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martedì 28 gennaio 2020

"Siamo stelle cadenti, volatili fiammate. Sbocciamo nella notte del mondo. Una fiammata e ci spegniamo". J.G.

Dipèndere: dal latino dependère e significa "essere in necessaria relazione".

Essere in necessaria relazione

In questi giorni di "riposo forzato" come lo hanno definito alcuni, mi sono trovata di fronte a una nuova sfida; una sfida per la quale non mi sono preparata e non ero pronta ad affrontare. Non ero pronta ad essere in necessaria relazione.

E' una situazione, una condizione che - ad oggi - posso affermare che viene sovente sottovalutata, sia che riguardi noi stessi, sia - soprattutto - se riguarda l'altro.

Io per prima avevo sottovalutato l'impatto che un'operazione al piede (che credevo più semplice) potesse portare; ho sbagliato e tanto.

Non sono più completamente autonoma, i miei ritmi sono condizionati sia dal dolore che provo, sia dalla presenza o dall'assenza di qualcuno accanto a me; non mi alzo quando e come voglio, non corro, non ho la stessa resistenza fisica di prima e così via. 
Se provo dolore: mi devo fermare.

Se mi gira la testa: mi devo fermare.
Se ho bisogno di qualsiasi cosa: devo chiedere aiuto. Certo ho modificato l'ambiente intorno a me per essere il meno richiedente possibile, ma l'ovvio è: dipendo.

Un'amica mi ha chiesto: "cosa ti dà più fastidio: il dolore o l'immobilità?"
Ahimè il dolore, in qualche modo, lo si può gestire, la temporanea immobilità no. Sono condizionata e devo rispettare i tempi del mio corpo, allo stesso tempo, però, anche quello degli altri che mi stanno accanto.

E' difficile da spiegare, ma sicuramente ancora più difficile da vivere.

Siamo così abituati a correre, camminare, saltare, muoverci quando e come vogliamo, a soddisfare i nostri bisogno immediatamente: a essere indipendenti. Quando, però, anche solo una cosa viene meno ci troviamo spiazzati, ed è così che mi sono sentita.

Da qui una riflessione che da qualche giorno mi accompagna: nella mia realtà quotidiana quante persone incontro che si trovano in questa situazione? e quante in situazioni peggiori? 
Ecco sono loro che meritano la mia attenzione e il mio rispetto, loro e i loro parenti, i loro care giver.

Senza voler fare paragoni, ma solo una riflessione: penso ad una persona che non può più muoversi, ma è lucida, lucidissima. E' uomo, giovane, con la vita davanti e la sua famiglia accanto. Ora: la sua condizione lo ha privato di qualsiasi cosa, tranne della sulla capacità di pensare, di capire, di desiderare e di essere riconosciuto come uomo. 
A noi operatori un compito, non solo quello di fare un ottimo progetto di aiuto e sostegno a domicilio ma, quello di capire che - forse - l'ultima cosa che avrebbe voluto era quella di dover dipendere da tutti e che abbiamo il dovere di non ridurre l'intervento a un "fare", ma a un intervento rispettoso della sua persona, che lo valorizzi e che coinvolga la sua famiglia per evitare che "la necessaria relazione" si trasformi in un fardello che potrebbe aggravare un condizione così difficile.



Forse è banale, forse io ero a dare per scontate una serie di elementi. 
Ora non più.



mercoledì 30 gennaio 2013

Passare dall'altra parte

Solitamente siamo così presi dai nostri impegni, dalle nostre faccende, commissioni e dal nostro lavoro che perdiamo dei particolari. Ci sfuggono tasselli salienti, e si sa il tempo è una di quelle risorse non rinnovabili, una volta passato, è andato e non è possibile riavvolgere il nastro e tornare indietro.
Sebbene questo venga anche insegnato sui banchi di scuola, è quando ce ne rendiamo conto direttamente che questo ci fa pensare.

Ho notato, nella mia esperienza, che non sempre rifletto su quanto possa essere duro essere "dall'altra parte", essere l'utente, il paziente, l'ospite.
Ho dovuto sottopormi ad un'operazione chirurgica di recente e sì, in quell'occasione, mi sono trovata "dall'altra parte".
Ero io la paziente, ero io che non "giocavo in casa", ero io in un ambiente a me non conosciuto, ero io circondata da persone che non avevo mai visto, ero io in un letto non mio con pochissimi confort se non un libro e la musica che mi ero portata da casa.
Ero io a dover chiedere aiuto suonando un campanello e testare, sulla mia pelle, quanto sia difficile sopportare un'ora e mezza di attesa dopo che mi era stato detto "arriviamo subito" e sentire il silenzio nel corridoio.
Ero io a dover chiedere di essere accompagnata in bagno perchè non potevo camminare senza che qualcuno mi sorreggesse, ed ero io in bagno osservata da capo a piedi da una perfetta estranea.
Ero io a dover sottostare ad orari non miei per mangiare, per i prelievi, le punture e le varie misurazioni, anche alle 6 e mezzo del mattino quando, la mia vicina di letto dormiva e con poco garbo e molto fracasso è stata svegliata. Io per il dolore non ho chiuso occhio ed ho "sentito" la vita di notte di un reparto ospedaliero.
Sono arrivata a farmi scrupoli se suonare o meno quel campanello perchè uno sguardo od una parola mal data possono farti sentire un peso ed una parte di lavoro in più da svolgere.

Ero io la paziente e l'utente e non vice versa come accade di solito, e come ho sempre pensato, è l'esperienza che insegna più ogni libro di teoria, di qualsiasi precisissimo manuale.
Di certo so cosa sta dietro ad un reparto ospedaliero, una comunità, ad un servizio; so quanto lavoro, quante volte può suonare il telefono, so quante cose sono da pensare e portare a termine prima che arrivi l'ora "X", ma so anche, ed ora ancor di più, quanto sia importante porre al centro del nostro lavoro l'utenza, la persona.

Sì, la persona. Ha un nome ed un cognome spesso dimenticati. Io sono stata presa in giro per un mio piccolo vizio di nome "Charlie", che è la mia coperta di Linus, da persone che dovrebbero pensare solo al tuo benessere e non a cosa ti è sdraiato a fianco, bianco, peloso ed inanimato.
Una persona che soffre e non deve attendere un'ora e mezza prima che l'antidolorifico che ha richiesto e che è scritto in cartella le venga somministrato.

Sono tutti esempi, ritagliati sulla mia esperienza, ma ogni giorno quella persona può essere differente, ma l'attenzione ed il rispetto che merita, no, devono essere sempre gli stessi, proprio perchè dall'altra parte, prima o poi, ci potremo essere noi.

Chiara