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domenica 25 novembre 2018

Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne - 25 novembre



Istituita il 7 dicembre 1999 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si celebra il 25 novembre di ogni anno, ma perché? Non è una data a caso, ricorre l'uccisione di tre donne, tre sorelle, della Repubblica Domenicana; attiviste politiche. Era il 1960.

L'Istat, grazie alle sue ricerche, ci aiuta a "dare i numeri" del fenomeno (leggi qui), il Ministro della Giustizia Bonafede ricorda che: «A luglio scorso erano già 130 i femminicidi registrati nei 12 mesi precedenti. Purtroppo si è a una media di 150 l'anno, quasi uno ogni due giorni».

Sebbene sia condannabile ogni qual tipo di violenza, oggi ci si concentra su quella perpetrata contro le donne che ha mille sfaccettature, che non è semplice da affrontare, che non sempre viene riconosciuta e che - spesso - sfocia in un omicidio (come ricorda il Ministro) con conseguenze da non sottovalutare.

Nel 2011 è nata la Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. Si tratta di uno strumento che vincola giuridicamente gli Stati in materia. L'Italia ha ratificato la Convenzione nel giugno 2013. Lo Stato italiano, inoltre, ha introdotto nel 2009 la legge antistalking e varato, un’altra normativa (legge 15 ottobre 2013, n. 119) che rende penalmente più incisivi i reati di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e atti persecutori. 
In Italia, dal 2006, è attivo il numero 1522 (presso la Presidenza del Consiglio e delle Pari Opportunità), operativo 24 ore su 24, disponibile in diverse lingue.

Questi sono i "numeri", ma è doveroso ricordare che dietro a ciascun numero ci sono storie, ci sono persone, ci sono vittime - talvolta impotenti -, e ci sono conseguenze.
In questi ultimi giorni mi sono imbattuta in una di queste storie e mi sono scontrata con le mie difficoltà. Mi domandavo "perché??", "com'è possibile??", sentire alcune frasi mi faceva innervosire e sentire così inutile. Nonostante cercassi di capire e far capire che l'amore è un'altra cosa, che le possibilità date in passato non sono servite, che la tutela e la protezione si dimostrano in altre maniere, qualcosa dentro mi logorava.
Ho sudato e tanto, ho faticato e tanto. 

Mi è tornata in mente un'immagine dove la protagonista ero io. Chi aveva subito ero io, ma solo grazia a mia mamma e alla mia migliore amica di allora (avevo circa 16 anni) ho superato quanto era accaduto. Ricordo che per una settimana non ho voluto uscire di casa, ma non era giusto. Ora so che non era giusto, ma all'epoca non lo sapevo, avevo solo paura e, forse, qualche senso di colpa.
Questi sono i sentimenti ed è con loro che, sia come professionista e come donna, devo far i conti e ci provo, tutti i giorni. Mi sono ripromessa di andare a far un corso per comprendere meglio dinamiche, quale tipo di lavoro svolgere a supporto e protezione, come interagire con chi ha subito e con gli autori di violenza. 

Credo sia necessario lavorare ancora di più sul fronte sociale e culturale. Tanto è stato fatto, ma non è sufficiente; il lavoro da portare avanti, a mio parere, parte "da piccoli" nelle scuole e riesce ad agganciare tutti gli ambiti di vita dell'individuo.

Ritengo sia necessario sensibilizzare la cittadinanza ed educarsi ad uno stile di vita meno violento, dove i diritti sono riconosciuti, dove la parità di genere è una normalità e non una conquista (l'ennesima) da difendere con le unghie e con i denti. 

E' necessario un cambiamento affinché il numero di vittime diminuisca sempre più, affinché si possa parlare di convivenza ed di una società civile e matura....consapevole.

Chiara


domenica 14 gennaio 2018

"Imparare a pensare a quello che pensiamo per fare ordine dentro" [Cit. Prof.ssa Luigina Mortari]

Di recente ho partecipato ad un ciclo di incontri il cui tema era "la cura".
Ho desiderato fortemente non perdere quello tenuto dalla Prof.ssa Luigina Mortari perchè sia a livello personale che professionale "mi prendo cura".

Quel pomeriggio, insieme a lei, abbiamo riflettuto sulla differenza fra "Iatrike" e "Therapeia" lemmi che derivano dal greco antico ma che, ancora oggi, devono e possono farci pensare. (In inglese la differenza la si può ricercare in  To Cure e To Care).

Io, banalizzando, traduco con: "c'è cura e cura". Esaurire così il pensiero, però, sarebbe troppo facile, ecco che è giusto che mi ri-allacci a Iatrike e Therapeia per approfondire la differenza delle azioni terapeutiche.

Iatrike è intesa come l'azione del medico che pone rimedio alla malattia del corpo, ovvero avere cura degli altri come "corpo" e permettere a quest'ultimo di ritrovare equilibrio, mentre la  Therapiea è intesa come la cura dell'anima, la Therapeia tiene in considerazione contemporaneamente la dimensione spirituale dell'uomo sia quella più concreta, il corpo.

Questo, però, è sufficiente? 

Si può andare anche oltre con Epimeleia parola del greco antico che sta a indicare l'azione di cura che coltiva l’"essere" per farlo fiorire. Epimeleia è la risposta che viene data al bisogno di orizzonti di senso, così come ci dice la Prof. Mortari: "aver cura di sé per disegnare di senso la trama del proprio tempo, significa consentire all’essere di nascere all’esistenza".

Platone (Repubblica I, 241e) ci ricorda che l'essere umano (il nostro corpo) è vulnerabile e può "incepparsi" e va, quindi, curato, ma in tutte le forme dalle cura, compresa Epimelia, così come faceva Socrate; il filosofo curava l'anima, ovvero faceva fiorire l'essere dell'altro. In altri termini? Socrate non insegnava, ma educava
Educare equivale ad aver cura delle persone, che possano sviluppare la loro l'umanità.

Come "esseri umani" nasciamo con la preoccupazione di esistere (la Prof. Mortari ricorda che: "si nasce appesantiti dalla preoccupazione di esistere"), il peso di "esserci". Noi siamo "problemi "perché ci interpelliamo sul senso delle cose. 

Che cosa bisogna fare, quindi, per dare senso alla vita?

La risposta nuovamente la dà la Prof. Mortari quando dice: "Senza la cura di me io non posso realizzare me stesso, la vita è fatta di tempo e la peggior cosa è l'incuria del tempo che passa!"


Chi "cura" (nel senso più ampio del termine) è capace di attenzione verso l'altro, ha senso di responsabilità e prova compassione, ovvero "sente" il dolore dell'altro senza esserne indifferente. Questo concetto rimanda ad un tema molto caro ai professionisti della cura e dell'aiuto quello dell' "Empatia". Provare empatia significa capire con la mente come l'altro si sente, profondamente, senza  però farsi invadere, diversamente esauriremmo lo spazio a nostra disposizione e ci bruceremmo!


Quando ci si prende "cura" di una persona non bisogna limitarsi alla semplice medicina, oppure alle cure naturali, è importante ricordarsi che anche le parole sono importanti, perché siamo esseri pensanti ed ogni parte del nostro corpo va in ugual modo "curata", in egual misura deve avere attenzione.  Suggerisco a tal proposito "Le parole della cura" di U. Curi
Il caro e buon vecchio Franco Battiato tutto questo lo aveva capito bene quando compose "La cura"

"Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,
Dalle ossessioni delle tue manie"


mercoledì 17 febbraio 2016

"Ciao Scuola sono il Servizio Sociale, mi presento"

"Si è professionisti quando si agisce in scienza e coscienza"

Ho detto questa frase durante un incontro con un gruppo di professori di una scuola secondaria di primo grado, da quel giorno penso e ri-penso a quella frase ed a quelle due ore trascorse insieme a loro. Quel lasso di tempo mi ha davvero arricchito, ma sul momento i sentimenti e le emozioni che provavo erano contrastanti.

Sono fermamente convinta che la Scuola ed il Servizio Sociale debbano lavorare in integrazione, in sinergia e collaborare, ma tutto ciò non è possibile se prima non c'è nè una reciproca conoscenza dei rispettivi ruoli, nè la convinzione che il lavoro in rete possa essere una valida strategia operativa ed un modus operandi.

All' incontro, che come Servizio abbiamo organizzato, erano presenti almeno una decina di professori che, a prima vista, sembravano scarsamente interessati e da alcune domande fatte anche "prevenuti" nei confronti del Servizio Sociale. 
Noi operatori abbiamo proseguito cercando di non farci demoralizzare, ma accogliendo le loro perplessità e cercando di sottolineare l'importanza della collaborazione.
La domanda che ha scatenato poi un dibattito interessante e, per me, arricchente è stata: "ma fattivamente cosa fa il Servizio Sociale?"

Farsi conoscere e far conoscere, avvicinarsi e non restare "nell'ombra" e nel limbo del "loro devono saperlo" o ancora "sicuramente loro lo sanno". 

In un convegno di recente la Prof.ssa E. Allegri ha detto: "apriamo la finestra" e la trovo una bellissima metafora! Apriamo la finestra facciamo entrare e proviamo ad uscire ed a far uscire.

Noi Assistenti Sociali dobbiamo far entrare chi non conosce il Servizio Sociale e mostrarlo, farci comprendere e rendere il nostro operato il più chiaro e limpido possibile, spiegare le nostre azioni ed i nostri pensieri.
Facciamo entrare i dubbi, ma ragioniamo insieme a chi li porta.

Usciamo e andiamo verso quei "territori" dove è fondamentale esplorare, avviciniamoci con spirito di reciproco scambio.

Al termine dell'incontro si è avvicinata un'insegnate che mi ha voluto raccontare una sua esperienza in una classe di 20 ragazzi: "non sapevo come fare, io insegno scienze ed il problema che stava vivendo quel ragazzo di emarginazione e di prese in giro continue in qualche modo lo dovevo affrontare". Ha utilizzato la scienza per passare ai ragazzi un messaggio fondamentale e mi ha chiesto, inoltre, se una situazione come quella che mi aveva esplicitato poteva essere un'occasione per chiedere una consulenza al Servizio Sociale ed avere un confronto o strategie comuni.

Un passo avanti reciproco...verso l'altro, concluso con un "grazie".

martedì 27 maggio 2014

Apprendere dall'esperienza...quanto è vero

La parola "esperienza" si sente e si legge spesso.
Negli annunci e nei colloqui di lavoro, nei discorsi di tutti i giorni con gli amici e con la propria famiglia, in televisione...è una di quelle parole che richiama alla mente diverse immagini e, forse, anche un tocco di amarezza quando, questa, manca.

Spesso mi sono sentita carente, e mi hanno detto di essere mancante sotto questo punto di vista, ma quando c'è l'occasione, è bene sfruttarla.

Quest'oggi si è conclusa un'esperienza per me, altamente formativa, sia dal lato umano, che sul lato professionale.

E' iniziata con le parole della mia responsabile di servizio: "Chiara, sarai tu in prima linea".
Ero supervisore, in una casa di riposo, di un ragazzo di 17 anni con ritardo mentale lieve, con deficit di attenzione associato a problematiche comportamentali ed emotive.
Quando l'ho conosciuto ero sia emozionata sia pensierosa, conscia della responsabilità che mi stavano dando.
Non potevo e non volevo deludere nessuno, in primis questo ragazzo.

Situazione di partenza: non ero mai stata in casa di riposo, non ero mai stata supervisore e soprattutto c'ero solo io per me, le risorse non permettevano nulla di più.
Proseguendo: costruire la relazione con il ragazzo giorno per giorno, inserimento all'interno della struttura, definizione e condivisione del progetto, sviluppo del progetto con raggiungimento degli obiettivi ed infine, partecipazione al gruppo di lavoro in neuro psichiatria infantile.

Scritto così, forse, può sembrare poco, ma così non è stato.
Ora, però, al termine di questi mesi di lavoro, sono certa di essere più ricca e soddisfatta del lavoro che ho svolto.
Ho visto questo ragazzo crescere, superare ostacoli più grandi di lui, l'ho visto cadere e rialzarsi senza darsi per vinto, l'ho visto superare la timidezza ed avvicinarsi piano piano agli ospiti della casa di riposo, ho visto il suo timore diventare un sorriso sincero quando qualcuno lo ringraziava o gli faceva qualche complimento.
Il percorso, però, non è stato solo suo, sono cresciuta anche io, ho affrontato nuovi ambienti, nuove sfide e quando non potevo far altro che contare su me stessa, mi sono data fiducia.

Il viaggio affrontato è stato, come tutti i viaggi, faticoso, con tappe intermedie difficoltose, ma avevamo entrambe mete definite, sapevamo i nostri obiettivi e li abbiamo raggiunti.
Non nego le difficoltà e la mancanza di un confronto oppure di un supervisore a mia volta, ma adesso il mio bagaglio esperienziale è più grande e sono riconoscente, a chi, ha deciso di farmi fare questa esperienza di lavoro e di vita.

Situazione finale: obiettivi raggiunti, soddisfazione del gruppo di lavoro e le parole della Neuro Psichiatra Infantile: «I risultati si vedono e sicuramente interrompere un percorso quando si ottengono queste soddisfazioni è sempre un dispiacere».

Ora, questo ragazzo, dovrà affrontare nuovi ostacoli, da solo, non avrà più una supervisione, ma spero che tutti i passi compiuti insieme, tutte le parole fatte, i momenti di stop e riflessione ed i momenti di "corsa" gli siano utili per dare il massimo in futuro.

Chiara


martedì 4 marzo 2014

Una giornata diversa: invertiamo i ruoli - Parte II

Questa estate, in agosto, ho scritto questo post: http://pensierisocialidichiarabiraghi.blogspot.it/2013/08/una-giornata-diversa-invertiamo-i-ruoli.html
Un pò per gioco, un pò per caso ed un pò perchè mi piacciono le novità quella mattina di agosto con alcuni bambini abbiamo sperimentato lo scambio di ruolo.
Non era programmato e non c'è stato un lavoro dietro ma, essendo piaciuto ed avendolo trovato utile. con una mia collega abbiamo deciso di farlo un pò più strutturato.

Al mattino una parte più riflessiva ed al pomeriggio lo scambio - vero e proprio - di ruoli.

Per la mattinata, quindi, ho pensato di fare un lavoro centrato proprio sul significato di "ruolo".
Questo il ragionamento che ho fatto insieme ai bambini, con un pò di fatica ed un pò di ironia.

"Ci svegliamo la mattina ed inizia il nostro spettacolo, quante situazioni viviamo? In quanti posti andiamo? Quante cose facciamo? E quante persone incontriamo?
Ogni volta che incontriamo qualcuno, quando andiamo a scuola, quando andiamo all'allenamento, quando andiamo a pranzo dai nonni, quando ci troviamo qui tutti insieme, tutti noi, è come se stessimo recitando per uno spettacolo. Non siamo sul palco, viviamo la nostra vita, ma ognuno di noi ha un ruolo ben preciso.
Però, io vi chiedo, interpretiamo solo un ruolo?"


Alcune risposte sono state: "No" e la mia domanda, ovviamente è stata: "perchè".
Il più grande ha risposto "perchè è normale". La risposta mi è sembrata meravigliosa e mi ha aiutato a proseguire.
"Perchè è normale, vero, quindi, quando sono qui con voi è normale che io stia attenta a voi, al nostro gruppo e far in modo che voi stiate bene e che vi divertiate nei limiti delle nostre attività...ma ad esempio, la maestra o la professoressa cosa devono fare?"
"Sono cattive" dicono. Correggo dicendo "essere cattivi è un modo di essere, ma io ho chiesto che cosa devono fare?"
A questo punto la risposta è stata: "insegnare". Ho proseguito il discorso dicendo che ci sono caratteri diversi, ma che quella è un'altra storia che potremo affrontare un'altra volta.
"Ma..." chiedo, "Se l'insegnante vi cucinasse la pasta, l'allenatore vi insegnasse la matematica e vostra mamma vi facesse fare 10 giri dello stadio, cosa accadrebbe?"
"Sarebbe strano!" Certo, se prima era normale, adesso è strano!
"Questo "strano" lo possiamo chiamare "aspettativa" che significa: da una determinata persona che sa fare quel lavoro, oppure che ha una certa posizione anche nella nostra vita posso sapere oppure immaginare che avrà un certo comportamento e farà delle cose specifiche, insegnare, cucinare, coccolare, proteggere, educare, sgridare e premiare..."
Con l'aiuto dei miei fogli colorati ho steso sul pavimento: "ruolo / ruolo?" - "Aspettative" e ho continuato chiedendo loro di dirmi cosa si aspettavano da alcune figure e sono uscite parole: "Regole, responsabilità e divertimento".
Ho scritto, infine, su dei fogli alcune situazioni che loro ben conoscevano e ne abbiamo individuato ruoli ed aspettative. (Tengo a precisare, se guardate la foto, sotto la voce "famiglia" c'è: "cane e gatto", trovo che anche gli animali abbiano un ruolo nelle nostre vite" ed i bambini hanno apprezzato).

Difficile, a volte l'attenzione calava, ma il rumore di rotelline l'ho sentito ed io, come lo scorso agosto ho vissuto mondi meravigliosi.


Chiara

giovedì 13 febbraio 2014

Bulli....Cyberbulli e vittime. Cosa fare? Il mio pensiero "sociale"

Non ho una ricetta precisa e sicuramente non sarò io, con questo articolo ad arginare il fenomeno, ma desidero dire la mia, anche in base alle mie esperienze.

E' notizia recente il suicidio di una ragazza di 14 anni, e sono impressi nella memoria i gesti estremi di ragazzi giovani vittime del cyberbullismo.
Con cyberbullismo si intendono tutti quei comportamenti denigratori, maltrattanti o violenti, messi in atto da bambini o adolescenti, attraverso l'uso di mezzi tecnologici dai video su YouTube, agli insulti tramite social network, verso dei loro coetanei.
I tempi cambiano, ed ecco che anche il fenomeno del "bullismo" si evolve, adesso gli agiti di questi ragazzi pare abbiano più valore se ripresi con un telefonino e messi in rete.

I dati, come sempre, ci possono dare un aiuto e comprendere quanto sia importante comprendere il cyberbullismo e cercare strategie efficaci per poterlo contenere, ed evitare che giovani vite vengano spezzate.
In un convegno organizzato dal Ministero dell'Istruzione "Cyberbullismo e rischio devianza" è emerso che il 26% di ragazzi è vittima, mentre il 23,5% si definirebbe cyberbullo.

Non sono numeri rincuoranti ed è anche per questo che l'11 febbraio, a Milano, è stato organizzato "l'Internet School Day", in occasione dell'undicesima edizione del "Safer Internet Day". A questo evento hanno partecipato 800 ragazzi delle scuole medie con i loro insegnanti, ricevendo consigli utili su come utilizzare lo strumento internet, su come riconoscere e difendersi dal cyberbullismo.
 L'evento è stato organizzato dall'associazione "Cuore e Parole Onlus" associazione impegnata a prevenire il disagio e le dipendenze, promuovendo un sano stile di vita e laboratori per insegnanti e genitori.

A parer mio, oltre a queste utilissime iniziative, credo sia necessario se non fondamentale una riflessione un pò più ampia.
Sicuramente c'è una crisi di valori e principi molto marcata e questo comporta la degenerazioni di tanti comportamenti (e forse non solo fra i giovanissimi), ma accanto a questa crisi dei valori - che andrebbe affrontata per poter prendere coscienza di quello che si è perso -, credo sia importante stare coi giovani, saperci stare, aver voglia di stare con loro e soprattutto stare al loro passo.

Secondo le mie esperienza lavorative, che mi hanno e mi portano ad avere a che fare con bambini e giovani ragazzi, uno dei percorsi da seguire al fine di riuscire ad instaurare un buon rapporto con loro è quello di comprendere quel è il nostro ruolo, ed una volta compreso saperlo vestire, senza dimenticare però l'anno in cui siamo e che, i ragazzi, i giovani ed anche i bambini, oggi, corrono.
Per me, stare al loro passo, sapere quali sono gli argomenti di loro interesse, riuscire a sedermi ad un tavolo e parlare di cose che mai avrei creduto di conoscere è veramente importante.
Far capir loro che, non siamo adulti pronti solo a rimproverarli o a elogiarli, ma siamo anche in grado di riuscire a capire (o che comunque ci sforziamo) il loro universo.

La parole chiave sono ascolto e privacy.
Ascolto "sul momento" ed ascolto anche "successivo", quando siamo a casa e riflettiamo su quello che abbiamo fatto durante la giornata, su cosa potevamo fare meglio oppure non fare.
E' così che mi sono ritrovata ad ascoltare Fedez, è così che ho conosciuto i "flash" (e non è il super eroe) e tanti altri piccoli esempi.
Privacy, perchè di riservatezza ne hanno bisogno, e la riservatezza va a braccetto con la fiducia, la dobbiamo guadagnare, la dobbiamo anche sudare, magari urlando oppure scontrandoci, ma sempre allo scopo di costruire una relazione con loro e non muri.
Riportare quell'umanità che, a volte, viene a mancare.

E forse una sera, aprirete la vostra casella e-mail e troverete la pagella di un ragazzino che ha voglia di condividere con voi i suoi successi, senza che voi l'abbiate chiesto.

Chiara

lunedì 10 febbraio 2014

"Per fortuna, tu, vai a casa a dormire"...la conclusione di una serata

Queste righe le ho scritte qualche tempo fa, mai pubblicate, oggi dopo uno scambio interessante, credo sia necessario che vedano la luce!
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... e perchè sono così, se ieri è passato, ed oggi è oggi?
Tolte le mie elucubrazioni pseudo filosofico-temporali sull'oggi è oggi, sto così perchè oggi mi sento più stanca del previsto.
Sono così perchè ho consumato 90 di energia su 100 a disposizione.
Energia psichica, fisica, di cuore, di pancia.
In parte ci sono molte insoddisfazioni che fanno la loro parte, ma questo è un'altro discorso.
Ieri mi sono sentita nel posto sbagliato al momento sbagliato, anche se "per fortuna che c'eri tu".
Chi ha ragione?
Io che non dovevo essere lì, o per fortuna che ero lì?
Non posso non ringraziare un copri spigolo, perchè quell'uomo barcollava, rideva, soffriva, chiedeva sigarette, delirava, aveva le braccia segnate dagli aghi delle flebo dalle quali è scappato.
E cercava una mano, solo una mano.
I suoi discorsi, non li voglio quasi ricordare, quell'accento spagnolo, il suo secondo nome J., pure quello mi è arrivato tipo pugnale nello stomaco.
Quindi no, non è solo il suo sangue a fiotti che mi ha disturbato, non è solo il rumore di un corpo che cade, non è solo il caos generale di quel momento...è più olistica la visione del mondo, e così anche il mio sentire le mie emozioni. (è ridondante lo so, ma ci sta).
E poi il ragazzino tossicodipendente che tenta un contatto con me, gli guardo gli occhi azzurri, bellissimi, ma non posso non chiedermi che cosa ha fatto di male nella vita per essere lì con la madre che non lo vuole più. E mi chiede di sentire un tg, lo capisco, anche io voglio sentirlo, ma c'è un casino infernale. Non possiamo sentirlo, "ci leggiamo i sottotitoli, dai..."
E poi c'è chi mi dice che non ha una casa perchè ha perso il lavoro, o meglio ce l'ha ma è stato sfrattato. Mi dice che persone che fanno il mio lavoro gli hanno suggerito il dormitorio
E una signora che è lì accanto a noi, ci passa vicino e gli dice "ma trovati la morosa, no? "non posso, prima devo sistemare la mia vita, poi posso pensare alla morosa!"
Questo è essere maturi, questo è essere uomini...e ancora mi guarda e mi dice "e dove la potrei portare se mi chiedesse di andare a vedere un film a casa mia?"...ed io "te rispondi che non hai film, no?"...ha capito la battuta, ha riso, non ti dico quanto ha riso. Mi ha stupito quella risata, e me l'ha ripetuta con gesto annesso.
E poi sento odori e suoni...immagini...
Oggi non è oggi, ieri è oggi, ed oggi è ancora ieri.
l'ho scritto...ho vacillato ieri "quanto ancora sono in grado di farlo", tremavo ieri...eccome se tremavo "per fortuna che tu vai a casa a dormire"...

Tutti dovrebbero avere una casa, un letto, un film, una morosa...questo non mi fa stare tranquilla, questo mi bagna gli occhi e questo mi fa incazzare col mondo. Un mondo che non mi appartiene, straniera in terra straniera.

Chiara

domenica 9 febbraio 2014

Di una mattinata piena di emozioni...

Siamo umani e viviamo emozioni. Questo è assodato.

Siamo travolti dalle emozioni ad una festa, guardando un cielo stellato, quando ci pestano un piede, quando ci rispondono in maniera poco carina, al lavoro... Ogni momento della giornata siamo accompagnati da emozioni e sensazioni, sempre diverse, per tipologia ed intensità.
Quando siamo in famiglia, bè, abbiamo il nostro spazio e conosciamo il territorio in cui muoverci, quindi esprimerle non ci costa un grande sforzo, ma quando siamo sul lavoro?

Spesso sono stata investita da diverse emozioni, ho pianto, ho riso come se fossi davanti al regalo più bello, ho provato rabbia, paura e sicuramente gioia.
Altre volte, però, non bussa un'emozione sola, ne arrivano diverse tutte insieme e non c'è una ricetta pre confezionata che mi suggerisce come gestire quel momento così complesso.

Per esempio:

Mercoledì, lascio il posto di lavoro per un'ora (non per divertimento, ma per un colloquio con una struttura che avrebbe dovuto ospitare un ragazzo). So cosa ho lasciato, ma non sapevo cosa avrei ritrovato.
Lascio tranquillità e serenità, forse un pò di esuberanza, ma tutto nella "norma".

Al mio rientro ritrovo un ragazzo in lacrime, sconcertato, arrossato in viso e con accanto un foglio con poche righe scritte: "Non voglio più versare lacrime per chi mi vuole male, non è giusto star male per chi dovrebbe essere tuo amico".

Cosa può essere successo in un'ora di assenza?
Cosa può aver scatenato una reazione simile?

Io non ho potuto fare a meno di provare una morsa allo stomaco, sono umana e "sensibile".
Mi siedo accanto a lui, attendo qualche istante per rispettare il suo pianto e la sua respirazione, gli sguardi si incrociano, quegli sguardi che ti arrivano fino allo stomaco da quanto sono intensi.
Gli chiedo se vuole uscire per potermi parlare con più calma. Annuisce, ci alziamo, lui si asciuga le lacrime e cerca di tornare quello di sempre.
Entriamo in una stanza e gli chiedo se, ora, ha voglia di dirmi cosa sia successo..

Mi racconta che alcuni suoi amici hanno raccontato una storia falsa sul suo conto che questo lo ha ferito perchè tutti sanno che... "Io sono dell'altra sponda!"

Ecco il punto. Stiamo lavorando sulla sua omosessualità. Lui ne è consapevole e questo è già un punto di partenza. Per lui non c'è nulla di strano, per me non c'è nulla di strano, ma per gli amici no.
Mi racconta che non è la prima volta che viene preso di mira per questo motivo e che lui soffre per questo.

Quel momento era carico di tensione emotiva, io ho cercato di non ascoltare la pancia esclusivamente la mia "pancia", ma anche il cervello, essere razionale e riportare la calma. Una mezz'ora buona è passata e tutto è rientrato, salvo il dispiacere di aver provato un brutto mix di emozioni per via del suo essere.

"Sii te stesso senza paura, sarà difficile, ma non avrai mentito a te, M."

Quanto è difficile stare in questa società?
Perchè lottare ogni giorno per quello che si è?
A cosa può portare la sofferenza per la mancata accettazione?

Forse, il video qui sotto, può insegnarci qualcosa.




Chiara


venerdì 31 gennaio 2014

StreetStriit...di un pomeriggio prezioso a teatro


Alle ore 18 si spengono le luci e parte la musica.
Inizia la magia!
Cinque ragazze, musiche coinvolgenti, giochi di luci, una sola parola e bravura.
Questi gli ingredienti principali di "Street Striit" spettacolo teatrale che racconta la storia di cinque ragazze che vivono la loro vita e condividono sogni, speranze, momenti più seri ed altri più frivoli.



Cosa potrà minare questo equilibrio?

Una gravidanza inaspettata! 

Ed ecco che tutto cambia.
La nascita, i primi passi, la crescita di questa creatura porta cambiamenti e difficoltà. I sogni vengono messi in disparte perchè al centro del mondo c'è una nuova vita.

Come affrontare tutto questo?
Saranno pronte?
Quante saranno le difficoltà?
Ecco che la strade (street) inizio ad intrecciarsi, aggrovigliarsi, ingarbugliarsi (striit)...e forse è quello lo stato d'animo di chi si trova ad affrontare una situazione come quella delle cinque protagoniste.

E la bambina?
Cosa pensa, cosa immagina e cosa desidera?
Ecco che abbiamo davanti a noi un bambina burattino coi fili intrecciati, sempre più intricati. Ed è arrabbiata e più la rabbia cresce più i suoi fili la legano, arrivando a renderla immobile.

Questa, però, è un'altra storia, storia che è possibile leggere sul fumetto che viene consegnato prima di vedere lo spettacolo, ma da leggere alla fine (e che io non voglio svelare, è un invito ad andare a teatro!)

Il racconto di storie di vita, il racconto di una storia normale che potrebbe accadere a chiunque, narrato con delicatezza ed ironia.
Lo spettatore vive con le cinque madri l'intero percorso che porta alla realizzazione di una grande verità: non si è mai pronti ad affrontare gli imprevisti. 
Pregio dello spettacolo, e di chi lo ha realizzato, è quello di riuscire ad immergere il pubblico in un'atmosfera non giudicante.

Un lacrima sul finale, con le note della musica di Battiato, ma...anche questa è un'altra storia.

Doverosi e meritati i ringraziamenti:
- agli educatori della Cooperativa Valpiana;
- alle Balleronze Q.B. (Federica Beccaria, Giulia Guida, Valeria Pugliese, Valentina Renna e Viviana Stizzolo);
- ai registi: Simone Schinocca e Valentina Aicardi;
- ai tecnici;
- all'illustratore del fumetto: Silvio Giordano;
- all'Università degli Studi di Torino, Dipartimento Cultura Politica e Società, Corsi di Laurea in Servizio sociale e Politiche e servizi sociali;

Un'occasione da non perdere, regalatevi un paio di ore a teatro e godetevi "StreetStriit", non lascia indifferenti.

Chiara

Per maggiori informazioni:
http://tedaca.wordpress.com/about/
http://streetstriit.wordpress.com/





domenica 26 gennaio 2014

Giornata della memoria - 27 gennaio 2014.


Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche entrarono ad Auschwitz, cittadina polacca, trovando il campo di concentramento che porta lo stesso nome, liberando le poche persone sopravvissute agli anni di guerra, violenze, privazioni e deportazioni.

Io, e chi mi conosce lo sa, sono molto sensibile nei confronti di questo tema, leggo molto in merito ed ogni storia, ogni fotografia, ogni testimonianza ed ogni spettacolo teatrale che ho visto mi ha lasciata esterrefatta. Sullo sfondo le stesse immagini, vissute però da persone diverse che meritavano un destino completamente differente.
La fame, il freddo, gli averi strappati, gli affetti negati e la dignità calpestata sono il filo rosso che lega le persone che hanno subito, negli anni '40 del '900, quello che io non riesco neanche ad immaginare.
"Colpevoli" di essere ebrei, zingari, omosessuali ed ancora asociali, testimoni di Geova, prigionieri politici.

Leggo storie ed ho ascoltato testimonianze, sono andata anche in "visita" ad un campo di concentramento, quello di Mauthausen, e non riesco a capacitarmi di quello che è successo e di quanto, quello che è accaduto, non abbia insegnato nulla, forse poco.

Razzismo verso una "razza" (anche se io conosco solo la razza umana, come disse A. Einstein), bè esiste ancora adesso.
Gli omosessuali...sono discriminati e vittime di violenza ancora oggi.
Gli zingari, basta leggere le bacheche di facebook o qualche forum.
Insomma, siamo nel 2014, ma non abbiamo imparato molto, forse non siamo così cruenti ed espliciti (vedesi le leggi razziali), ma, secondo me, tanti passi devono ancora essere fatti.
Questi passi, valgono anche per le guerre, quelle che sentiamo raccontare al telegiornale da inviati speciali e che sentiamo così lontane da noi. 
Io, e non esagero, quando ascolto certe notizie, magari sto mangiando e mi passa la fame, oppure mi si bagnano gli occhi e la paura che qualcosa degeneri, lo confesso, ce l'ho.

Mio papà mi aveva raccontato che, quando era piccolo, 2 - 3 anni, rimase 5 giorni sotto le macerie di un edificio bombardato, a Milano. Con sua mamma, nel 1943.
Non posso e non voglio neanche immaginare che cosa voglia dire vivere una guerra e subirne gli effetti direttamente, spero solo che le campagne a favore dell'inclusione, i messaggi contro il razzismo e la violenza, gli insegnamenti dei "grandi" della storia, possano sortire qualche effetto.

Io nel mio piccolo, come sempre, cerco di fare qualcosa, di passare messaggi e modelli di comportamento, come quando un ragazzino di recente, leggendo un passo di Primo Levi mi ha guardata negli occhi e mi ha detto: «Questo, però, non è accaduto davvero!!».
Incredula, mi sono leggermente spostata e gli ho chiesto il motivo per cui non credesse che quello che aveva letto non fosse possibile. 
«Troppa cattiveria» mi ha risposto.

Concludo così, con "troppa cattiveria", frase detta da un ragazzino, a far in modo che tutti noi possiamo ragionarci su.

27 gennaio, così come tutti i giorni dell'anno, "per non dimenticare" e soprattutto per non ripetere!

Chiara


martedì 10 dicembre 2013

10 dicembre: Giornata Mondiale dei Diritti Umani


Il 10 dicembre 1948, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite proclamava la Dichiarazione universale dei diritti umani.
Per la prima volta nella storia dell'umanità, era stato prodotto un documento che riguardava tutte le persone del mondo, senza distinzioni o discriminazioni.

Continuo a chiedermi se nel passato, le menti degli uomini fossero più "avanti", od il pensiero più acuto. Le cose stanno degenerando, i valori si stanno perdendo e spesso i diritti sono calpestati...e siamo nel 2013, mentre questi documenti (la nostra Costituzione, ad esempio, ed altri documenti importanti) sono stati scritti almeno 50 anni fa. Certo, si usciva da un periodo fatto di guerra, distruzione, morte e dolore, però lo scopo di queste dichiarazioni non era quello di durare solo nell'immediato dopo guerra, ma avere un sguardo di lungo...lunghissimo periodo.

I primi articoli della Dichiarazione universale dei diritti umani suonano come "normali", come "ovvi", leggendoli mi viene naturale pensare: «ma perchè dovrebbe essere il contrario?» e le risposte sono tante, ma davvero tante.
Dai soldi, alla politica, al potere.

Io, però, non ho nè soldi, nè politica, nè potere e posso, ogni giorno, portare avanti la mia battaglia per il rispetto di questi diritti.
- Vuoi durante una riunione di due ore dove nessuno par rendersi conto che in mano si hanno le "sorti" di una donna o di un uomo e non di un pacco.
- Vuoi quando sento dire: «siamo barboni, Chiara, che altro vuoi che siamo??» E rispondere: «Persone, S., siete persone. Nessuna etichetta strana, persone!».
- Vuoi quando mi trovo in una classe di 20 ragazzi ed uno di loro è preso in giro perchè?? Ecco, perchè viene preso in giro e deriso? Perchè ha quel "qualcosa" che lo rende diverso? Fa compiti diversi, segue lezioni più facili e perchè sta cercando di capire se è etero o omosessuale?
- Vuoi quando vedo escluso dal gioco quel bambino "colorato". Bambino colorato??
Mi verrebbe da prendere pennarelli e colorare il mio viso e dire, sì, io sono colorata, ma lui è solo un bimbo come voi!

E gli esempi sarebbero tanti, ma quello che è importante è: iniziamo da noi e da quello che ci circonda!
Abbiamo un mondo a disposizione, ma non possiamo salvarlo tutto, sarebbe impossibile, ma possiamo contribuire guardandoci attorno.

Educhiamoci alla sensibilità e all'attenzione per i diritti ed il rispetto per l'altro.



Chiara






giovedì 5 dicembre 2013

I disegni dei bambini...

....questi sono i miei pensieri sociali di oggi, solo questi.
Nessun parola in più a descrivere questi disegni. Sicuramente sorrisi.











martedì 10 settembre 2013

A passo...d'anziano

Alcune delle frasi che spesso si sentono dire: "Non ho tempo", "il tempo corre!" e "sono di fretta!!".

Che talvolta sia vero nessuno lo mette in dubbio, si è in macchina e non è ancora scattato il semaforo verde che già il coro di clacson inizia a rompere i timpani. In coda alla cassa tutti sbuffano e guardano l'orologio e per strada quanti, invece, ricevono una spallata perchè non si pensa ad altro che al tempo?

Il tempo, che è una risorsa che non riavremo mai indietro, è certo che corre, che non fa sconti e che non aspetta noi, ma credo che sia possibile tenergli testa.
Oltre però all'organizzazione della propria vita, quante cose perdiamo, a quanti particolari non facciamo caso essendo sempre di corsa e con la testa immersa negli impegni?

Provare per credere, essere più tranquilli e poter fare le cose con meno pressione permette di vivere più serenamente, ma per poter capire meglio quanto per alcuni "andare piano" sia l'unica soluzione è avere a che fare con un anziano.
Per ragioni lavorative devo accompagnare una signora di 82 anni a fare alcune visite e, per ragioni mediche, lei deve andare a piedi. Il tragitto non è lungo, ma per lei di certo è difficoltoso, sopratutto avendo problemi notevoli di salute. Per muoversi ha bisogno del bastone e di una persone che le offra il braccio al quale lei si aggrappa con la forza che ha.

Le offro il mio braccio, saldamente impugna il bastone e ci incamminiamo.
Per compiere quel tragitto io, da sola, impiego 10 minuti, con lei ho impiegato mezz'ora.
Ogni passo è uno sforzo, controllare gli ostacoli, le buche, i marciapiedi, i gradini e sostenerla.

Lei che si scusava con me, ed io che la incoraggiavo e la tranquillizzavo.
Tante persone hanno sfrecciato accanto a noi e mi sono resa conto che, anche io, spesso corro anche se non ho la necessità di farlo perchè, oramai, sono programmata così.

Mettersi accanto a chi non può fare diversamente, permette di comprendere molte cose e conoscere un nuovo mondo....e, forse, prendersi cinque minuti per guardarsi attorno ci gioverebbe 

Concludo con una frase di una canzone di un gruppo che amo ascoltare: «Chi arriva prima, aspetta!».

Chiara

mercoledì 30 gennaio 2013

Passare dall'altra parte

Solitamente siamo così presi dai nostri impegni, dalle nostre faccende, commissioni e dal nostro lavoro che perdiamo dei particolari. Ci sfuggono tasselli salienti, e si sa il tempo è una di quelle risorse non rinnovabili, una volta passato, è andato e non è possibile riavvolgere il nastro e tornare indietro.
Sebbene questo venga anche insegnato sui banchi di scuola, è quando ce ne rendiamo conto direttamente che questo ci fa pensare.

Ho notato, nella mia esperienza, che non sempre rifletto su quanto possa essere duro essere "dall'altra parte", essere l'utente, il paziente, l'ospite.
Ho dovuto sottopormi ad un'operazione chirurgica di recente e sì, in quell'occasione, mi sono trovata "dall'altra parte".
Ero io la paziente, ero io che non "giocavo in casa", ero io in un ambiente a me non conosciuto, ero io circondata da persone che non avevo mai visto, ero io in un letto non mio con pochissimi confort se non un libro e la musica che mi ero portata da casa.
Ero io a dover chiedere aiuto suonando un campanello e testare, sulla mia pelle, quanto sia difficile sopportare un'ora e mezza di attesa dopo che mi era stato detto "arriviamo subito" e sentire il silenzio nel corridoio.
Ero io a dover chiedere di essere accompagnata in bagno perchè non potevo camminare senza che qualcuno mi sorreggesse, ed ero io in bagno osservata da capo a piedi da una perfetta estranea.
Ero io a dover sottostare ad orari non miei per mangiare, per i prelievi, le punture e le varie misurazioni, anche alle 6 e mezzo del mattino quando, la mia vicina di letto dormiva e con poco garbo e molto fracasso è stata svegliata. Io per il dolore non ho chiuso occhio ed ho "sentito" la vita di notte di un reparto ospedaliero.
Sono arrivata a farmi scrupoli se suonare o meno quel campanello perchè uno sguardo od una parola mal data possono farti sentire un peso ed una parte di lavoro in più da svolgere.

Ero io la paziente e l'utente e non vice versa come accade di solito, e come ho sempre pensato, è l'esperienza che insegna più ogni libro di teoria, di qualsiasi precisissimo manuale.
Di certo so cosa sta dietro ad un reparto ospedaliero, una comunità, ad un servizio; so quanto lavoro, quante volte può suonare il telefono, so quante cose sono da pensare e portare a termine prima che arrivi l'ora "X", ma so anche, ed ora ancor di più, quanto sia importante porre al centro del nostro lavoro l'utenza, la persona.

Sì, la persona. Ha un nome ed un cognome spesso dimenticati. Io sono stata presa in giro per un mio piccolo vizio di nome "Charlie", che è la mia coperta di Linus, da persone che dovrebbero pensare solo al tuo benessere e non a cosa ti è sdraiato a fianco, bianco, peloso ed inanimato.
Una persona che soffre e non deve attendere un'ora e mezza prima che l'antidolorifico che ha richiesto e che è scritto in cartella le venga somministrato.

Sono tutti esempi, ritagliati sulla mia esperienza, ma ogni giorno quella persona può essere differente, ma l'attenzione ed il rispetto che merita, no, devono essere sempre gli stessi, proprio perchè dall'altra parte, prima o poi, ci potremo essere noi.

Chiara

lunedì 7 gennaio 2013

Le vittime della rete

L'ultimo fatto di cronaca, il suicidio della giovane che si è gettata dal terzo piano del suo palazzo, sta facendo discutere, ed io, non voglio essere da meno. Come faccio sempre, voglio riflettere.
Non è il primo episodio di suicidio, fra i giovanissimi ma, come le precedenti notizie lascia senza parole.
Lascia, però, una scia di domande e di sconcerto.

Io mi chiedo perchè, fra ragazzi, debba esserci una "guerra" simile?
Mi domando perchè viene sfruttata la rete in questa maniera subdola quanto potente?
Mi chiedo, ancora, perchè arrivare a gesti così estremi? E perchè non chiedere aiuto prima?
E forse, questi ragazzi, avranno anche chiesto aiuto ma, sono stati ascoltati?
Ho letto che la ragazza che si è buttata dal balcone aveva cambiato scuola e compagnia di amici ma, è corretto? O è solo una fuga dal problema? E perchè non agire sul problema in maniera adeguata?

Altri ragazzi, hanno scelto di togliersi la vita perchè scherniti dagli "amici" e compagni, sia via web sia direttamente ma, cosa fare? Come agire?
Il ragazzo americano, che non ha sopportato le vessazioni che subiva, ha deciso di non vivere più la sua vita perchè era alla ricerca della sua identità e quindi si metteva lo smalto e vestiva con colori sgargianti. Lo consideravano "gay" e questa è stata una "buona" motivazione per darla vinta alle prese in giro e rinunciare a se stesso.

Questi ragazzi mancano di forza?
Mancano di coraggio?
I "bulli" peccano di presunzione ed onnipotenza?

E la società di fronte a questi accadimenti cosa fa? E cosa può fare?
I messaggi che vengono passati dai media, dagli educatori, dai genitori, dagli insegnanti quali sono? A cosa mirano?
Cosa andrebbe rivisto? Su cosa si deve lavorare affinchè ognuno possa vedersi garantito il diritto di libertà di espressione, compreso quello dell'essere?

Sono troppi gli episodi di razzismo e di omofobia e non sono più tollerabili nel 2013, quando uomini e donne hanno lottato per vedersi garantiti diritti ed uguaglianza.
Dall'insulto al giocatore di una squadra di calcio fino ad arrivare alle prese in giro del compagno di classe che segue stesso.

I valori della tolleranza e del rispetto andrebbero rivisti, ripresi e diffusi.
Non ci si può togliere la vita a 14 anni e non si può soprassedere.

Chiara

martedì 18 dicembre 2012

"Chiara ma tu lo sai perchè...."

..."Perchè esistono gli alberi, eh lo sai?"
"Uhm, questo non lo so, dai dimmelo tu"
"Perchè devono offrire la tana agli animali!"

..."Perchè ci sono le nuvole in cielo?"
"Ah questo lo so, perchè grazie a loro piove!"
"No, sono l'immaginazione del mondo!"

..."Perchè la luna in cielo cresce?"
"Perchè anche tu cresci!"
"No, perchè la luna cresce cresce e poi scoppia e così esce il sole!"

..."Perchè le stelle quando sono cielo quando tu ti muovi, si muovono e quando ti fermi si fermano?"
"Ah ma che domanda difficile, questo me lo devi spiegare tu!"
"Perchè le stelle sono dentro al cielo e sono ferme lì, così quando tu ti muovi vengono con te, ti seguono, poi si fermano e si muovono...cioè è difficile da spiegare!"

..."Perchè i cinesi hanno gli occhi così?"
"Perchè sono cinesi, fossimo cinesi li avremo anche noi così!"
..."No, perchè hanno mangiato le mandorle!"

..."Perchè esiste il ferro?"
..."Ma che domande da scienziato mi fai?"
..."Perchè prima c'era la plastica con tutti i meccanismi, adesso c'è il ferro?"

..."Perchè il semaforo cambia sempre? Te lo dico io, perchè è matto!"

..."Perchè un pUliziotto non prende il cattivo, ma sbaglia persona?"
"Ma un pOliziotto mi volevi dire?
"Sì, un poliziotto eh sbagliato ehehe"
"Dai dimmi perchè sbaglia!"
"Perchè il ladro andava con un macchina con i fari spenti ed il poliziotto non lo ha visto, è furbo il ladro!"

.....

Quindici minuti di viaggio ed ho scoperto un mondo.
Quindici minuti di viaggio ed il traffico era il problema minore.
Quindici minuti di viaggio ed un bimbo ha espresso se stesso, senza troppi..."perchè". Aveva voglia di farlo e lo ha fatto.
Anche oggi mi sono portata a "casa" qualcosa.

Chiara

mercoledì 4 aprile 2012

Ogni giorno..una vita in meno

E' impossibile restare indifferenti.
Ogni giorno che passa si sente parlare di suicidio. E quanti di questi vengono taciuti?

Ho voluto ascoltare il telegiornale, come ogni sera, mentre faccio cena. Questa sera, però, ho faticato ad arrivare alla fine del pasto.
Un imprenditore (come quello che citai in precedenza qui su questo blog) s'è tolto la vita scusandosi con la famiglia, ed a ritrovarlo è stato figlio. Stessa sorte ad un altro uomo, un piccolo artigiano. Nuovamente il figlio a scoprire il corpo di suo padre.

Mi chiedo, come spesso mi ritrovo a fare, perchè?
Mi chiedo se ci vuole coraggio a togliersi la vita, o se ce ne vuole molto di più ad andare avanti?
Mi chiedo, ancora, quanto queste situazioni siano "giuste"?
Mi chiedo, anche, cosa sarebbe od è possibile fare?

Credo che il suicidio sia un gesto estremo. Non voglio entrare nel merito citando sociologi o psicologi, voglio sia solo una mia piccola analisi, appunto, un mio "pensiero sociale".
Un gesto estremo dettato da disperazione. Per esperienza personale, per quello che mi è dato leggere e sentire, alla base di questo c'è disperazione. Non credo sia una giustificazione ma, credo sia una delle cause. E mi rispondo al perchè.

Rispetto al coraggio, a volte mi rispondo di sì, ce ne vuole. Ci vuole molta freddezza per prendere un fucile o sedersi in macchina ed attendere la "fine". Ma quanta razionalità si è giocata in tutto questo?
E se quel coraggio lo si fosse speso per ammettere che avanti non si può più andare e che si ha bisogno di qualcuno? E se ammettere questo fosse il primo passo verso "l'unione fa la forza"?
Credo sia davvero difficile lasciare moglie e  figli ma, restare con loro è ancora più coraggioso e soprattutto più maturo. Consapevolezza, la voglio chiamare, consapevolezza.

La disperazione, che ho citato poco fa, ha davvero poco a che fare con la "giustizia". Ogni giorno sentiamo e vediamo immagini che sono uno schiaffo alla povertà, quindi no, non ci vedo molta giustizia ed equità nella vita di queste persone ma, so, che qualcosa si può fare, ed arrivo a rispondere all'ultima domanda.

Che cosa fare? In parte prima l'ho scritto "l'unione fa la forza". Non limitarsi a guardare il proprio orticello. Non volere che il "mio" fallimento sia anche il "tuo"...

Due potrebbero essere le parole chiave "comunità" e "solidarietà".

Riscoprire il valore della "comunità" della condivisione, della vicinanza e dell'essere insieme, uniti.
Avere uno scopo comune, quello di ri-emergere da questa situazione stagnante ed opprimente.
"Solidarietà", certo, non siamo soli. C'è un "altro" accanto a me, che ha bisogno come me, se non più di me. Perchè dimenticarlo?

E se 1 +1 per una volta non facesse "semplicemente" 2 ma qualcosa di più?

Chiara

mercoledì 4 gennaio 2012

Il mondo "carcere" dalla prevenzione alla morte

...c'è di mezzo il mare.
Si leggono i rapporti, carceri sempre più piene, gli opg che sono in condizioni pietose, troppi detenuti in attesa di giudizio ed infine che i suicidi sono in aumento.

Fermiamo un attimo il mondo e ragioniamo.
Esiste un codice penale, esistono delle regole di condotta, viviamo in società e gli avvenimenti spesso contingenti condizionano le condotte e gli stili di vita.

Quando si perdono i valori, quando vengono presi come esempi "vite" estreme, quando l'apparire prevale sull'essere è inevitabile che i meccanismi si inceppino e la macchina "penale" venga messa in moto.
A ben vedere, però, se si potesse agire prima, ossia lavorare di prevenzione, forse determinati atteggiamenti, comportamenti e condotte potrebbero essere contenute.
Prima di entrare nel sistema carcere, che è necessario se utilizzato al fine di ri-educare il condannato, sarebbe auspicabile che ogni cittadino potesse vivere vedendosi garantiti i diritti esigibili, che i servizi gli fossero garantiti, che le leggi fossero applicate ed infine che il territorio fosse veramente valorizzato, come espressione del bisogno ma, soprattutto come luogo di prevenzione e lavoro di rete e comunità.

Poniamo il caso che, però, un cittadino a seguito di una pena definitiva debba entrare in un carcere sarebbe opportuno che, all'interno delle mura, non venisse annullato come uomo ma, bensì ri-educato. Che abbia a disposizione un équipe in grado di sensibilizzarlo e far capire che il fatto commesso è un reato e che è necessario intraprendere un percorso ri-abilitativo e non stigmatizzante. E' necessario avere personale preparato e soprattutto risorse, evitare suicidi e che il "reo", abbia la reale possibilità, una volta scontata tutta la pena, di rientrare in società, ed essere - perchè no - una reale risorsa.

Parole d'ordine: prevenzione, ri-educazione e risorse umane e materiali.


Chiara