto direttamente che questo ci fa pensare.

Ho notato, nella mia esperienza, che non sempre rifletto su quanto possa essere duro essere "dall'altra parte", essere l'utente, il paziente, l'ospite.
Ho dovuto sottopormi ad un'operazione chirurgica di recente e sì, in quell'occasione, mi sono trovata "dall'altra parte".
Ero io la paziente, ero io che non "giocavo in casa", ero io in un ambiente a me non conosciuto, ero io circondata da persone che non avevo mai visto, ero io in un letto non mio con pochissimi confort se non un libro e la musica che mi ero portata da casa.
Ero io a dover chiedere aiuto suonando un campanello e testare, sulla mia pelle, quanto sia difficile sopportare un'ora e mezza di attesa dopo che mi era stato detto "arriviamo subito" e sentire il silenzio nel corridoio.
Ero io a dover chiedere di essere accompagnata in bagno perchè non potevo camminare senza che qualcuno mi sorreggesse, ed ero io in bagno osservata da capo a piedi da una perfetta estranea.
Ero io a dover sottostare ad orari non miei per mangiare, per i prelievi, le punture e le varie misurazioni, anche alle 6 e mezzo del mattino quando, la mia vicina di letto dormiva e con poco garbo e molto fracasso è stata svegliata. Io per il dolore non ho chiuso occhio ed ho "sentito" la vita di notte di un reparto ospedaliero.
Sono arrivata a farmi scrupoli se suonare o meno quel campanello perchè uno sguardo od una parola mal data possono farti sentire un peso ed una parte di lavoro in più da svolgere.

Ero io la paziente e l'utente e non vice versa come accade di solito, e come ho sempre pensato, è l'esperienza che insegna più ogni libro di teoria, di qualsiasi precisissimo manuale.
Di certo so cosa sta dietro ad un reparto ospedaliero, una comunità, ad un servizio; so quanto lavoro, quante volte può suonare il telefono, so quante cose sono da pensare e portare a termine prima che arrivi l'ora "X", ma so anche, ed ora ancor di più, quanto sia importante porre al centro del nostro lavoro l'utenza, la persona.

Sì, la persona. Ha un nome ed un cognome spesso dimenticati. Io sono stata presa in giro per un mio piccolo vizio di nome "Charlie", che è la mia coperta di Linus, da persone che dovrebbero pensare solo al tuo benessere e non a cosa ti è sdraiato a fianco, bianco, peloso ed inanimato.
Una persona che soffre e non deve attendere un'ora e mezza prima che l'antidolorifico che ha richiesto e che è scritto in cartella le venga somministrato.

Sono tutti esempi, ritagliati sulla mia esperienza, ma ogni giorno quella persona può essere differente, ma l'attenzione ed il rispetto che merita, no, devono essere sempre gli stessi, proprio perchè dall'altra parte, prima o poi, ci potremo essere noi.

Chiara

mercoledì 9 gennaio 2013

"Canta che ti passa"

Mi si può dire quello che si vuole, fa male, nuoce gravemente alla salute, fa venire il cancro...puzza. Quello che si vuole ma, nella mia esperienza, spesso la sigaretta è stata una maniera per poter entrare in contatto con le persone.
Grazie ad una sigaretta ho messo pace fra un gruppo di persone che da lì a breve sarebbero arrivati alla mani , ma la sigaretta li ha distratti ed il tutto è rientrato; a volte mi ha permesso di poter instaurare un dialogo "posso confidarti una cosa mentre fumiamo insieme??", altre volte è servita solo a sedersi attorno ad un tavolo, con al centro un posacenere, e stare in silenzio. Sentire esclusivamente la presenza dell'altro e l'odore delle nostre sigarette che si consumavano ad ogni boccata.

Anche sta mattina: "Chiara fumiamo insieme che è da tanto che non stiamo insieme??"
"Ma certo, aspettami fuori che arrivo!"
"Grazie Chiara..." e parte il suo discorso interrotto dall'arrivo di un'altra ragazza: "Chiara arrivo anche io, posso?" "Ma che domande, vieni che ti accendo la sigaretta!"
"Sai Chiara che in questi giorni canto?"
"Sì, e cosa canti?"
"Canto canzoni moderne?!
"Uh moderne, vediamo se le conosco?! Del tipo, cosa canti?"
"La sai quella che fa: «e perchè non mangiiiiiii che adesso non mi vaaaaaa??"
"Sì che la so, ma fa così....«dimmi perchè piangi....»
E il nostro cantare ha coinvolto anche la fumatrice alla mia sinistra! Un trio. E mentre cantiamo prendo l'accendino dalla tasca ed inizio a muoverlo a destra e sinistra, la cantante alla mia destra prosegue la canzone, l'altra ride e mi dice "Ma sei proprio simpatica!"
La canzone termina, con qualche errore nel testo, ma termina .
«Quella sua maglietta finaaaaaaaaaaaaaa» "Uhm penso, moderna sì" e canto «tanto stretta al punto che, mi immaginavo tutto!»
La cantiamo tutta, per la felicità dei vicini che sicuramente avranno sentito l'eco.
E veniamo interrotte da un ragazzone che mi chiede un favore, mi volto verso le due coriste dicendo loro di venire con me, che avremo cantato al caldo.
Mi seguono, aiuto il ragazzone e poi "Chiaraaa!! «Come sai, ma chi faraiiiii per farmi stare qui»
Uhm «come mai, ma chi saraiiii per farmi stare qui....» la correggo cantando.
E si prosegue con le schitarrate (mimate) per "Hanno ucciso l'uomo ragno" ed infine le paroline magiche "Chiara, ma la conosci della della realtà di Ligabue!?"
Mi illumino "tra palco e realtà, no?" e prendo il cellulare, cerco il testo per le mie due compagne di canto e... "abbiamo facce che non conosciamo..."

Si fanno le 11 e 30, ognuno ha i suoi impegni e l'animo più leggero le orecchie, bè un pò meno.
Non ho neanche bisogno di aspettare che arrivi SanRemo, l'ho già vissuto con due cantanti d'eccezione!
Ed avremo stonato, avremo sbagliato qualche parola e, forse, eravamo pure fuori tempo, tutto il resto però era perfetto!

Chiara

lunedì 7 gennaio 2013

Le vittime della rete

L'ultimo fatto di cronaca, il suicidio della giovane che si è gettata dal terzo piano del suo palazzo, sta facendo discutere, ed io, non voglio essere da meno. Come faccio sempre, voglio riflettere.
Non è il primo episodio di suicidio, fra i giovanissimi ma, come le precedenti notizie lascia senza parole.
Lascia, però, una scia di domande e di sconcerto.

Io mi chiedo perchè, fra ragazzi, debba esserci una "guerra" simile?
Mi domando perchè viene sfruttata la rete in questa maniera subdola quanto potente?
Mi chiedo, ancora, perchè arrivare a gesti così estremi? E perchè non chiedere aiuto prima?
E forse, questi ragazzi, avranno anche chiesto aiuto ma, sono stati ascoltati?
Ho letto che la ragazza che si è buttata dal balcone aveva cambiato scuola e compagnia di amici ma, è corretto? O è solo una fuga dal problema? E perchè non agire sul problema in maniera adeguata?

Altri ragazzi, hanno scelto di togliersi la vita perchè scherniti dagli "amici" e compagni, sia via web sia direttamente ma, cosa fare? Come agire?
Il ragazzo americano, che non ha sopportato le vessazioni che subiva, ha deciso di non vivere più la sua vita perchè era alla ricerca della sua identità e quindi si metteva lo smalto e vestiva con colori sgargianti. Lo consideravano "gay" e questa è stata una "buona" motivazione per darla vinta alle prese in giro e rinunciare a se stesso.

Questi ragazzi mancano di forza?
Mancano di coraggio?
I "bulli" peccano di presunzione ed onnipotenza?

E la società di fronte a questi accadimenti cosa fa? E cosa può fare?
I messaggi che vengono passati dai media, dagli educatori, dai genitori, dagli insegnanti quali sono? A cosa mirano?
Cosa andrebbe rivisto? Su cosa si deve lavorare affinchè ognuno possa vedersi garantito il diritto di libertà di espressione, compreso quello dell'essere?

Sono troppi gli episodi di razzismo e di omofobia e non sono più tollerabili nel 2013, quando uomini e donne hanno lottato per vedersi garantiti diritti ed uguaglianza.
Dall'insulto al giocatore di una squadra di calcio fino ad arrivare alle prese in giro del compagno di classe che segue stesso.

I valori della tolleranza e del rispetto andrebbero rivisti, ripresi e diffusi.
Non ci si può togliere la vita a 14 anni e non si può soprassedere.

Chiara

sabato 5 gennaio 2013

Può sembrare un pensiero egoista ma, non lo è.

Mi domandavo: chi sono gli eroi? E dopo di che mi domando: sono certa che esistano?
Resto dubbiosa sulla loro esistenza, fino a che incappo in frasi dove medici, infermieri, paramedici e volontari vengono considerati tali, così come altre figure professionali.
Nonostante quelle frasi resto dubbiosa e non riesco a sentire quel senso di soddisfazione.
Proseguo con le mie riflessioni.

Un medico salva una vita? Bè, certo, qualora svolga bene il proprio mestiere, sì salva una vita. E questo lo rende un eroe?

Un soldato che in "missione di pace" aiuta le popolazioni colpite dalla guerra, è un eroe? Non credo, ma resta un mio pensiero, ha scelto di fare qual lavoro nella vita, non ha preso di sua sponte la strada verso paesi martoriati mettendo a repentaglio la sua vita. Riceverà un compenso, qualora torni in patria.

Un infermiere che svolge alla perfezione il suo lavoro, con amore e passione, è un eroe? Non lo so, davvero non lo so, per me si trova allo stesso livello del medico e del soldato. Ha studiato, ha fatto una scelta di vita e per quello che fa percepisce uno stipendio, adeguato o meno che sia.

Un educatore, uno psicologo, uno psichiatra, un assistente sociale che seguono un caso, lo seguono come possono e come devono, mettendo in gioco risorse personali ed istituzionali, confrontandosi e lottando contro le risorse che non ci sono (e questo discorso si potrebbe estendere anche al comparto medico), sono eroi? Credo di no, per me sono dei professionisti che hanno deciso di lavorare nel sociale.

Sono scelte non sono eroi.
Ci sono teorie che aiutano i professionisti a compiere i loro doveri e lavorare come ci si aspetta.
Non hanno degli strani super poteri, come nei cartoni o nei films, non sono eroi.
Siamo tutti umani, nessuno è un eroe a questo mondo.

Bisogna avere consapevolezza nella vita, comprendere che un uomo od una donna, qualsiasi abito indossino non hanno bacchette magiche, ma solo un cervello e (sicuramente) un cuore. E sono questi che li rendono medici, infermieri, educatori, assistenti sociali ed, ovviamente, volontari. Mai dimenticare il ruolo che svolgono i volontari, che non sempre sono una docile nonnina che non ha nulla da fare nelle sue "tediose" giornate, sia ben chiaro.

A conclusione di questo, no, per me, non ci sono eroi. Forse, ma dico forse, l'unica eroina che conosco è mia mamma, con tutti i suoi difetti ed i suoi meravigliosi pregi.
Ed io, forse, ma dico forse, sono l'acerrima nemica con la quale combattere ogni giorno con - davvero - troppe difficoltà.

Chiara

martedì 1 gennaio 2013

2013...anno nuovo ma, ancora pensieri sociali


Ebbene sì, in barba a qualsiasi previsione, il 2013 è arrivato.
Mi fa un certo effetto dire "duemila e tredici", forse perchè - come ho riflettuto ieri sera prima di brindare - il 2012 è corso via, mi ha regalato così tante gioie e così tanti dolori che non mi sono accorta che la sua fine era giunta.

Un nuovo anno da affrontare e quello passato da rielaborare.

Il mio primo pensiero sociale di quest'anno, egoisticamente (o forse no?!) lo voglio dedicare a me, riprendendo le parole di una mia collega "è bello vedere un'as giovane e così piena di vita!".
Ecco, non voglio perdere la passione e la speranza, non voglio piegarmi al sistema come mi hanno chiesto diverse volte solo per "andare avanti", non voglio perdere il sorriso.
Voglio essere sempre me stessa, con i miei valori e le mie credenze. Con un obiettivo da raggiungere, ogni giorno.

Ho scelto un percorso di vita e lo voglio portare avanti, forse - in apparenza - non è propriamente un pensiero sociale ma, se condiviso, lo diventa?!
Sì che lo diventa!

Voglio che questo mio blog sia un veicolo di scambio, sebbene i commenti qui non siano floridi, ma altrove è mezzo di confronto e di crescita (sia per me che scrivo che per chi legge);
grazie a questo blog ho conosciuto diverse persone che hanno con-diviso le loro esperienze con le mie, o semplicemente regalato un incoraggiamento.

Ecco voglio proseguire anche questo blog.

Sono tutti pensieri sociali, anche quelli che non vengono espressi, ma che aspettano di "essere"

Buon 2013 a tutti e grazie.

Chiara

"Iniziare un nuovo cammino spaventa. Ma dopo ogni passo che percorriamo ci rendiamo conto di come era pericoloso rimanere fermi" R. Benigni