venerdì 20 novembre 2015

Dall'altra "parte"

L'ho sempre sostenuto: se di una determinata "cosa" non si fa esperienza non si può parlare.
Per me è davvero importante scrivere, o parlare, di qualcosa solo se la conosco e la posso argomentare.
Diversamente taccio! Ascolto e cerco, poi, di approfondire il più possibile.

Fatta questa breve premessa, voglio raccontare la mia esperienza di questi 15 giorni da "famigliare di un paziente ricoverato in ospedale".

12 ore di Pronto Soccorso con mia mamma pallida come un cencio e con diversi problemi ben spiegati al momento dell'accesso al Pronto. 12 ore durante le quali nessuno ha chiesto se mia mamma avesse fame, sete, sonno, dolore, anche semplicemente bisogno di una coperta essendo arrivata da casa in pigiama con l'ambulanza.
Chiedere informazioni, anche solo sul proprio codice di accesso, era come chiedere di svelare il segreto di Fatima, solo una tirocinante, che avrà avuto pena di me, mi ha poi detto il colore.
Fatti i dovuti esami, mi rassicuro che mia mamma non passasse la notte in corridoio sulla barella del Pronto e torno a casa. 
Alle 9.30 del giorno mi era stato detto di ripresentarmi e trovo mia mamma in corridoio. 
Perplessa.

Le chiedo se ha mangiato e mi risponde di no!
No?!? Dalle 6 del mattino precedente mia mamma non mangiava, solo un volontario attento e premuroso, una volta saputo che mia mamma non aveva mangiato, le ha portato del te e qualche fetta biscottata.


Alle 16 di quel giorno: ricovero.
La tensione si allenta, mi dicono (così come mi dicono in tanti) che ora sarà tranquilla, controllata, in un ambiente sicuro.
Ci volevo credere e, nonostante tutto, ci voglio credere ancora.

Ospedale, reparto di medicina interna, in Piemonte.

Passano i giorni e le cose non migliorano, appena accennano a migliorare mia mamma cade. Cade poi una seconda volta. 
Chiedo di parlare con il medico di riferimento ed è qui che io passo dall'altra parte.

Sono il famigliare e sono io ad aver bisogno di risposte.
Conosco l'accoglienza e la trovo fondamentale.

Senza presentarsi, ma in piedi sulla porta con la fretta di andare via, vengo liquidata con: diamo tempo al tempo. 

Diritto alle informazioni, all'accoglienza, dare un senso al ricovero di mia mamma, parlare con l'esperto e smettere di avanzare ipotesi da profana e, sopratutto, finirla con i "stai tranquilla" che no0n avevano neanche più l'effetto placebo.

Inizio, da quel giorno, a farmi domande che mi hanno portato a leggere (sì, per la prima volta), il codice deontologico dei Medici e l'articolo 20 così recita: «La relazione tra medico e paziente è costituita sulla libertà di scelta e sull'individuazione e condivisione delle rispettive autonomie e responsabilità. Il medico nella relazione persegue l’alleanza di cura fondata sulla reciproca fiducia e sul mutuo rispetto dei valori e dei diritti e su un’informazione comprensibile e completa, considerando il tempo della comunicazione quale tempo di cura».

Quest'oggi nuovo appuntamento dove non vengo nuovamente accolta, mia mamma era presente al colloquio e le dichiarazioni del medico sono andate oltre il limite dell'accettabile. Paragonare i pazienti, paragonare le patologie lo trovo poco professionale, invitare mia mamma e la sottoscritta a "fare un giro nel reparto oncologico perchè lì la gente annaspa" non l'ho trovato solo di cattivo gusto, ma anche maleducato e davvero poco etico.
Ho mantenuto la calma, ma prima di andare ho dovuto specificare a questo medico che: "un giro in reparto me lo sono fatto avendo perso i nonni causa tumori".

Mi sono congedata dando un bacio sulla guancia a mia mamma.

E' vero che non essere il professionista può far sentire più fragili, ma è anche vero che è nel diritto del malato, dell'utente e del paziente non soccombere sotto le dichiarazioni dei professionisti con i quali ha a che fare.


giovedì 1 ottobre 2015

Il racconto di un'immagine

Questa è una di quelle settimane che, sul lavoro, vorrei bruciare tutto e ricominciare daccapo.
Corri di qua.
Cellulare che scotta.
Firma di là.
Dimentica il navigatore ed affidati al tuo senso dell'orientamento.

Insomma: "fermate il mondo che mi gira la testa!"

Poi, però, ci sono frammenti di giornate che vale la pena di ricordare e di raccontare.
Voglio provarci.

«Una mattina qualsiasi, un'Assistente Sociale e la sua collega OSS si stanno confrontando sul signore che è appena uscito. 91 anni, magro, sguardo furbo, carattere un pò burbero con la sua cartellina sotto il braccio, ed infine, il cappello.
Era entrato per avere informazioni riferendo, inoltre, che aveva una visita da fare, ma che sarebbe andato da solo nonostante il dolore.

"Da solo?" si domanda l'Assistente Sociale e pensierosa esterna la sua perplessità alla collega OSS.
Quest'ultima specifica meglio la situazione dell'uomo che, da lì a poco, è rientrato in ufficio al seguito di un altro collega di lavoro.

I tre colleghi invitano l'anziano a sedersi e l'Assistente Sociale cerca di conoscere meglio quel signore che, però, non pare aver voglia di ascoltare, si vede che ha voglia di star "in compagnia", ma non di ascoltare.
Nessuno demorde e l'anziano signore decide di lasciarsi un pò andare, rimanendo contrario alle proposte delle due donne presenti, una seduta di fronte a lui, divisa da una scrivania, e l'altra distante a sufficienza per mostrare "scarso" interesse.
L'Assistente Sociale, quindi, si alza e prende una sedia libera e si siede accanto al signore che, decide di togliere il cappello "almeno per rispetto questo va tolto!"

Dopo averlo poggiato sulle gambe ossute si volta verso la giovane  e le dice: "ah ti siedi vicino a me, nè?!" mostrando un velato sorriso; l'Assistente Sociale, sorridendo a sua volte, risponde: "è giusto che mi sieda accanto a lei, così ci sentiamo e vediamo meglio!".

Il collega OSS, entrato da poco, coglie la palla la balzo e si rivolge al signore dicendo: "sai di dov'è la Chiara?", un cenno del capo ad indicare un ovvio "no" "è di Milano!".
Dopo aver sentito quelle parole si volta verso l'Assistente Sociale e le dice: "ma davvero?? e lo parli ancora il milanese? Io ho lavorato a Milano per 50 anni", "dove abitavi a Milano?".
Una raffica di domande, ma che hanno aperto una porticina, uno spiraglio che non va ignorato.

"Sì, di Milano ed abitavo in via Brioschi, la conosce?" e la sua risposta affermativa un pò fa sorridere il cuore della ragazza .
Il signore ritornando sulla difensiva racconta di non voler andare alla visita, che non gli serve più a nulla, che è "vecchio", che poi diventa buio e non si fida a guidare...

E...se è vero che quello spiraglio non andava lasciato scappare l'Assistente Sociale, dopo aver ascoltato tutte le remore riprende:"ma senta davvero non se la sente di farsi accompagnare a questa visita da lei?" indicando la collega OSS, "io sarei più tranquilla, lei non dovrebbe guidare con il dolore alle gambe, avrebbe compagnia nel viaggio e qualcuno che può aiutarla se il dottore le parla un pò difficile!".

Sarà stata Milano, sarà stata la vicinanza fisica, sarà stato il buon senso del signore o sarà stata la Madunina, ma ha accettato di farsi accompagnare.

Si è alzato dalla sedia sorridendo, salutando...rimettendosi il cappello».

Un tassello di una giornata.
Un cappello che va tolto per rispetto.
La prossemica che la dice lunga.
Milan l'è on gran Milan.
Una giovane donna ed un uomo anziano.
Tre colleghi di un Servizio Sociale.

La quotidianità ed il senso.

lunedì 31 agosto 2015

Quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia (L. de' Medici)

Il caro buon vecchio Bob Dylan così diceva: «Essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro» ed io, sebbene per alcuni non sono più giovane, bè l'oblò lo tengo ben aperto.

Sono consapevole, però, che tenerlo aperto - nonostante tutto - ha un prezzo. Un prezzo che non tutti conoscono. Che non tutti hanno la (s)fortuna di poter "sperimentare".

Ho attraversato il mare cattivo ed ho "tenuto botta", ho guardato il cielo "nero" ma, il sole poi è tornato e ho pagato caro...è vero. 

Sono sulla soglia dei 30 anni con davvero tanta voglia di fare, di conoscere, di esserci ed essere, ma spesso mi confronto con ragazzi che hanno 7, 6 anni in meno di me e hanno il "terrore" negli occhi.
Non mi limito a ragazzi che studiano Servizio Sociale, parlo di "giovani" che non hanno grandi speranze, non per loro mancanza di capacità (o almeno non tutti).

Siamo in un mondo (in una parte di mondo) che non è pronta ad accogliere giovani, che non sta lottando per garantire loro un futuro, che non prende decisioni difficili, ma sagge, che non si sta rendendo conto di quanto "male" si sta diffondendo.

Lauree appese al chiodo: "Sì, ci siamo conosciute durante il mio tirocinio in casa di riposo durante la laurea in infermieristica", mi dice mentre il rumore - fastidioso - della cassa di un qualsiasi supermercato scandisce la sua velocità. 
Nulla può togliere dignità al lavoro di cassiera, anzi ammiro chi è in grado di sopportare quel ritmo, il caos, le lamentele e non voglio immaginare che altro...ma, a questo punto, perchè studiare 3 o 5 o più anni per poi vedere il proprio sacrificio appeso al muro? (Non dimentico la cultura che per me ha un valore immenso, sia chiaro!)

Lauree appese al chiodo: "E per star nel giro, bè, anche animatore al Centro Estivo va bene". Sicuramente sì, il lavoro da sempre e sempre nobiliterà l'uomo, ma "lo stare nel giro" non ha lo stesso valore del "mi hanno cercata per quello che sono e quello che valgo!!"

Lauree che abilitano, lauree che formano futuri professionisti e che vengono "svendute" con varie forme di "tirocinio formativo", "stage" o non si bene che altro viene proposto al giorno d'oggi per cavalcare l'onda della disperazione.

Giovani (e meno giovani) che hanno desideri, sogni, passione e competenze e che si affannano. Talvolta restano in attesa e si aggrappano a qualcosa che non c'è, ma che viene creato per l'occasione. 

Credo che, arrivati al punto in cui siamo, sia doveroso a partire dall'alto a scendere fino ad arrivare ai singoli cittadini prendere delle decisioni serie e di metodo

Concludo con questa frase: «La più grande tragedia avrà inizio quando i giovani non vorranno più cambiare il mondo»
(Vasile Ghica)


martedì 28 luglio 2015

Una riflessione di "senso" di mezza estate

Ondate!

Le famose ondate che tornano e scompaiono nei tg, a volte, le vivo nella vita quotidiana.
Da mesi, oramai, sento sempre la solita "filastrocca": siamo senza risorse, siamo in difficoltà e quando la coperta è corta...

Tutte affermazioni vere e basta guardarsi attorno per rendersene conto (non voglio scadere sui bollini neri in autostrada etc.etc.etc..), però, come sempre, c'è un "però".

Nei servizi argomentiamo questa realtà?
E come?
Come interagiamo con l'utenza quando le soluzioni pratiche, quelle da cilindro, non sono più "a portata di mano"?
Ci adoperiamo per diffondere la cultura del Servizio Sociale?

Siamo una categoria mal vista e, a mio avviso, scarsamente conosciuta, con un alone oramai incrostato che i mass media ci hanno regalato, ma quello che spesso mi chiedo è:
"Cosa posso fare per smussare questa situazione...nel mio piccolo?"
Un post di facebook non basta, così come non risolve i problemi questo post, ma i miei sforzi quotidiani sì.

Spiegare il nostro ruolo, ma non con termini accademici e da Esame di Stato, parole semplici, ma chiare e precise;

Condividere come lo Stato funziona e come analizzare le notizie che si sentono e leggono che, spesso, fomentano odio e frustrazione;

Spendere 10 minuti in più per dettagliare il procedimento di una pratica ed il funzionamento del proprio ente;

Dare un senso all'importanza degli strumenti e delle tecniche del Servizio Sociale Professionale ed utilizzarle per offrire un sostegno ed ascolto a chi ha bisogno e si rivolge a noi.

Avvicinarsi all'utenza con la correttezza di un professionista, l'umiltà di un essere umano senza dimenticare l'obiettivo ed i principi della professione:

La professione è al servizio delle persone, delle famiglie, dei gruppi, delle comunità e delle diverse aggregazioni sociali per contribuire al loro sviluppo; ne valorizza l´autonomia, la soggettività, la capacità di assunzione di responsabilità; li sostiene nel processo di cambiamento, nell´uso delle risorse proprie e della società nel prevenire ed affrontare situazioni di bisogno o di disagio e nel promuovere ogni iniziativa atta a ridurre i rischi di emarginazione. (Art 6 Codice Deontologico)



domenica 5 luglio 2015

Una storia da... raccontare

Tempo fa avevo promesso che avrei scritto questa storia di vita e finalmente posso farlo.

In ufficio suona il telefono è la Dottoressa del paese che mi chiama per dirmi di aver detto ad una coppia di suoi pazienti di presentarsi a ricevimento pubblico.
Puntuali, timidi e timorosi entrano nella sala consigliare del Comune, li accolgo con il sorriso e li invito a sedersi.
Lui si toglie il cappello ringraziandomi ed aiuta la moglie a sedersi.
Si accomodano ed io mi presento mentre li osservo.
Lui è un anziano di 90 anni (anche se ne dimostra almeno 10 in meno) che nella vita, oramai, si occupa della moglie che ha a fianco. Lei è magrolina, pallida con i capelli a caschetto bianchi e lucidi.
E' lui a presentare entrambi perchè lei non parla, o parla poco.

Non voglio arrivare subito al punto, devo prima capire che sono a loro agio e lo capisco dal momento che lui poggia la schiena contro la sedia.
Dopo qualche minuto di conversazione leggera chiedo qual è il motivo che li ha portati da me.
La loro richiesta non è subito chiara, lui rialza la schiena ed apre una cartelletta in pelle usurata ed estrae diversi fogli di visite mediche.

"Non è che ci capisco molto, guardi lei".

- Decadimento cognitivo, malattia di Alzheimer, diabete .... -

Quei fogli parlano di lei.
Chiedo, ad entrambi, se sono da soli, dove vivono, come si spostano, come sono le loro giornate.

Hanno un figlio di 40 anni che ha perso lavoro, ma che non si occupa molto di loro: "sa non gliel'abbiamo mai chiesto..."

Chiedo ancora cosa pensano di aver bisogno.
Lui sorride, lei mi osserva e lui mi dice:"non è che c'è da firmare eh!!"
"Nulla da firmare, cerco di capire come possiamo aiutarvi e così facendo presento anche i miei colleghi ed il servizio".

Lui è interessato e curioso, termino il colloquio fissando una visita domiciliare.
Lui ritira tutti i fogli nella sua cartelletta e mentre la chiude mi chiede scusa.

Scusa!?!

"Perchè mi chiede scusa, io la trovo così bella, mi sono sempre piaciute le cose in pelle!"
"Perchè è vecchia, questa borsa ha 50 anni, me la sono fatta da solo! Lavoravo la pelle, io facevo le selle per i cavalli e quando me lo chiedevano facevo anche le borse. Una per me". Anche mia moglie è un'artigiana, ha perso quasi tutta la vista cucendo, ma cosa si poteva fare ai nostri tempi??"

Adoro questi racconti, adoro la delicatezza di quelle mani e quegli sguardi.
Un'educazione di tempi andati e che, chissà, se qualcosa ci hanno lasciato.

Concludo la storia con la visita a casa loro.
Ci accolgono in un giorno di primavera, soleggiato e con cielo terso.

"Abbiamo messo il nostro vestito migliore solo per lei! Quello che ha indosso mia moglie lo ha cucito lei anni fa, quando ancora ci vedeva!"

Ditemi quanto valore ha tutto questo?

Chiara

domenica 28 giugno 2015

La chiarezza è la chiave di tutto

Scriverò, forse, una banalità che - però - merita di essere scritta.

Ho sempre sostenuto che il "nostro" (non scrivo intendendo il plurale maiestatis, ma pensando alla comunità professionale di appartenenza) lavoro sia il più bello del mondo, ma alcuni giorni mi hanno messa davanti alla domanda fatidica....e se così non fosse?
Dovevo darmi una risposta, oscillare fra una sicurezza portata avanti anche in sedi diverse dal blog e l'incertezza non era una bella sensazione. 

Scrivo al passato perchè una risposta me la sono data, l'ho trovata!
Non l'ho cercata è venuta da sè, ha disteso i muscoli ed alleggerito il cervello.

La risposta è la chiarezza.
La trasparenza, interiore ed esteriore.

In diverse situazioni mi sono sentita dire: "ho temuto nel leggere la sua convoca, temevo mi portasse via la bambina", o ancora: "bè lei lo sa cosa si pensa dei Servizi Sociali" ed ancora: "mi vergognavo a venire qui!".

Posso ammettere con tranquillità che non è nè bello nè piacevole iniziare una relazione con questi presupposti. Talvolta è anche peggio quando le persone hanno perso la fiducia nei Servizi Sociali e negli operatori, lì il "gioco" si fa più duro,
Ed è qui che entrano in scena la "trasparenza" e la "chiarezza".

Non siamo meri erogatori di interventi, non siamo dei "bancomat" dove dopo un paio di click escono ricevute e soldi, no! Siamo operatori, immersi nelle nostre organizzazioni con un mandato professionale,un mandato istituzionale, siamo professionisti ed infine siamo persone che si interfacciano ed entrano in relazione con altre persone. Talvolta neanche in maniera spontanea o pensata, ma a seguito di una decisione dell'Autorità Giudiziaria.

Questo è fondamentale capire, più questo ragionamento lo facciamo nostro più saremo in grado di poter costruire una cultura "positiva" dei Servizi, basata sulla conoscenza e - si spera - sulla fiducia. 

Durante un colloquio non diamo tutto per scontato e per conosciuto, spieghiamo il motivo di quell'azione, cosa sta alla base di una nostra decisione professionale, spieghiamo come si sviluppano le pratiche, cosa significa un contributo ed ancora cosa vuol dire essere e fare l'Assistente Sociale. 
Diamo importanza ai progetti e prestiamo molta attenzione alle parole sia a quelle che pronunciamo sia a quelle che ci vengono dette.

Tutto questo richiederà, certamente, uno sforzo maggiore, del tempo in più durante i colloqui e/o i ricevimenti pubblici, ma quello che avremo costruito in termini di relazione e di serietà professionale agevolerà ogni nostra azione futura.

Senza pretese, ma un pensiero in libertà osservando le giornate che si sono susseguite nell'ultimo periodo, trovando conferma ancora una volta che... il nostro lavoro è il più bello del mondo!

Chiara

martedì 19 maggio 2015

"Ricostruire dal deserto" - Paolo Giordano

Questa mattina presso il Centro Incontri della Regione Piemonte a Torino si è svolta una giornata di approfondimento sulla DGR n. 15-7432 del 15 aprile 2014 “Approvazione di indicazioni operative per i servizi inerenti i luoghi per il diritto-dovere di visita e di relazione (cosiddetti di luogo neutro).

Dopo i saluti delle Autorità ha preso la parola Paolo Giordano, lo scrittore del famoso romanzo "La Solitudine dei Numeri Primi".

Ho trovato originale l'idea di coinvolgere uno scrittore del calibro di Giordano per aprire una giornata densa come quella appena trascorsa. 
L'originalità non è tutto, però. 
Giordano è stato molto bravo perchè è riuscito ad introdurre un argomento così specifico e delicato con un suo scritto dal titolo "Ricostruire dal deserto", testo  non tecnico, ma sicuramente interessante, 
Non ho trascritto l'intera lettura, ma alcuni passaggi fondamentali che mi hanno particolarmente colpita.

"Maggiore è l'affetto che ci lega, maggiore è la paura di rivedersi. E' una paura incontrollata".

E' necessario "allenare al ritrovarsi"

"Intendo i luoghi neutri nel senso più poetico del termine, come sinonimo di equilibrato"

"Li immagino come piccoli deserti racchiusi fra le mura, non una zona morta, ma in attesa di vita, un luogo potenziale di vita che può rigenerarsi"

"Non avere un'immagine triste di luogo neutro. Gli operatori sono sorveglianti neutrali fra genitori complicati e figli"

Conclude con una citazione di Jung "il sale dell'amarezza trasformato nel sale della saggezza"  riferendosi al perdono ed all'esperienza dello stesso.

Ho apprezzato davvero la metafora del deserto, ho apprezzato le sue parole ed il racconto personale che ci ha regalato. 

Una parola su tutte ha predominato "ri-connessione" e credo sia la parola che meglio può "disegnare" quanto è stato detto questa mattina. Non voglio aggiungere altro perchè tutto quello che oggi è stato detto, per quanto  mi riguarda, deve sedimentare e prendere una forma.

Chiara

Dimenticavo..."sicuramente questa non sarà una giornata da scotomizzare"

lunedì 18 maggio 2015

...il valore delle piccole "cose"

Ci sono giorni dove mi guardo dentro, mi guardo attorno e...

Oggi è uno di questi giorni.

...e mi chiedo se sto facendo i passi giusti;
...e mi chiedo quanto tempo ho perso;
...e mi chiedo quanto tempo mi resta;
...e mi chiedo quanto tempo invece avrei dovuto dedicare;
...e mi chiedo cosa mi resta;
...e mi chiedo se essere quella che sono vale qualcosa;
...e mi chiedo se quel sogno, prima o poi, si farà afferrare... e ancora tanti se.

L'orologio, puntuale, segna ora dopo ora.
Il tempo corre ed io cerco di stargli dietro, ma non sono certa di avere l'allenamento giusto.

Lo specchio, sincero, mi ricorda che qualche ora di sonno in più mi farebbe bene.
Quella ruga di troppo, l'occhiaia più colorata del previsto.

Sto faticando, perchè negarlo?
Talvolta sto sveglia fino alle 2 di notte per capire come scrivere una cosa, oppure come preparare un colloquio, o cercare di affrontare al meglio una situazione.

Non si finisce mai di imparare ed ogni giorno è una scoperta, una prova, una delusione o...una soddisfazione.

E' a loro che voglio dedicare questo post... non era l'idea originaria (erano le frustrazioni), ma mentre sto scrivendo ho pensato a quei piccoli tasselli che, magari non tutti i giorni, compongono il mio percorso professionale.

Devo dare ragione a chi dice che sono le piccole cose ad avere un gran valore, eccole davanti a me.
Devo imparare a riconoscerle meglio, ci sono...non hanno un cartello luminoso attaccato, ma aspettano di essere trovate.

Esistono e di loro mi devo nutrire.

Chiara

venerdì 1 maggio 2015

1 maggio - Festa dei Lavoratori

Paolo Petrucci. Presidente Cooperativa Animazione Valdocco

Oggi, come ogni anno, in Italia ed in alcuni paesi del mondo si festeggia il "1 maggio".

Ieri sera i telegiornali hanno voluto celebrare questa festa con alcuni dati disarmanti quando allarmanti: la disoccupazione tocca la soglia del 13% (dati Istat). La disoccupazione giovanile è oltre il 43%.

Trovo questi dati spaventosi.
Leggo gli articoli inerenti a questa notizia e rimango attonita.
Rifletto e penso che è la festa dei lavoratori.

Questa festa richiama le battaglie operaie e delle conquiste ottenute.

Negli anni passati si lottava per avere condizioni di lavoro più umane, veder riconosciuti i diritti dei lavoratori, ai giorni nostri si lotta per avere uno "stralcio" di lavoro o per tenersi quello che si ha con le unghie e con i denti.
Sempre di lotta si tratta. Di resistenza.

Mi confronto con amici, con conoscenti e con studenti e spesso quel velo di tristezza e speranza oramai venuta meno prende il sopravvento.

Incertezza verso il futuro.
Avremo mai una famiglia?
E la pensione?
E...se sto a casa un giorno, che succede?
La paga è troppo bassa, non è corretto?
Lavoro anche in nero, la bolletta la devo pagare.
Faccio tre lavori che, però, non ne fanno uno.

Sono discorsi tristi e, forse, troppo pesanti per un giorno di "festa", ma è bene ricordare anche questo lato della medaglia.

"L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro" recita la nostra Costituzione, credo che tanti ancora credono a quelle, penso che sia necessario supportare queste persone.
Dal Governo fino al piccolo imprenditore.
Dallo Stato al datore di lavoro.
E' necessario guardarsi attorno e ri-scoprire il valore di coloro che hanno voglia di lavorare pur di sentirsi "uomini" o "donne".
E' doveroso nei confronti del nostro Paese creare le condizioni per poter uscire da una situazione così dura e risorgere.

Lo dobbiamo ai nostri figli, lo dobbiamo a noi che siamo il presente e lo dobbiamo a chi, nel passato, ha lottato.

Io oggi "festeggio" da lavoratrice, ma credo sia necessario "festeggiare" tutti i giorni una tale ricorrenza, perchè il lavoro nobilita l'uomo... ci credevano Darwin e Marx e ci credo anche io!

Chiara


domenica 19 aprile 2015

19/04/2015 - Almeno 700 morti in mare "E' una delle tragedie più grandi"



Inizio questo breve articolo con le parole di Miura con "Casa mia", perchè non trovo con facilità le parole, ma quelle poche che riesco a scrivere è importante, per me, far sì che restino.
Mi alzo questa mattina e vengo a sapere della strage nel Canale di Sicilia. L'ennesima.
Circa 700 persone hanno perso la vita.
28 i superstiti, secondo il "Messaggero.it"

Non sono riuscita a dir altro che "Oddio mio!", sconvolta.

Secondo l'UNHCR  e Amnesty International questi sono i "dati": "Dal 1988 al 2014, 21.344 persone sono annegate nel Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere l'Europa. Nel 2011 il numero dei morti è stato di circa 1500, nel 2012 di circa 500, nel 2013 di oltre 600. Dal I° gennaio al 15 settembre 2014, sono annegati oltre 2500 esseri umani, più di 2200 dei quali solo tra giugno e settembre. Quasi il 2% delle persone che hanno intrapreso un viaggio nel Mediterraneo nel 2014 è annegato. È noto il tragico numero dei migranti morti nel Mediterraneo nel 2014, perché è stato l'anno più nero per la spaventosa scomparsa di bambini, donne e uomini in quelle acque, come tutti i migranti, morti per non morire di guerra o di fame  o di violazione dei diritti politici e umani".

L'ho già scritto non ho molte parole, se non ricordare a me stessa che quei numeri sono vite umane e che restare indifferenti non è più possibile. 


"Non si può fare ricorso a misure deterrenti per fermare una persona che è in fuga per salvarsi la vita, senza che questo comporti un ulteriore incremento dei pericoli in cui incorre", dichiara Antonio Guterres, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. "Vanno affrontate le reali ragioni che stanno alla base di questi flussi, e ciò significa guardare al motivo per cui le persone fuggono, ciò che impedisce loro di cercare asilo con mezzi più sicuri, e che cosa si può fare per reprimere le reti criminali che prosperano in questo modo, proteggendo al tempo stesso le loro vittime. Significa anche avere sistemi adeguati per far fronte agli arrivi e per distinguere i veri rifugiati da coloro che non lo sono". 



Chiara