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domenica 19 aprile 2015

19/04/2015 - Almeno 700 morti in mare "E' una delle tragedie più grandi"



Inizio questo breve articolo con le parole di Miura con "Casa mia", perchè non trovo con facilità le parole, ma quelle poche che riesco a scrivere è importante, per me, far sì che restino.
Mi alzo questa mattina e vengo a sapere della strage nel Canale di Sicilia. L'ennesima.
Circa 700 persone hanno perso la vita.
28 i superstiti, secondo il "Messaggero.it"

Non sono riuscita a dir altro che "Oddio mio!", sconvolta.

Secondo l'UNHCR  e Amnesty International questi sono i "dati": "Dal 1988 al 2014, 21.344 persone sono annegate nel Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere l'Europa. Nel 2011 il numero dei morti è stato di circa 1500, nel 2012 di circa 500, nel 2013 di oltre 600. Dal I° gennaio al 15 settembre 2014, sono annegati oltre 2500 esseri umani, più di 2200 dei quali solo tra giugno e settembre. Quasi il 2% delle persone che hanno intrapreso un viaggio nel Mediterraneo nel 2014 è annegato. È noto il tragico numero dei migranti morti nel Mediterraneo nel 2014, perché è stato l'anno più nero per la spaventosa scomparsa di bambini, donne e uomini in quelle acque, come tutti i migranti, morti per non morire di guerra o di fame  o di violazione dei diritti politici e umani".

L'ho già scritto non ho molte parole, se non ricordare a me stessa che quei numeri sono vite umane e che restare indifferenti non è più possibile. 


"Non si può fare ricorso a misure deterrenti per fermare una persona che è in fuga per salvarsi la vita, senza che questo comporti un ulteriore incremento dei pericoli in cui incorre", dichiara Antonio Guterres, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. "Vanno affrontate le reali ragioni che stanno alla base di questi flussi, e ciò significa guardare al motivo per cui le persone fuggono, ciò che impedisce loro di cercare asilo con mezzi più sicuri, e che cosa si può fare per reprimere le reti criminali che prosperano in questo modo, proteggendo al tempo stesso le loro vittime. Significa anche avere sistemi adeguati per far fronte agli arrivi e per distinguere i veri rifugiati da coloro che non lo sono". 



Chiara

giovedì 18 dicembre 2014

18 dicembre - Giornata internazionale del migrante



Inizierò questo articolo, come inizio ogni post in merito ad una giornata internazionale, con un pò di storia.

Le radici di questa giornata vanno ricercate nell'anno 1990, quando le Nazioni Unite hanno adottato, il 18 dicembre appunto, la Convenzione Internazionale per la tutela dei diritti di tutti i lavoratori migranti e per i membri delle loro famiglie.
Questa convenzione è entrata in vigore il 1 luglio del 2003 ed ha lo scopo di riconoscere i diritti umani, promuovere l'accesso alla giustizia, condizioni legali di vita e di lavoro.
La giornata internazionale che oggi celebriamo, invece, è stata istituita nel 2000.

Questo piccolo accenno di storia per proseguire con alcuni dati forniti dall'OIM (Organizzazione internazionale per le migrazioni):
- circa il 3% della popolazione mondiale è migrante;
- 232 milioni di persone sono migranti internazionali;
- 4868 persone hanno persone hanno perso la vita nelle rotte migratorie, in mare, sulle montagne e nei deserti.
L'anno che sta per concludersi è l'anno che detiene il primato del maggior numero di morti, rispetto al 2013 i decessi sono, circa, il doppio; nel solo Mediterraneo sono morte 3000 persone, imbarcate su un qualsiasi mezzo che gli permettesse la traversata delle acque.

Dopo un inquadramento storico ed un veloce accenno ai numeri, credo sia, come sempre, doveroso, pensare e riflettere sulle persone.

Non usare etichette che "definiscono" lo status di quella persona;
Non pensare a cosa devo fare io, come singolo, per potermi "difendere" o proteggere, ma pensare in ottica comunitaria e ricordare che, dietro a quelle storie che sentiamo nei telegiornali e ci vengono raccontate in radio, ci sono vite umane, che un'etichetta non rende giustizia ad un essere umano, che per le ragioni più disparate, dalle più frivole come un viaggio, a quelle più serie e gravi come una guerra, ha dovuto lasciare il suo paese, dov'è nato e cresciuto.

Andare oltre la logica di protezione di quello che è "nostro", ma capire come potrebbe essere possibile creare condivisione, comprensione e diventare un paese accogliente, in grado di capire che, la vita di un essere umano, qualsiasi sia il colore della sua pelle, qualsiasi sia la sua nazionalità ha un valore e non devono essere i soli confini di uno Stato a renderlo "degno" o "clandestino".

Partire da una base comune per arrivare ad essere una società inclusiva, che dalle reciproche differenze cerca una soluzione alle difficoltà di convivenza dettate da mancate politiche migratorie e da leggi che non sono in grado di garantire i diritti esigibili ed umani delle persone.

E' innegabile il periodo di crisi che il nostro Paese sta attraversando e che, in queste condizioni, può essere difficile riuscire a pensare ad un concetto molto ampio e complesso come l' "inclusione", ma per poterlo rendere applicabile, fattibile e vivibile gli operatori sociali sono formati e proprio per questo, auspico che, i decisori politici, a tutti i livelli abbiano voglia confrontarsi con assistenti sociali, educatori, infermieri, psicologi, mediatori ed operatori interculturali e, che questi professionisti del sociale, siano in grado di interloquire.

Concludo l'articolo con le parole dell' Ambasciatore Swing “La migrazione non solo è inevitabile, ma è anche necessaria e desiderabile. Le società del Nord del mondo stanno invecchiando, mentre a Sud le popolazioni sono giovani  e in crescita. L’ascesa di sentimenti ostili nei confronti dei migranti rappresenta un crudele paradosso, in un momento storico in cui società che invecchiano hanno sempre più bisogno della migrazione per  poter continuare a creare lavoro.”

Lascio la brochure prodotta dall'OIM scaricabile in lingua inglese

Brochure giornata internazionale sito OIM (in inglese)

Chiara
.

giovedì 17 aprile 2014

"Emergenza" migranti...necessità di diritti

Voglio introdurre questo articolo con un passo di uno scritto di E. Kant "Per la pace perpetua", che ho anche inserito in un capitolo della mia tesi di Laurea:

"Il diritto cosmopolitico deve essere limitato
alle condizioni di un’universale ospitalità. 
Qui non si tratta di filantropia, ma di diritto, 
e quindi ospitalità significa il diritto di uno straniero 
che arriva sul territorio di uno Stato di non essere trattato ostilmente. 
Si tratta di un diritto di visita, spettante a tutti gli uomini, 
di entrare a fare parte della società in virtù del diritto comune 
al possesso della superficie della Terra, sulla quale, essendo sferica, 
gli uomini non possono disperdersi isolandosi all’infinito, 
ma devono da ultimo rassegnarsi ad incontrarsi ed a coesistere. 
Nessuno in origine ha maggior diritto di un altro 
ad una porzione determinata della Terra”.

Nuovamente "Le Iene", non voglio soffermarmi su di loro, ma su quello che hanno mostrato, forse, per alcuni troppo lontano!
Cliccando qui è possibile vedere il video del servizio trasmesso.

Parola chiave: Emergenza. A me, la parola emergenza richiama alla mente una situazione temporanea con carattere di eccezionalità, non una situazione che si ripete per molto tempo, perchè a questo punto, penso solo pensare che la parola "emergenza" sia utilizzata per fare scalpore e nulla di più.

In gioco ci sono persone, i diritti delle persone, di tutti.
Migranti ed abitanti del luogo dello sbarco, vogliamo ampliare lo sguardo? I diritti dei migranti, degli italiani, degli europei, dei cittadini di una mondo globalizzato e che si vanta di essere tale, senza aver tenuto conto delle conseguenze.
Altro dato che emerge dal servizio: comune di Augusta in dissesto finanziario, "non ci sono le risorse economiche": quindi se un comune è in dissesto finanziario come può offrire servizi adeguati sia ai propri cittadini che ai migranti sbarcati sulle sue coste?
Questo dato mi permette, però, di fare una riflessione più ampia: perchè i migranti vengono strumentalizzati durante le campagne elettorali, chi pro e chi contro, per poi dimenticarsi della loro esistenza quando il periodo di riflettori puntati si spegne.

Credo, dunque, che sia il caso di affrontare l'argomento con un pò più di acume e di attenzione verso le persone, ricordarsi i trattati firmati e che per anni abbiamo disatteso e non urlare "l'UE non fa niente", quando di risorse ne ha mandate, ma aspettava di vedere i risultati e questi sono stati - ogni volta - disattesi.

Vero che l'argomento mi tocca da vicino, ma dovrebbe toccare da vicino tutti.
Un paese che rispetta e tutela i diritti delle persone, tutela i diritti di ciascuno, migrante o autoctono, senza far grosse distinzioni.
Abbiamo fior fiore di esperti che ogni giorno, via web, grazie a saggi e testi, oppure come ospiti in trasmissioni televisive, spiegano come dovrebbero andare le cose, come dovrebbe funzionare il Paese e come andrebbero rispettate le leggi ed i tratti firmati, ma pare che tutto questo sia superfluo.

Vediamo solo il "diverso" nelle nostre strade e ci dà fastidio, ma non andiamo oltre, non ci chiediamo nè un "perchè" e nè cosa sia successo. Non ci chiediamo cosa hanno visto quegli occhi e quei piedi.Non ricordiamo il passato, quando in tempi non sospetti eravamo noi "i diversi", quelli che "rubavano il lavoro"...dalla storia non abbiamo - ancora - imparato nulla.

Mi domando, quindi, è possibile imparare dal presente?
Riflettere di più, pensare di più e pensare in un'ottica allargata, dove le persone vengono considerate come tali e non come ulteriori problemi a quelli già esistenti.

Chiara

lunedì 2 dicembre 2013

2 dicembre: giornata mondiale contro la schiavitù

Il 2 dicembre 1949 veniva approvata "Convenzione delle Nazioni Unite per la soppressione del traffico di persone e dello sfruttamento della prostituzione altrui".

Sono passati 60 anni, circa, e quello che trovo giusto chiedermi e chiedere è: qualcosa è cambiato? Se è cambiato, come? Sono stati fatti dei passi avanti? Verso quale direzione?

Apriamo, però, un giornale oppure accendiamo la tv sintonizzandola su un tg e cerchiamo di capire cosa accade sia lontano, che attorno a noi.
Notizia di poche ore fa: Primo dicembre, Prato 7 operai cinesi morti, 5 uomini e 2 donne.
Possiamo porci tutte le domande del caso, ma ho sentito nelle interviste del tg che i controlli nella zona pratese sono serrati, ma che il fenomeno delle fabbriche gestite da orientali, con gli operai che vivono in condizioni disumane è in continua espansione.

Che a Prato ci sia una forte presenza cinese lo sappiamo tutti, ed è per questo che le Forze dell'Ordine fanno controlli serrati, ma che non hanno però il potere di prevenire questi accadimenti. C'è un quadro di illegalità che non possiamo più far finta di non vedere, tanto è che il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, sostiene  "questa tragedia l'abbiamo sulla coscienza tutti. Occorre andare più a fondo nella denuncia della più grande concentrazione di lavoro nero in Italia. Siamo sotto la soglia dei diritti umani".

Di fronte a questa dichiarazione mi chiedo: è ancora il 2 dicembre, giornata contro la schiavitù?
Ed è solo questa la "schiavitù?"
Questi roghi, con i letti nelle fabbriche che diventano luoghi di morte, sono nuove forme di schiavitù?
E cos'altro può essere annoverato sotto la categoria schiavitù ai nostri giorni?

Ogni anno si riflette sull'argomento ed ogni anno le cose non cambiano, forse peggiorano.
Mi chiedo cosa possa essere fatto, sempre che, a questo punto qualcosa possa essere fatto.

Denunciare?
Prevenire?
Controllare?

Ogni azione compiuta in virtù della salvaguardia dei diritti umani è un'azione verso la giusta direzione!

Concludo con una canzone di Daniele Silvestri "Kunta Kinte":

«L'unico miracolo politico riuscito in questo secolo 
e avere fatto in modo che gli schiavi si parlassero 
si assomigliassero 
perché così faceva comodo per il mercato unico e libero. 

Però così succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono 
magari poi riconoscendosi 
succede che gli schiavi si organizzano 
e se si contano allora vincono.»

mercoledì 18 settembre 2013

Un pensiero fra i pensieri....

...che poi io rifletto, penso, mi danno l'anima, mi cruccio, rido e sorrido, a volte mi do per sconfitta ed altre, invece, mi sento sulla rotta precisa con vento a favore.

Spesso mi interrogo sul perchè di determinate scelte, mi rispondo perchè è giusto che io mi dia una risposta e non fugga da me stessa.
Quando invece non mi faccio domande le risposte mi cadono fra le mani e trovano un giaciglio sicuro.

Le risposte sono tante:
"Se salgo sulla sedia posso raggiungere la tua altitezza!" (un bambino durante una meravigliosa estate)

"Chiara, ti prego non mi dire che sei rimasta senza lavoro, hai fatto così tanto per noi, adesso noi che cosa facciamo per te?" (pochi giorni fa, fuori da un supermercato due ragazzi del CPPA di Biella)

"Potresti lasciarmi il tuo numero di telefono perchè anche solo sentire una voce mi tranquillizza" (la signora anziana che seguo da qualche tempo)

"Chiara, ma secondo te, io sarò mai normale??" (domanda che mi fece un ragazzo con disabilità a seguito di un piccolo incidente durante la preparazione di un panino)

"Perchè qui dentro si vive di merda, ma siamo qui e non dobbiamo mangiare solo la torta, ma guardare anche la ciliegina e ci dobbiamo impegnare!" (Un ragazzo tossicodipendente durante una riunione ospiti-operatori)

"Chiara di giorno e Chiara di notte!" ("Non fa una piega!" un ragazzo in comunità psichiatrica).

"Leggo il tuo blog, ed anche se sono solo a metà tirocinio e vorrei mollare, punto alla meta!" (una studente universitaria durante il suo tirocinio)

E tante altre risposte, che, quasi ogni giorno mi ricordano il "perchè" della mia scelta e del mio credere in quella scelta.
Mi sono illusa, ho idealizzato, sono caduta ed ho elaborato l'illusione e la delusione, ma sempre qui, sempre sul pezzo, perchè perdere di vista i nostri obiettivi e non credere più nelle nostre scelte....è come fare autogoal!

mercoledì 27 marzo 2013

"Ho fatto degli errori e adesso devo pagare"

Lunedì sera presso il Centro di Prima e Pronta Accoglienza.
La vita scorre e non c'è silenzio.
C'è sicuramente fame e l'attesa di ricevere qualcosa di caldo che sfami e riscaldi.
Ci sono persone, tutte diverse, con e sulle spalle un bagaglio culturale e di vita che non è facile immaginare.
Sorridono, ringraziano, sperano, cercano un contatto oppure hanno voglia di stare soli nel "loro" letto ed attendere che arrivi il mattino successivo, il faticoso mattino successivo.
Credo sia difficile "mettersi nei loro panni" nonostante tutti gli sforzi possibili., a volte non è possibile comprendere appieno il vissuto altrui, per il semplice fatto che noi non l'abbiamo vissuto e risulta essere così distante da quelle che sono la nostra esperienza e la nostra cultura.
Quando, però, scattano il bisogno ed il desiderio di parlare con qualcuno di cui ti fidi, avere qualcuno che sia in grado di ascoltare, di capire e di accettare credo possa colmare quella impossibilità di calarsi nei panni di altri.

Così è stato, alle 22 passate, dopo aver mangiato e fumato una sigaretta quel desiderio è emerso. Io, lo devo ammettere, ero stanca, ero assonnata, avevo anche un discreto dolore fisico, ma ero lì per mia scelta e lì volevo e dovevo essere. Si chiama responsabilità. 
Ho aperto prima di tutto il cuore, poi il cervello e ho spento il mio essere assonnata e dolorante, c'è chi aveva bisogno di me, ed io non potevo tirarmi indietro.
Una mezz'ora e forse più di racconto di vita, di parole sussurrate perchè lo spazio è piccolo e di movimenti eloquenti delle mani. Tempo trascorso a spiegarmi perchè lui si trova qui e cosa gli è accaduto prima, ha risposto alle mie domande ed io ho risposto ai suoi interrogativi.
Eravamo occhi negli occhi, un sottile profumo di rosa rossa ed una lezione di vita.
"Ho commesso degli errori ed ora è giusto che io paghi" mi ha detto in un italiano sdentato. 
Che poi a pensarci bene non sono errori perchè non hanno causato del male a nessuno, sono scelte di vita come lasciare il suo paese e la sua famiglia in seguito ad una situazione fin troppo dolorosa, lavorare in un paese estero per racimolare qualche soldo e non tenersi tutto per sè, ma aiutare chi aveva bisogno e trovarsi ora senza risparmi e "nessuno che mi aiuta adesso che sono io in difficoltà" ed infine rifiutare di iniziare una relazione perchè non "ho un lavoro, non ho una casa, non ho certezze".

Questo io lo chiamo essere consapevoli e non aver commesso errori.
Lo definisco essere maturi al punto tale di condividere con un'estranea - in fondo è quello che sono - 30 e più anni di vita.
La vivo come una lezione di vita; e forse è anche questo il bello del nostro lavoro. 
Ascoltare tante storie e tante voci che, in un modo od in un altro, qualcosa lasciano.
Non credo sia un lavoro a senso unico, non siamo un computer ma persone che vivono, sentono e percepiscono e da questo, ogni, volta dobbiamo farne un punto di partenza.

E quella sera sono tornata a casa con la mia rosa rossa, che adesso è a "testa" in giù a seccare e la metterò insieme agli fiori che, dopo essere seccati, mi ricordano una persona od una vicenda, come quella margherita colta in un anonimo prato di una fin troppo conosciuta città...

Chiara

mercoledì 28 novembre 2012

"Ora che ho mangiato...sono felice"

E di fronte a queste parole, che dire d'altro?

"No, perchè sai, quando hai fame e mangi, poi sei soddisfatto" mi dice in un italiano sdentato, toccandosi la pancia che poc'anzi ha potuto riempire.
"Ohhh ma lo credo!" e gli sorrido, sperando che prosegua nel suo discorso, interessante senz'altro.
"Perchè se non mangi, non stai bene, se mangi poi è tutto a posto!" ed ora è lui a sorridere.
"Ma ti credo U., ti credo, lo so bene! Hai visto che, anche io, appena arrivata, ho mangiato...quindi posso capire ciò che dici! Persino Maslow ti darebbe ragione!" mi lascio andare e lui non capisce e non voglio neanche che capisca, è un momento tutto mio con quel ragazzo dalla pelle che mi ricorda il cioccolato al latte.

La discussione scema quando anche altri decidono che, nel corridoio che separa il refettorio dall'entrata, possono intrattenersi con noi. E certamente possono.
Pare un momento di pura normalità, e normale lo è.
Al dormitorio pubblico, ma tutto è normale. Sembriamo persone che si sono incontrate, per caso, in mezzo alla strada, ed amabilmente conversano. Certo la lingua a volte è la nostra difficoltà, ma fra una risata per una parola italiana troppo difficile ed un incoraggiamento: «Say in english!"» una bella mezz'ora l'abbiamo trascorsa normalmente, dimenticando - forse - le difficoltà della vita.

La fame, che se messa a tacere "ti rende felice";
Il freddo, che se placato "evita che io abbia la voce nasale";
La casa, che non è tua, che non è mia, è di tutti. "A volte non sto bene qui";
La compagnia, è variegata ed eterogenea e, forzata. "Chiara guardati attorno, quando ci sei tu noi sorridiamo!";
La famiglia, lontana, "Hai visto mia figlia? Ho la fotografia qui!";
Il lavoro, che non c'è "ma spero arrivi qualcosa";

Ed ora che ho mangiato sono felice!

Chiara

domenica 11 novembre 2012

Una delle (tante) difficoltà della vita

Fare diverse esperienze permette di poter venire a contatto con realtà e situazioni, che, nella maggior parte dei casi, sono molto lontane da noi.

Questa io la chiamo "condivisione", lo chiamo "confronto" e "scambio". Sicuramente un arricchimento.

In questi giorni mi sono trovata a riflettere su quanto possa essere difficile e complicato non conoscere la lingua del paese nel quale si soggiorna, ed ancor peggio, non avere neanche la possibilità di esprimersi in seguito ad una malattia che è andata a ledere l'area del cervello adibita al linguaggio.
Ovvio è che oltre alla riflessione ed all'immaginazione non posso andare, poichè io vivo in Italia e conosco la mia lingua e soprattutto non ho alcun impedimento, sia nello scritto che nella lingua parlata.
Sono questi i casi in cui credo non si possa parlare di empatia, penso sia solo possibile avere tanta pazienza ed accogliere nella maniera più dolce ed educata possibile chi non è in grado di avere una relazione verbale con noi.

Mi sono posta diverse domande:
- come può stare questa persona che, con gli occhi, mi trasmette tutto quello che può ed io, con gli occhi e la mia lingua, tento di spiegargli che non riesco in nessun modo a comprenderlo?
- il mio approccio è quello corretto?
- cosa è possibile fare per questa persona, quando anche la presenza di un mediatore è risultata fallimentare?
- quando anche i simboli non vengono in aiuto, perchè i "codici" utilizzati sono diversi e non è possibile nè conferma nè smentita, cosa si può fare?
- cosa passa per la testa di questa persona che è immersa nel nostro mondo ma, ne è uno spettatore non pagante?
- quando cerca di essere parte attiva di una conversazione, ed è evidente che sta imitando i nostri gesti e la nostra mimica, come si sente? Ed io, che lo rendo partecipe, faccio bene?

Come sempre ho tante domande che derivano dalle mie esperienze professionali e non ho mai risposte. Cerco il confronto con chi ne abbia voglia.
Mi pongo domande perchè chi lavora con e per le persone non può non interrogarsi, cerco il confronto perchè credo sia una strategia utile e produttiva.

Chiara

giovedì 1 novembre 2012

Presentazione del XXII dossier immigrazione Caritas / Migrantes


Anche quest’anno è stato presentato il dossier nazionale sull’immigrazione redatto da Caritas e Migrantes.
Il messaggio che il dossier statistico ha voluto divulgare è “Non solo numeri” in quanto dietro a questi ultimi, ossia i numeri, che come vedremo successivamente, sono in aumento, vi sono vicende personali, storie di vita e la dignità umana.
E’ oramai assodato che la migrazione sia un fenomeno sfaccettato e come sia impossibile conoscerlo appieno, poiché è in costante cambiamento (come ad esempio i paesi di provenienza ed arrivo, le modalità), ma questo non deve impedire di ricordare quanto sia importante conoscere chi emigra, le motivazioni e per questo motivo, non considerare l’immigrazione un avvenimento, esclusivamente, oggettivo.
Per questi motivi non è più possibile parlare di immigrazione come un’ “emergenza”, come un fatto sporadico, anzi le previsioni ed i dati confermano quanto sia un fenomeno destinato a proseguire, importante dunque non generalizzare qualora si voglia parlare di “migrazioni” e soprattutto non avere un atteggiamento mentale pre – giudizievole (ad esempio il 60% degli italiani non sposerebbe uno straniero). Al fine di evitare questo sarebbe auspicabile una grande forza sociale che promuova una realtà in grado di accogliere e di produrre cambiamenti, anche a livello legislativo.

Per poter comprendere meglio il fenomeno è bene dare uno sguardo ai dati che il 22° rapporto della Caritas Migrantes ha fornito:
• 214 milioni i migranti nel mondo
• 33 milioni in Europa (nel 2010)
• 5 milioni in Italia (nel 2011)
• Dal 1999, i migranti, sono aumentati di 10 volte
• 7, 4 miliardi di rimesse (somme di denaro inviate nei paesi di origine) nonostante la crisi mondiale
• 34117 richieste di asilo presentate in Italia
• 7155 richieste di asilo accolte in Italia
• 5 milioni di persone straniere regolarmente presenti in Italia di cui 1 su 7 nato in Italia (nel 2011 l’Istat ha affermato come sia positivo il saldo di nascite fra i migranti e negativo quello degli italiani)
• Circa 7700 presenze dei CIE
• Circa 8000 respinti
• Circa 16000 rimpatri
• Circa 21000 non ottemperanti
• Circa il 30 % delle presenze (In Italia) è di cittadini comunitari
• Circa il 24 % delle presenze (In Italia)  è di cittadini non comunitari
• Circa il 22 % delle presenze (In Italia)  è di origine Africana
• Circa il 18 % delle presenze (In Italia)  è di origine Asiatica
• Circa l’8% delle presenze (In Italia)  è di origine Americana
• 2,5 milioni sono gli occupati migranti presenti nel nostro paese (l’85 % è occupato nel settore dell’assistenza, il 33 % nel settore dell’edilizia ed il 10 % nel settore infermieristico)
• Tasso di disoccupazione è del 12 % a fronte del 8% italiano
• Il bilancio costi / benefici è di 1, 7 miliardi di euro

A fronte di questi numeri è bene porre in essere sia una riflessione personale che, a livello più esteso, sociale.
Va ribadita l’importanza del non discriminare,  del non giudicare a priori e del non generalizzare e per questo motivo sarebbero utili iniziative di accoglienza e procedure di pari opportunità (vedesi il costo del permesso di soggiorno – circa 80€ - mentre la carta dì identità cartacea costa 5€), sarebbe auspicabile che venissero semplificate le procedure burocratiche, che ci fosse un recupero del sommerso (lavoro nero), che a livello politico ci fosse una programmazione adeguata dei flussi ed infine, che ci fosse un’apertura maggiore alla libertà di religione.
E’ importante ricordare, al termine di queste riflessioni, come l’Italia abbia un fragile sistema di accoglienza tant’è che il Tribunale di Stoccarda con sentenza del 12 luglio 2012 ha ritenuto «illegittimo rimandare in Italia un richiedente asilo, registrato inizialmente nel nostro paese, adducendo come motivazione il rischio di ricevere un “trattamento disumano e degradante”».
Siamo un popolo storicamente migrante, per questo motivo dovremmo ben comprendere l’importanza di un cambiamento a livello culturale che sia più inclusivo ed accogliente, senza dimenticare però le reciproche differenze che, stante quello che si potrebbe pensare, arricchiscono il nostro bagaglio culturale personale e ci permettono di confrontarci con quello definito “diverso”.

Chiara

lunedì 12 dicembre 2011

E' tutta questione di "pelle"?



"Ma tu non sei come gli altri, sei nera!"
Affermazione aberrante, che diventa ancora più ripugnante se a pronunciarla è un'insegnante di una scuola media.
Un elaborato di geografia che se scritto da una ragazzina "bianca" vale 9, se scritta da una ragazzina "nera" merita un 7.
Il fatto è emerso grazie alla bambina che, tornando a casa, ha raccontato alla mamma quello che è accaduto. La mamma non s'è tirata indietro, ha chiesto spiegazioni e persino la classe di alunni ha confermato quelle parole.
E non è la prima volta, poichè la donna di 40 anni, prima insegnava anche italiano e storia, le rimaneva solo la geografia e chissà adesso?

Non è stato preso nessun provvedimento disciplinare, ma non sta a me / noi giudicare ed infliggere pene, ma è doverosa una riflessione.
Da anni, da secoli si lotta contro ogni forma di razzismo, gruppi, denunce, battaglie e persino Tesi di Laurea (compresa la mia) ma, sembra che ancora nulla sia cambiato.

Si fa una questione di pelle, di colore e di diversità. 
Ma chi sono io per poter definire l'altro..."diverso"?? 
Una canzone faceva così "abbiamo due braccia, due mani ,due gambe, due piedi, due orecchie ed un solo cervello" quindi, dove sta tutta questa diversità?
Certo abbiamo culture differenti che ci formano, ma è questo il bello, condividere le proprie origini e capire meglio gli altri.

Questo messaggio dovrebbe essere un motto per tutti coloro i quali lavorano nel sociale, nel campo dell'educazione e della sanità.
Interculturalità è la parola chiave, non possiamo fare finta di nulla.

"I soggetti "mancanti" della società. La diversità come valore e principio nella prospettiva interculturale"

Chiara

Un grazie a Daniele Silvestri e la sua "Le cose che abbiamo in comune".

lunedì 5 dicembre 2011

2 Dicembre giornata internazionale per l'abolizione della schiavitù


Conto quanti anelli mi dividono 
dai piedi di quelli avanti che mi guidano 
vedi sono quanti quelli che mi legano 
agli altrettanti piedi che mi seguono 


"Kunta Kinte" - Daniele Silvestri




Questa giornata ricorda l'approvazione della Convenzione sulla soppressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione altrui. Era il 1949.
Cos'è cambiato nel corso degli anni? 
Ha trovato applicazione questa convenzione?
Che forme ha la schiavitù?
Che è schiavo? E chi è il padrone? E perchè?

Non voglio dare risposte a queste domande, vorrei che stimolassero pensieri sociali.
E' sicuramente un fenomeno complesso che "abbraccia" donne, bambini, uomini, migranti e diversi campi dalla vendita di organi alla prostituzione.
Non voglio dilungarmi oltre, concludo questo mio breve articolo con le parole di Ban Ki Moon: "La schiavitù è una piaga che ancora non è stata estirpata nel mondo".

Chiara

giovedì 1 dicembre 2011

Il "mio" treno interculturale

E chi lo ha detto che l'Italia non è un paese "multiculturale"?
E chi lo ha detto che l'Italia resta tale perchè dev'essere "abitata" da soli italiani?

..basta fare un viaggio su un treno ed accorgersi dell'esplosione di colori e di voci, diverse ma nello stesso tempo uniche.
Lineamenti di visi particolari, voci che possono sembrare simili ed invece sono di paesi diversi.
Vedere il bimbo di una mamma egiziana che vuole giocare con te senza che lei si tiri indietro.

A ben vedere, le esperienze concrete mostrano la verità dei fatti, l'Italia è multiculturale, l'Italia è intercluturale e l'Italia è colorata.
Questi colori devono farci paura? Assolutamente no, il "diverso" deve incutere timore e diffidenza? No!
Un ragazzo di cui non so la nazionalità, fermi in stazione, solo perchè gli ho controllato il bagaglio voleva offrirmi un caffè. Non ho pensato al peggio, ho pensato alla gentilezza del suo sorriso quando non ho accettato per paura di perdere il treno. E mi ha fatto anche salire prima di lui.

Sì, siamo interculturali, siamo immersi nel "melting pot" e chi lo nega non vuole vedere nè sentire e spesso non s'accorge di quanto perde ogni giorno.

Voglio autocitarmi nuovamente "La diversità come valori e principio nella prospettiva interculturale".
Un'occhio al "diverso" per crescere dentro...abbiamo voluto la globalizzazione, dobbiamo saperla gestire, senza colpevolizzare.

giovedì 24 novembre 2011

Melting pot oppure totale chiusura?

Ieri il Presidente della Repubblica ha detto: " Chi nasce in territorio italiano, deve avere cittadinanza italiana".
Nella mia tesi, sostenendo l'intercultura, ho voluto sottolineare quanto la diversità sia un valore e non di certo uno svantaggio.
Ho sostenuto ancora che il 10% del PIL è prodotto dai migranti, che il calo delle nascite è controbilanciato dai bimbi nati da famiglie migranti e che, questa "melting pot", sicuramente non ci nuoce.
I confini degli Stati non devono essere barriere, così come il colore della pelle, così la religione e così la lingua. Sono tutte differenze che rendono unici gli esseri umani, sono diversità che potrebbero portarci ad una crescita personale, in primis.

Perchè non riconoscere cittadino italiano un bimbo che nasce qui e che probabilmente crescerà e vivrà qui in Italia.
Obiezioni che ho sentito sono: ma loro qui fanno quello che vogliono, noi se andiamo là siamo stranieri.
La mia risposta è stata: noi viviamo qui, e al nostro paese ed è alla nostra civiltà che dobbiamo pensare. Da qualche parte il cambiamento deve avvenire, e chi lo sà, magari il mondo di domani sarà più tollerante e più propenso, non solo all'integrazione, ma all'inclusione.

Chiara