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lunedì 10 marzo 2025

Se cerchi l’infinito, lo troverai nel sorriso di un bambino. Abbi cura di quel sorriso, è la vita del mondo. (K. Gibran)

 


"E' bellissimo!
"Vogliamo dargli un nome?"
"Sì"
"Dimmi, è maschio o femmina?"
"Femmina"
"Le diano un nome in italiano o in inglese"
"Italiano!" .... "Arcobaleno!"  E sfodera un sorriso che non sono capace a descrivere a parole. "Aspetta!"

Scalza, corre in camera e torna con le lettera dorate adesive.
Scrive il nome e aggiunge "C. come Chiara" 

Arcobaleno.C

E' il mio unicorno e da qualche settimana alberga nel mio zaino, insieme a quella penna con il musetto a forma di gatto nero: "te la regalo, l'ho fatta io!"
"Tu? Sei bravissima, ma come hai fatto a farle?" Sul tavolo altre penne simili.
"Il papà mi ha comprato le cose e io le ho messe insieme come volevo!"
"E' un'arte, sei davvero brava e...Grazie per il regalo"
"Anche Arcobaleno è tuo!"

Arcobaleno.C. e Gattonero mi fanno compagnia nei tragitti lavorativi, oppure mi tirano su di morale quando tutto intorno, bè, proprio bene bene non va.
E' un periodo di quelli dove mi domando: "chi me l'ha fatto fare?" e non solo scegliere questa professione...
L'altro giorno una cara collega mi ha scritto: "io comunque sento solo brutte notizie! Cosa sta succedendo ai nostri servizi?"

Esatto: cosa sta succedendo?  

Avrei qualche idea, ma questo post non voglio tingerlo di grigio e di nero, voglio che Arcobaleno.C. continui a colorare le mie giornate e anche questo post, ma non solo. Voglio che continui a ricordarmi il motivo per cui "tengo botta", il motivo per cui torno a casa tardissimo e ancora mi metto a studiare, il motivo per cui cerco di essere onesta e trasparente con i genitori di questi bambini che sono capaci a trasformare una visita domiciliare in una carezza all'anima e che meritano che io sia una professionista capace di fare il suo lavoro fra fatiche immense e responsabilità enormi.

Ed è qui l'inghippo: responsabilità.

Chi se le prende e chi le rifugge.


Chiara

domenica 25 febbraio 2024

"Non è vero ragazzo che la ragione sta sempre col più forte" R. Vecchioni - Sogna ragazzo sogna

“I giovani non hanno bisogno di sermoni,
i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo.”
S. Pertini - Discorso fine anno 1978


In questi giorni, sarà per coincidenza, sarà di no, mi confronto sovente con persone, le più diverse, sullo stesso argomento: i giovani e il domani. I figli e il futuro.

Sento frasi del tipo: "No, ma io non posso pensare di mettere al mondo un figlio che cosa gli offro?", "che mondo lasciamo a 'sti ragazzi?", "i giovani e i bambini in carico oggi ai servizi sociali saranno gli adulti di domani, che ne sarà?", "non c'è futuro!", "non c'è speranza" e... potrei andare avanti ancora.

Quello che mi ha profondamento colpita, però, è il racconto di una mamma che mi ha raccontato di quanto suo figlio ha subito a scuola e delle dichiarazioni che ha fatto dopo il bullismo e le cattiverie gratuite ricevute. Il desiderio di farla finita.
Questo post, però, non è legato al bullismo, è legato a quanto i bambini, i ragazzi e i giovani di oggi, futuri adulti di domani, abbiano bisogno. Ossia di essere cresciuti, accompagnati, indirizzati, sostenuti, ascoltati, riconosciuti e compresi.

Da tutti.
Da tutte le istituzioni.
Da ogni adulto.

Le immagini di Pisa, aberranti, cariche di cattiverie e oscurità, sono la chiara dimostrazione di come il forte desiderio di essere, di esprimersi e di voler essere riconosciuti e ascoltati venga, letteralmente, oppresso. 

Un uomo armato di manganello contro un uomo disarmato.
Studenti con in mano una bandiera contro agenti di polizia armati di manganello

A cosa serve tutto questo?
A cosa serve reprimere un corteo di giovani e studenti con delle armi?
Che cosa abbiamo insegnato e che messaggio è passato?

Paura. 
Violenza.
Repressione.

E' di questo che abbiamo bisogno?

Abbiamo bisogno di teste pensanti che hanno il diritto a esprimere un pensiero senza dover temere di finire in ospedale!

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha dichiarato: «L’autorevolezza non si misura sui manganelli. Usare i manganelli con i ragazzi «è un fallimento». Ecco più cristallino di così! 
Sono necessari esempi e sono necessarie figure autorevoli che, però, non incutano timore, ma fiducia. Questo concetto è ben espresso dalla mamma di Federico Aldrovandi a "Muschio Selvaggio" quando, con commozione ed evidente dolore, si rimprovera per non aver messo in guardia il figlio: «Dovevamo insegnargli che si deve avere paura della polizia». In questa forte provocazione, o presa d'atto di quello che è accaduto, il concetto è ancora più forte. E' davvero questo quello che dobbiamo spiegare ai nostri figli e ai giovani che si affacciano a vivere la vita?

Cosa possiamo insegnare ai nostri figli?

Cosa lasciamo ai giovani?

Che esempio possiamo essere per loro?

Interroghiamoci, con un forte senso di responsabilità, su quanto è accaduto.

Concludo con le parole che esprimono lo sconcerto del Rettore dell'Università di Pisa, Riccardo Zucchi che potete leggere qui


Chiara


Immagine creata con IA




martedì 20 novembre 2018

Giornata internazionale per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza - 20 novembre

Era il 20 novembre 1989 e veniva approvata la Convenzione Internazionale sui diritti dell'infanzia.


Io quel giorno avevo 3 anni, quasi 4 mancava poco ed ero una bambina ed ero felice.



Oggi ho 32 anni, quasi 33 e voglio ancora essere felice, facendo quello che tutti i giorni faccio, ovvero il mio lavoro: Assistente Sociale. Ho deciso (e in parte le circostanze mi hanno aiutata) di dedicarmi principalmente ad un'area, quella dei "minori" e con una parola d'ordine quotidiana "responsabilità".


Il motivo?
Perché incontro famiglie, perché mani piccine intrecciano le mie con spontanea fiducia, perché posso confrontarmi con Neuropsichiatri e Psicologi, perché posso pensare a progetti con al centro i bambini e fare con loro e le loro famiglie un percorso. Perché ho la possibilità di relazionarmi con l'Autorità Giudiziaria e pensare davvero a quella che è la "tutela minori" e riflettere su quello che definiamo "interesse superiore del bambino", perché lavoro con Educatori che sono perfettamente consapevoli che il lavoro non si esaurisce al "ciao, come stai" e "cosa vuoi fare oggi?", anche con Avvocati che non hanno solo in testa "la parcella" e anche con Insegnanti che hanno il "sacro fuoco negli occhi" come direbbe una mia collega.


Perché so di avere una responsabilità e questa responsabilità mi spinge ad essere vigile, ad essere presente, attenta, a farmi una domanda in più e se, dopo tanto lavorare, vediamo un sorriso sul viso di un bambino, su quello di una mamma e di una "famiglia di appoggio" (ndr. P.I.P.P.I.), in fondo, abbiamo vinto.

Lavoro in squadra, mi confronto e chiedo aiuto perché i diritti dei bambini non sono così scontati, non sono "isolati", ma sono fortemente collegati a quelli degli adulti, i loro genitori. A quelli della comunità e del contesto all'interno del quale vivono.


E...a volte lavoro da sola, quando devo prendere una decisione, quella finale, quella che porterà verso quella o quell'altra direzione, ma con la consapevolezza di non aver fatto le "cose alla leggera".


Ho in mente quel mezzogiorno di un giorno di primavera quando un papà mi dice: "te la mando lì, qui è successo un casino" e come il mio corpo ha reagito e come la mia testa ha reagito.
Quando i miei occhi hanno visto "il casino" ho dovuto chiedere ad una collega un aiuto per sfogare la rabbia di quel momento, per poi prendere il coraggio, la pazienza, la forza e la responsabilità di fare quello che andava fatto. 


Ho in mente quel pomeriggio assolato d'estate ed un cono gelato al gelato al pistacchio quasi del tutto sciolto in mano e le nostre paure e la nostra consapevolezza, quel sorriso sdentato e "andiamo?" e la responsabilità di andare.

Ho in mente quella maestra che mi dice: "Chiara è il mio lavoro" e vederla sempre lì, pronta ed accogliente, condividendo la responsabilità.

Ho in mente quella mamma che mi dice "prima era qui" - indicandosi la pancia - "e adesso?" con un inglese maccheronico e prendermi la responsabilità di valutare.

Penso a tutti i visi dei bambini e ragazzi che attraversano la nostra e la mia vita professionale, penso alle loro storie e penso che c'è ancora tanto, tanto da fare. Sia concretamente sia culturalmente.

Un passo alla volta.
Giorno dopo giorno.

Chiara





mercoledì 26 settembre 2018

Voglio raccontare una storia...a lieto fine!

E' un pò come quando si torna a casa, ci si toglie le scarpe ed i pantaloni un pò stretti per mettere quelli "da casa" larghi, rovinati, ma comodi. Ecco, così è per me "tornare" a scrivere qui sul mio blog.

Ci torno, oramai, di rado, con mio dispiacere, perché mi faccio travolgere dagli eventi e dalla stanchezza e continuo ad indossare i pantaloni stretti!
Il blog è nato affinché io potessi raccontare la mia professione e perdere questa buona abitudine a me, proprio, non va. 

Oggi voglio raccontare una storia...a  lieto fine!

"Sali in macchina, dobbiamo andare! Vieni..."
"Io non vengo con voi, voglio tornare a casa, farò il bravo!"
"Ne abbiamo parlato tante volte, anche con l'educatrice ne abbiamo parlato e sai cosa ha deciso il Giudice"
"Il Giudice è cattivo e non capisce niente, allora andrò a scuola"


E i toni sono sempre più alti, quella voce stridula che nelle orecchie ti entra ed arriva dritta in pancia. 

Il viaggio dura un'ora e fa freddo.

E'impossibile sentirlo, attente alla strada, alla guida, a che non succeda niente, che quel frangente di quella giornata finisca, finisca anche in fretta.

La "forza" della disperazione mescolata alla consapevolezza che quello che stavamo facendo era la cosa giusta, sapevamo cosa era stato il passato e che cosa, nel futuro, di positivo poteva accadere.
Un calcio nella schiena perché la macchina permetteva solo quello spazio di manovra per sfogare rabbia e frustrazione, ma quella certezza che ci ha permesso di arrivare a destinazione.
Al caldo e al sicuro.

Un anno e mezzo ricco di cambiamenti, di stupore, di lacrime trattenute, di sorrisi e di abbracci. Il crescere di un bambino e della nostra relazione con lui.

"Quando tornate?"
"Presto!"
"Quando vado in famiglia?
"Stiamo lavorando per trovare la famiglia adatta, quella che ti accolga nei modi e tempi giusti"
"Grazie!"

Aumentano la consapevolezza e la maturità, così come in noi il desiderio di portare avanti un buon lavoro, mista alla paura di vedere crollare un anno e mezzo di successi, di vittorie e di conquiste, di mattoncini messi uno sopra l'altro e di passi avanti compiuti con la determinazione e la forza di un leone.


"Andrai in quella famiglia, farai ancora le vacanze al mare e poi, piano piano, ti avvicinerai a loro!

"Davvero???" Con gli occhi di chi ha davanti a sè un piccolo miracolo "Grazieeeeeeeee" accompagnato da un abbraccio che sebbene l'estate sia stata torrida mi ha scaldato e rasserenato.


"Ed ora come va? Tutto bene?"
"Va tutto bene! Ci mette alla prova, ci studia, ma è bravo si vede quanto ha fatto e lo porta avanti senza che noi diciamo nulla!

Questo è il lieto fine ma non canto vittoria, perché gli eventi della vita possono travolgere tutti e all'improvviso, però quel bambino che mi ha preso per mano, portandomi nella sua stanza in comunità e mi ha chiesto di leggergli la storia prima di andare a dormire, ora sta bene!
A noi il compito di sostenere il suo percorso di vita, al meglio delle nostre capacità professionali, con tutte le risorse che abbiamo a disposizione e creare le condizioni per cui i mattoncini messi uno sopra l'altro, su di una base solida, non vengano travolti.

Rubo, come sovente faccio, le parole di una canzone che non ha nulla a che fare con il "racconto", ma questa strofa, appena l'ho sentita, mi ha fatto pensare alla sua vita:

"Vorresti avere avuto un Natale
Non tanto per un regalo
Ma per sentirti un regalo
Che per qualcuno vali"

Chiara #ladradibambini ??


lunedì 4 settembre 2017

Essere mamma...è bello!

"Essere mamma è bello!" così inizia un post scritto da una mia amica e collega Assistente Sociale, Elisa Bianchi

"Essere mamma è bello" ed io inizio a leggere il suo post convinta di leggere parole dolci e di incoraggiamento alla maternità, invece mi trovo davanti ad una lucida analisi di quella che è la realtà di oggi. Ho terminato il suo scritto sconfortata e dispiaciuta e non solo perchè è Elisa, ma perchè mi chiedo quante "Elisa" ci siano e quante siano le loro fatiche, le loro battaglie quotidiane e quanta la loro forza per reagire ed essere il "motore che muove il mondo", o così almeno credo io!

Elisa ha avuto il coraggio e la voglia di mettere nero su bianco i suoi sentimenti e quella che è la sua realtà ed è per questo che merita di essere pubblicata e letta da più persone possibile, insieme alle parole di Tito Boeri che il 5 luglio scorso ha dichiarato: «il reddito potenziale delle donne lavoratrici subisce un calo molto accentuato pari a -35% nei primi due anni dopo la nascita del figlio, soprattutto fra le donne con un contratto a tempo determinato, perché provoca lunghi periodi di non-occupazione. Le madri sono anche "vittime" del precariato. Non sorprende perciò constatare come la crisi abbia fortemente ridotto le nascite -20% nel Nord del paese. I costi della genitorialità - ha aggiunto Boeri - potrebbero essere fortemente contenuti non solo rafforzando i servizi per l'infanzia, ma anche e soprattutto promuovendo una maggiore condivisione della genitorialità».

Vi lascio alla lettura senza aggiungere altro.

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Essere mamma...è bello! essere (neo) mamma lavoratrice....un po'meno. 
Quando scopri di essere incinta, hai quasi timore a comunicarlo a lavoro; lo fai come se dovessi giustificarti per la tua "condizione", ti pare di essere anche un po' stronza a non avere reso partecipe il tuo datore di lavoro di quanti potenziali rapporti a rischio hai avuto nel periodo fertile. 
Ok, vai in maternità. Inizi ad approcciarti alle simpatiche signore del Patronato per le varie pratiche. In coda, in piedi, fuori dagli uffici dal mattino presto perché ti hanno detto che fanno passare solo 15 persone. Che vuoi che sia un'ora e mezza di coda?Si, prova a farlo con un peso costante sulla vescica e la carenza da zuccheri della mattina!
Comunque ora sei a casa, puoi goderti in tutto relax la tua gravidanza. Ok, è passato un mese e ti sei già un po' stufata di incontrare lo stesso vecchietto al parco, le tue amiche lavorano, maledici il fatto di non avere un cane da portare a passeggio almeno due volte al giorno. Ikea ti viene in soccorso e così rivoluzioni casa, tipo che dal mattino alla sera il tuo compagno di rientro da lavoro si trova una stanza in più in casa. 
Arriva il tanto atteso giorno, è nato. Sei mamma. È la cosa più bella che tu abbia mai visto ma pensi "mai più nella mia vita, grazie!" 
La tua liason con le gentili signore del Patronato non si è ancora conclusa. Entro 3 mesi del pupo devi correre per prorogare la maternità. Chiami, appellandoti alla comprensione, chiedendo un appuntamento in modo da evitare la coda di cui sopra, al freddo di dicembre, con un neonato. Ti dicono che non possono farci nulla, "signora, deve essere lei a organizzarsi!" Rimandi almeno 3 volte: la prima perché consapevolizzi che al mattino non hai una vita fuori dal pigiama e la tetta pronto uso, la seconda perché ti sono ricomparse le emorroidi da parto (anche se ti chiedi se mai ti avessero lasciata) e non riesci a stare seduta, la terza ti vesti, vesti il pupo, lo cambi, carichi passeggino e ovetto in macchina, lo cambi-nuovamente-, arrivi mezz'ora prima dell'apertura, ti senti estremamente figa. Sbagli giorno.
Nei mesi successivi, dai fondo a tutte le tue ferie e permessi perché con il 30%dello stipendio ci fai ben poco.
Arrivi al settimo mese del bimbo e decidi di rientrare a lavoro. Ti autoconvinci che va bene così, che è giusto così, che si è adattato benissimo a stare coi nonni. Ma dentro te hai un magone che manco il primo giorno di scuola. Devi farlo però....la tua posizione da precaria ti mette nella posizione di dovere dimostrare anche in questa occasione quanto tu sia contenta di lavorare e pronta, prontissima per farlo!
Al mattino piangi, ma lo fai in bagno, di nascosto e velocemente, perché mentre ti lavi i denti hai il pupo sulla sdraietta che urla e richiede le tue attenzioni. Arrivi a lavoro, scompigliata come se ti fossi appena alzata da una notte di sesso. Non è proprio così. Il pupo sta mettendo i dentini e ci ha tenuti svegli quasi tutta la notte. Ma va bene, riusciamo ad alternarci bene- confidi alla collega, di fronte al tuo decimo caffè della giornata.
Le giornate passano tra la lotta a concentrarti in ciò che fai e i video/foto che i nonni mandano sui gruppi Whatsapp di loro con il pupo: in bici, al parco, sul prato, a passeggio, mentre fa la pappa e la nanna. Esci da lavoro, vai a recuperarlo dai nonni, i quali ti fanno il resoconto di ogni funzione corporale espletata dal cucciolo. Torni finalmente a casa e iniziano le "calde ore serali": gioco, bagnetto, pappa, preparazione cena, cambio pannolo, nanna, cena-la tua-finalmente. 
In tutto questo periodo da ricovero in Casa di cura, a lavoro pensano bene di fare un concorso. Sai che è la tua grande occasione per regolarizzare finalmente la tua posizione. Riprendi a studiare. Si, fallo con un pupo bisognoso di attenzioni che stai ancora allattando. Ogni frazione di tempo libero studi, le "pause siga" di una volta sono sostituite dalle poppate, hai bava e briciole tra le pagine-strappate -dei libri. 
Affronti le prove a testa alta, stringendo stretto il pennarello blu con cui giocavi con il piccolo mentre ripassavi il giorno prima. 
Non va come sarebbe dovuto andare per avere determinate garanzie. D'altronde, a chi era seduto dall'altra parte della scrivania -giustamente- non importa che hai passato le notti in bianco, che sei talmente prosciugata dalla stanchezza che non riesci a memorizzare le nozioni come da manuale, che hai ripreso da poco a lavorare ed è ancora tutto così strano...
In un attimo ti ritrovi a ricoprire il cliché della giovane madre che ritorna dalla maternità... e non ha più il lavoro. E tu, che fino ad ora ne avevi solo sentito parlare da persone lontane da te, ti rendi conto di quanto punga questa situazione. 
Ti vengono proposte alternative e capisci come, dopo un figlio, le tue valutazioni sulle proposte lavorative cambino. Ti vergogni, perché non sei mai stata così, eppure ora il primo elemento che valuti è la distanza dal luogo di lavoro. Ti scopri andare su Google Maps per calcolare il percorso casa-lavoro. Anzi no, ti viene spontaneo inserire quello lavoro-casa, perché pensi subito quanto ti ci vorrà a ritornare dal tuo bimbo a fine giornata lavorativa. Non osi fare parola con nessuno delle tue perplessità perché tu hai già "l'handicap" di avere un bimbo piccolo, non puoi permettertelo !
Io credo davvero che una madre all'interno di un'azienda sia un valore aggiunto e non un deficit, come spesso viene vista. Diventando mamma acquisisci una capacità di problem solving, di essere multitasking, di empatia, di solidità...che dovrebbe esserci la voce "mamma" sul cv. Purtroppo penso che fino a che la domanda "pensa di avere figli?" a colloquio di lavoro, scaturirà sudori freddi nella candidata di turno (perché non viene chiesto ad un candidato...) le politiche sociali italiane dovranno fare i conti con l'ignoranza, la mancanza di visioni lungimiranti e l'inevitabile mancanza di crescita economica.
Amare il proprio lavoro ed avere una famiglia è davvero così utopia?


mercoledì 20 gennaio 2016

Uno spaccato di vita umana e professionale

Credo che se questo blog (tanto amato, quanto odiato) ha uno scopo deve essere quello di diffondere gioie e dolori, difficoltà e momenti più piacevoli ed aprire le porte su una professione, quella che ho sempre definito la più bella, la mia. L'Assistente Sociale.

Credo tanto nel mio lavoro, ci credo così tanto che quando mi chiedo se sarei in grado di fare altro nella vita mi rispondo di no (peccando forse di presunzione).

In questo post voglio raccontare, come sempre, uno spaccato di vita umana e professionale che da qualche tempo mi accompagna, ma quando riesco a sedermi e scrivere significa che è pronto per essere condiviso.

In un giorno qualsiasi di un mese qualsiasi mi arriva, fra una telefonata e l'altra, la richiesta di un'indagine sociale su un minore (per dovere non entro nello specifico).
La stampo e la leggo più di una volta. 

"Prego inviare indagine entro il 30 novembre".

La rileggo, non mi faccio congetture od ipotesi, ma prendo un foglio e scrivo quello che da lì ai giorni successivi dovrò fare.
Scrivere le convocazioni al Servizio ai genitori, organizzarmi quelle giornate affinchè lo spazio da dedicare ai colloqui sia adeguato, rileggere la richiesta del Procuratore e, sopratutto, essere pronta. 

Pronta...che poi...chissà mai cosa vorrà dire.

Le storie di vita delle famiglie, i loro cicli di vita, i racconti ed i vissuti ti colgono sempre di sorpresa, impreparata. Non c'è un copione e non c'è una formula magica. 

C'è la professionalità, ci sono i principi etici, ci sono gli spazi ed i silenzi, c'è l'accoglienza ed il congedo.

Il giorno della visita domiciliare concordata mi resterà impresso a vita.

Parcheggio l'auto un poco distante perchè qualche passo a piedi per il paese fa sempre bene, mi spavento per quel solito cane nero che abbaia quando si passa davanti al suo cancello ed arrivo di fronte alla porta di casa.
Suono il campanello e mi apre la mamma del piccolo con un grande sorriso.

Chiedendo "permesso" entro e saluto tutti.
C'è un buon odore in casa, lo riconosco: torta alle mele!

Mi siedo al tavolo, mi presento sia al bambino che al signore accanto a lui, la mamma mi segue poi a ruota nel discorso iniziato (molto leggero e di elogio al bambino per i voti a scuola), però la mia attenzione viene catturata dal bambino. Il suo viso sta diventando piano piano sempre più rosso, cerca di proteggersi con le mani ed all'improvviso scoppia a piangere. 

A questo non ero pronta, forse non lo si è mai! Il pianto di un bambino.
Come lo sentiamo? Come lo gestiamo? Come lo viviamo?

La mamma ed io abbiamo interrotto il discorso e mentre le mi guarda io, forse a ragione, mi sento colpevole di quel pianto. 
Sono un'estranea in casa sua! 
Sono una sconosciuta seduta al suo tavolo!

Cerco di alleggerire la "tensione" accumulata e le mani sul viso si aprono. Io allargo un sorriso e le mani si aprono sul viso, sposto indietro la sedia e porto in avanti il busto e rilancio con una piccola battuta che ha, magicamente, interrotto il pianto.

Ancora rosso in viso mi dice che, prima del mio arrivo, ha preparato con la mamma un torta alle mele per me. Deliziata e riconoscente gli ho chiesto di mostrarla e di poterla assaggiare, ma insieme a lui.

Quanto era buona quella torta, ma quanto amaro il racconto della sua estate appena conclusa.

Non esistono manuali che insegnano a gestire il pianto, non esistono dispense che ci illustrano come entrare nella vita degli altri senza essere "prepotentemente" estranei.

Quello che sicuramente esiste e porto con me sono le emozioni, la passione e la conoscenza del mio ruolo. 
Quelle nessuno le può minare. 

Chiara

giovedì 4 settembre 2014

"Tu chiamale, se vuoi, emozioni". Il pianto.

E' mattina.
Una mattina come tante altre, di lavoro.
Entri in macchina, giri la chiave, inserisci chiavetta usb perchè senza musica è difficile viaggiare e...parti!
Non si può sapere cosa in una giornata può accadere, cosa ci aspetta; a fine giornata possiamo tirare le somme e riflettere, ragionare.

Ad inizio giornata si deve vivere!

Arrivi al lavoro. Esci dalla macchina e la chiudi, prendi le borse la schiscetta e apri la porta dell'ufficio.
Ci si guarda attorno e si cerca di capire da che parte iniziare.

Pronti...partenza... via!

Il nostro lavoro è denso di emozioni!
E' un turbinio di emozioni che devono essere afferrate ed analizzate.
Lasciarle lì a morire, oppure ignorarle non serve a niente, non permette di crescere e comprendere.
Quindi tendiamo la mano ai nostri movimenti di pancia, cuore e mente.

Oggi l'emozione che ha predominato è il pianto.
Non mio, io da qualche anno a questa parte, è vero, ho la lacrima un pò più facile, ma quest'oggi non ero io a piangere, non ero in difficoltà e non ero io a soffrire.
Sappiamo bene, però, quanto spesso abbiamo a che fare con "difficoltà", "sofferenza" e "dolore".
E' necessario capirli e farli capire.
Gestirli e non farci sopraffare.

Il pianto, silenzioso di quella donna che quando mi ha parlato dei suoi bambini e dei sacrifici che deve far fare loro...

Il pianto di quell'uomo, anziano, che guardando negli occhi la figlia provata dalle vicende famigliari, si è lasciato andare, impotente...

Ti senti estranea, fuori luogo, inopportuna ed invadente.
Gli occhi pieni di lacrime cercano, in te, speranza, coraggio ed un aiuto concreto.

Conciliare quei due sentimenti, quelle due posizioni non è impresa facile.
Ricordiamo di essere umani e che non è un tavolo, una scrivania, una sedia od un vetro a far scomparire quella dimensione.

E' fine giornata, ho provato a tirare le somme.

Chiara


giovedì 13 marzo 2014

Quando anche Harry Potter può essere un valido aiuto

In una giornata può capitare di tutto.
Andare tutto bene, andare tutto male...oppure un bel 50 e 50, ma sicuramente non possiamo prevedere cosa può accadere, ma essere pronti a gestire ogni evenienza, questo sì possiamo farlo.

Parto con una premessa, non sono una fan di Harry Potter fin dagli esordi, l'ho scoperto dopo, ma da quel momento non l'ho più lasciato.
L'ho visto al cinema, letto e riletto i libri, visto in tv i film, ho avuto modo di utilizzare alcuni temi presenti nelle storie per fare dibattiti filosofici (per pura passione), ma ho sempre avuto in mente di utilizzarlo come punto di partenza per lavorare con i bambini. Utilizzarlo come punto di partenza per affrontare certe tematiche ed avere un riscontro su alcuni pensieri.
Oggi è arrivato il momento.

Esco di casa con il dvd di "Harry Potter e la camera dei segreti" non sapendo se avrei potuto usarlo, oppure no, ma quando gli eventi girano a tuo favore...cogli l'attimo, diceva qualcuno!
Faccio accomodare davanti allo schermo e lascio che il film, i protagonisti, la musica ed i dialoghi mi aiutino nel lavoro.
Sapevo che qualcosa sarebbe successo.

Subito...si è spenta l'aggressività ed il viso s'è rilassato.

La contrapposizione fra "bene" e "male" ha portato a dichiarazioni che non mi sarei mai aspettata con chiari riferimenti alle relazioni che vivono quotidianamente. Il dialogo del film era: «Ascoltami bene harry perché è molto importante: non tutti i maghi sono buoni, alcuni diventano cattivi. Anni fa c'è stato un mago che è diventato cattivissimo!»

Il gioco del Quidditch mi ha permesso di capire che le tanto odiate "regole" sono state imparate, ma che rispettarle è difficile, ma quando sono gli altri a non rispettarle, eh sì che me accorgo!! Il dialogo del film era «Mi raccomando voglio un gioco pulito da tutti voi!»

"Io voglio essere Harry Potter non quello lì biondo che fa lo sbruffone!" 

Quando si poteva scegliere l'animale da portare nella scuola... "Io voglio portare un leone, lo comanderei col cuore!"

Ho trascorso due ore davvero piacevoli, scoprendo e conoscendo lati di un bambino che non avevo avuto modo di esplorare.

Ora non mi resta che ringraziare la Rowling per la saga ed imparare a fare le magie!
Chiara

martedì 4 marzo 2014

Una giornata diversa: invertiamo i ruoli - Parte II

Questa estate, in agosto, ho scritto questo post: http://pensierisocialidichiarabiraghi.blogspot.it/2013/08/una-giornata-diversa-invertiamo-i-ruoli.html
Un pò per gioco, un pò per caso ed un pò perchè mi piacciono le novità quella mattina di agosto con alcuni bambini abbiamo sperimentato lo scambio di ruolo.
Non era programmato e non c'è stato un lavoro dietro ma, essendo piaciuto ed avendolo trovato utile. con una mia collega abbiamo deciso di farlo un pò più strutturato.

Al mattino una parte più riflessiva ed al pomeriggio lo scambio - vero e proprio - di ruoli.

Per la mattinata, quindi, ho pensato di fare un lavoro centrato proprio sul significato di "ruolo".
Questo il ragionamento che ho fatto insieme ai bambini, con un pò di fatica ed un pò di ironia.

"Ci svegliamo la mattina ed inizia il nostro spettacolo, quante situazioni viviamo? In quanti posti andiamo? Quante cose facciamo? E quante persone incontriamo?
Ogni volta che incontriamo qualcuno, quando andiamo a scuola, quando andiamo all'allenamento, quando andiamo a pranzo dai nonni, quando ci troviamo qui tutti insieme, tutti noi, è come se stessimo recitando per uno spettacolo. Non siamo sul palco, viviamo la nostra vita, ma ognuno di noi ha un ruolo ben preciso.
Però, io vi chiedo, interpretiamo solo un ruolo?"


Alcune risposte sono state: "No" e la mia domanda, ovviamente è stata: "perchè".
Il più grande ha risposto "perchè è normale". La risposta mi è sembrata meravigliosa e mi ha aiutato a proseguire.
"Perchè è normale, vero, quindi, quando sono qui con voi è normale che io stia attenta a voi, al nostro gruppo e far in modo che voi stiate bene e che vi divertiate nei limiti delle nostre attività...ma ad esempio, la maestra o la professoressa cosa devono fare?"
"Sono cattive" dicono. Correggo dicendo "essere cattivi è un modo di essere, ma io ho chiesto che cosa devono fare?"
A questo punto la risposta è stata: "insegnare". Ho proseguito il discorso dicendo che ci sono caratteri diversi, ma che quella è un'altra storia che potremo affrontare un'altra volta.
"Ma..." chiedo, "Se l'insegnante vi cucinasse la pasta, l'allenatore vi insegnasse la matematica e vostra mamma vi facesse fare 10 giri dello stadio, cosa accadrebbe?"
"Sarebbe strano!" Certo, se prima era normale, adesso è strano!
"Questo "strano" lo possiamo chiamare "aspettativa" che significa: da una determinata persona che sa fare quel lavoro, oppure che ha una certa posizione anche nella nostra vita posso sapere oppure immaginare che avrà un certo comportamento e farà delle cose specifiche, insegnare, cucinare, coccolare, proteggere, educare, sgridare e premiare..."
Con l'aiuto dei miei fogli colorati ho steso sul pavimento: "ruolo / ruolo?" - "Aspettative" e ho continuato chiedendo loro di dirmi cosa si aspettavano da alcune figure e sono uscite parole: "Regole, responsabilità e divertimento".
Ho scritto, infine, su dei fogli alcune situazioni che loro ben conoscevano e ne abbiamo individuato ruoli ed aspettative. (Tengo a precisare, se guardate la foto, sotto la voce "famiglia" c'è: "cane e gatto", trovo che anche gli animali abbiano un ruolo nelle nostre vite" ed i bambini hanno apprezzato).

Difficile, a volte l'attenzione calava, ma il rumore di rotelline l'ho sentito ed io, come lo scorso agosto ho vissuto mondi meravigliosi.


Chiara

mercoledì 19 febbraio 2014

"Bambini strappate alle famiglie" il mio pensiero "sociale"

Dopo aver dato vita al progetto "Chi sono gli AS" con due mie amiche e colleghe (che potete leggere qui per avere maggiori informazioni), la mia e la nostra attenzione è diretta a risollevare la figura della nostra professione e soprattutto, cercare di far comprendere quanto di errato viene trasmesso dai programmi televisivi.

Lunedì 17, dopo i due servizi mandati in onda da "Le Iene", anche "Mattino 5" si è occupato di casi in cui -pare - che Assistenti Sociali, Psicologi e Giudici, abbiamo "strappato via" i bambini dalle loro famiglie, senza un motivo apparente, oppure accusando i genitori di essere "poveri", indigenti.
Presenti in studio tanti "opinionisti", ma nessun rappresentante della categoria psicologi, assistenti sociali e figure che ruotano attorno a casi, delicati, come questi.
C'era, però, l'onorevole Brambilla che presiede la Commissione Infanzia Adolescenza della Camera, che dovrebbe conoscere come i professionisti che ho citato lavorano!

Io da cittadino, devo avere il diritto di aver fiducia nelle Istituzioni, quindi in chi li rappresenta, a partire dagli Onorevoli, se però è proprio da lì che si genera confusione e si scaricano le responsabilità, si inizia col piede sbagliato.

I contenitori televisivi, consci del fatto di avere tanti telespettatori, dovrebbero garantire la sicurezza di quanto viene dichiarato e assicurare un confronto sereno fra le parti in causa, sempre che sia la televisione il luogo più consono nel quale discutere questi pezzi di vita delicati e talvolta dolorosi.

Si parla di "discrezionalità", di "mancanza di linee guida", che "non si sanno quante sono le strutture di accoglienza e in che condizioni vivano i minori" e che "manca il controllo".
Io, dunque, mi chiedo: "ma non è lo Stato che dovrebbe garantire il controllo, conoscere tutto quello che è stato elencato dall'Onorevole Brambilla e ancora, non dovrebbe essere lo Stato (con un sistema di welfare, perchè ancora di welfare si parla) a garantire i diritti dei genitori, delle famiglie e dei minori?"

Abbiamo, in Italia, un sistema di welfare familistico, ossia basato sulla capacità della famiglia di intervenire quando uno dei suoi componenti è in situazione di bisogno e, solo dopo, quando l'ammortizzatore famiglia non regge più, interviene lo Stato.
Detto questo, perchè allora lo Stato centrale, sapendo che i suoi cittadini vertono in situazioni di povertà, indigenza e difficoltà anzichè aumentare, potenziare ed implementare i servizi, smantella il sistema dei servizi, crea disoccupazione e soprattutto non compie azioni concrete al fine di garantire a tutti i cittadini (dai più piccoli ai più anziani) i diritti esigibili sanciti da leggi e dalla Costituzionale?

Le figure professionali, come l'assistente sociale, sono un nodo di questa rete complicata ed ingarbugliata e non gli artefici di tagli e di situazioni in cui è impossibile fornire risposte adeguate. Gli Assistenti Sociali sono a loro volta cittadini quindi, io credo che, a fronte di servizi televisivi dove i discorsi paradossali fanno da padrone, sarebbe utile ed efficace unire le forze cittadini, rappresentanti dei cittadini, professionisti e far capire che oltre ad andare in televisione, sarebbe opportuno lavorare sui reali problemi dei cittadini.

Chiudo scrivendo che: l'Onorevole Brambilla lamentava la mancanza di leggi e linee guida, ma io mi chiedo cosa abbiamo studiato all'università e, fino ad ora, i professionisti che lavorano (anche in area minori), si sono inventati il loro lavoro visto che mancano le linee guida? Vorrei ricordare che anche gli assistenti sociali hanno strumenti e metodologia.
Cerchiamo di essere onesti intellettualmente capire fino a che punto sono i professionisti ad essere nel torto e quando sono le "cose" a monte a non funzionare. Sicuramente errori vengono commessi, ma come in qualsiasi professione, proprio perchè tutti siamo umani, ma per evitare di lavorare male è necessario avere risorse e competenze, le seconde ci sono...le prime spesso mancano!

Chiara

Per vedere il servizio mandato in onda da "Mattino 5" clicca qui

giovedì 13 febbraio 2014

Bulli....Cyberbulli e vittime. Cosa fare? Il mio pensiero "sociale"

Non ho una ricetta precisa e sicuramente non sarò io, con questo articolo ad arginare il fenomeno, ma desidero dire la mia, anche in base alle mie esperienze.

E' notizia recente il suicidio di una ragazza di 14 anni, e sono impressi nella memoria i gesti estremi di ragazzi giovani vittime del cyberbullismo.
Con cyberbullismo si intendono tutti quei comportamenti denigratori, maltrattanti o violenti, messi in atto da bambini o adolescenti, attraverso l'uso di mezzi tecnologici dai video su YouTube, agli insulti tramite social network, verso dei loro coetanei.
I tempi cambiano, ed ecco che anche il fenomeno del "bullismo" si evolve, adesso gli agiti di questi ragazzi pare abbiano più valore se ripresi con un telefonino e messi in rete.

I dati, come sempre, ci possono dare un aiuto e comprendere quanto sia importante comprendere il cyberbullismo e cercare strategie efficaci per poterlo contenere, ed evitare che giovani vite vengano spezzate.
In un convegno organizzato dal Ministero dell'Istruzione "Cyberbullismo e rischio devianza" è emerso che il 26% di ragazzi è vittima, mentre il 23,5% si definirebbe cyberbullo.

Non sono numeri rincuoranti ed è anche per questo che l'11 febbraio, a Milano, è stato organizzato "l'Internet School Day", in occasione dell'undicesima edizione del "Safer Internet Day". A questo evento hanno partecipato 800 ragazzi delle scuole medie con i loro insegnanti, ricevendo consigli utili su come utilizzare lo strumento internet, su come riconoscere e difendersi dal cyberbullismo.
 L'evento è stato organizzato dall'associazione "Cuore e Parole Onlus" associazione impegnata a prevenire il disagio e le dipendenze, promuovendo un sano stile di vita e laboratori per insegnanti e genitori.

A parer mio, oltre a queste utilissime iniziative, credo sia necessario se non fondamentale una riflessione un pò più ampia.
Sicuramente c'è una crisi di valori e principi molto marcata e questo comporta la degenerazioni di tanti comportamenti (e forse non solo fra i giovanissimi), ma accanto a questa crisi dei valori - che andrebbe affrontata per poter prendere coscienza di quello che si è perso -, credo sia importante stare coi giovani, saperci stare, aver voglia di stare con loro e soprattutto stare al loro passo.

Secondo le mie esperienza lavorative, che mi hanno e mi portano ad avere a che fare con bambini e giovani ragazzi, uno dei percorsi da seguire al fine di riuscire ad instaurare un buon rapporto con loro è quello di comprendere quel è il nostro ruolo, ed una volta compreso saperlo vestire, senza dimenticare però l'anno in cui siamo e che, i ragazzi, i giovani ed anche i bambini, oggi, corrono.
Per me, stare al loro passo, sapere quali sono gli argomenti di loro interesse, riuscire a sedermi ad un tavolo e parlare di cose che mai avrei creduto di conoscere è veramente importante.
Far capir loro che, non siamo adulti pronti solo a rimproverarli o a elogiarli, ma siamo anche in grado di riuscire a capire (o che comunque ci sforziamo) il loro universo.

La parole chiave sono ascolto e privacy.
Ascolto "sul momento" ed ascolto anche "successivo", quando siamo a casa e riflettiamo su quello che abbiamo fatto durante la giornata, su cosa potevamo fare meglio oppure non fare.
E' così che mi sono ritrovata ad ascoltare Fedez, è così che ho conosciuto i "flash" (e non è il super eroe) e tanti altri piccoli esempi.
Privacy, perchè di riservatezza ne hanno bisogno, e la riservatezza va a braccetto con la fiducia, la dobbiamo guadagnare, la dobbiamo anche sudare, magari urlando oppure scontrandoci, ma sempre allo scopo di costruire una relazione con loro e non muri.
Riportare quell'umanità che, a volte, viene a mancare.

E forse una sera, aprirete la vostra casella e-mail e troverete la pagella di un ragazzino che ha voglia di condividere con voi i suoi successi, senza che voi l'abbiate chiesto.

Chiara

domenica 9 febbraio 2014

Di una mattinata piena di emozioni...

Siamo umani e viviamo emozioni. Questo è assodato.

Siamo travolti dalle emozioni ad una festa, guardando un cielo stellato, quando ci pestano un piede, quando ci rispondono in maniera poco carina, al lavoro... Ogni momento della giornata siamo accompagnati da emozioni e sensazioni, sempre diverse, per tipologia ed intensità.
Quando siamo in famiglia, bè, abbiamo il nostro spazio e conosciamo il territorio in cui muoverci, quindi esprimerle non ci costa un grande sforzo, ma quando siamo sul lavoro?

Spesso sono stata investita da diverse emozioni, ho pianto, ho riso come se fossi davanti al regalo più bello, ho provato rabbia, paura e sicuramente gioia.
Altre volte, però, non bussa un'emozione sola, ne arrivano diverse tutte insieme e non c'è una ricetta pre confezionata che mi suggerisce come gestire quel momento così complesso.

Per esempio:

Mercoledì, lascio il posto di lavoro per un'ora (non per divertimento, ma per un colloquio con una struttura che avrebbe dovuto ospitare un ragazzo). So cosa ho lasciato, ma non sapevo cosa avrei ritrovato.
Lascio tranquillità e serenità, forse un pò di esuberanza, ma tutto nella "norma".

Al mio rientro ritrovo un ragazzo in lacrime, sconcertato, arrossato in viso e con accanto un foglio con poche righe scritte: "Non voglio più versare lacrime per chi mi vuole male, non è giusto star male per chi dovrebbe essere tuo amico".

Cosa può essere successo in un'ora di assenza?
Cosa può aver scatenato una reazione simile?

Io non ho potuto fare a meno di provare una morsa allo stomaco, sono umana e "sensibile".
Mi siedo accanto a lui, attendo qualche istante per rispettare il suo pianto e la sua respirazione, gli sguardi si incrociano, quegli sguardi che ti arrivano fino allo stomaco da quanto sono intensi.
Gli chiedo se vuole uscire per potermi parlare con più calma. Annuisce, ci alziamo, lui si asciuga le lacrime e cerca di tornare quello di sempre.
Entriamo in una stanza e gli chiedo se, ora, ha voglia di dirmi cosa sia successo..

Mi racconta che alcuni suoi amici hanno raccontato una storia falsa sul suo conto che questo lo ha ferito perchè tutti sanno che... "Io sono dell'altra sponda!"

Ecco il punto. Stiamo lavorando sulla sua omosessualità. Lui ne è consapevole e questo è già un punto di partenza. Per lui non c'è nulla di strano, per me non c'è nulla di strano, ma per gli amici no.
Mi racconta che non è la prima volta che viene preso di mira per questo motivo e che lui soffre per questo.

Quel momento era carico di tensione emotiva, io ho cercato di non ascoltare la pancia esclusivamente la mia "pancia", ma anche il cervello, essere razionale e riportare la calma. Una mezz'ora buona è passata e tutto è rientrato, salvo il dispiacere di aver provato un brutto mix di emozioni per via del suo essere.

"Sii te stesso senza paura, sarà difficile, ma non avrai mentito a te, M."

Quanto è difficile stare in questa società?
Perchè lottare ogni giorno per quello che si è?
A cosa può portare la sofferenza per la mancata accettazione?

Forse, il video qui sotto, può insegnarci qualcosa.




Chiara


domenica 26 gennaio 2014

Giornata della memoria - 27 gennaio 2014.


Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche entrarono ad Auschwitz, cittadina polacca, trovando il campo di concentramento che porta lo stesso nome, liberando le poche persone sopravvissute agli anni di guerra, violenze, privazioni e deportazioni.

Io, e chi mi conosce lo sa, sono molto sensibile nei confronti di questo tema, leggo molto in merito ed ogni storia, ogni fotografia, ogni testimonianza ed ogni spettacolo teatrale che ho visto mi ha lasciata esterrefatta. Sullo sfondo le stesse immagini, vissute però da persone diverse che meritavano un destino completamente differente.
La fame, il freddo, gli averi strappati, gli affetti negati e la dignità calpestata sono il filo rosso che lega le persone che hanno subito, negli anni '40 del '900, quello che io non riesco neanche ad immaginare.
"Colpevoli" di essere ebrei, zingari, omosessuali ed ancora asociali, testimoni di Geova, prigionieri politici.

Leggo storie ed ho ascoltato testimonianze, sono andata anche in "visita" ad un campo di concentramento, quello di Mauthausen, e non riesco a capacitarmi di quello che è successo e di quanto, quello che è accaduto, non abbia insegnato nulla, forse poco.

Razzismo verso una "razza" (anche se io conosco solo la razza umana, come disse A. Einstein), bè esiste ancora adesso.
Gli omosessuali...sono discriminati e vittime di violenza ancora oggi.
Gli zingari, basta leggere le bacheche di facebook o qualche forum.
Insomma, siamo nel 2014, ma non abbiamo imparato molto, forse non siamo così cruenti ed espliciti (vedesi le leggi razziali), ma, secondo me, tanti passi devono ancora essere fatti.
Questi passi, valgono anche per le guerre, quelle che sentiamo raccontare al telegiornale da inviati speciali e che sentiamo così lontane da noi. 
Io, e non esagero, quando ascolto certe notizie, magari sto mangiando e mi passa la fame, oppure mi si bagnano gli occhi e la paura che qualcosa degeneri, lo confesso, ce l'ho.

Mio papà mi aveva raccontato che, quando era piccolo, 2 - 3 anni, rimase 5 giorni sotto le macerie di un edificio bombardato, a Milano. Con sua mamma, nel 1943.
Non posso e non voglio neanche immaginare che cosa voglia dire vivere una guerra e subirne gli effetti direttamente, spero solo che le campagne a favore dell'inclusione, i messaggi contro il razzismo e la violenza, gli insegnamenti dei "grandi" della storia, possano sortire qualche effetto.

Io nel mio piccolo, come sempre, cerco di fare qualcosa, di passare messaggi e modelli di comportamento, come quando un ragazzino di recente, leggendo un passo di Primo Levi mi ha guardata negli occhi e mi ha detto: «Questo, però, non è accaduto davvero!!».
Incredula, mi sono leggermente spostata e gli ho chiesto il motivo per cui non credesse che quello che aveva letto non fosse possibile. 
«Troppa cattiveria» mi ha risposto.

Concludo così, con "troppa cattiveria", frase detta da un ragazzino, a far in modo che tutti noi possiamo ragionarci su.

27 gennaio, così come tutti i giorni dell'anno, "per non dimenticare" e soprattutto per non ripetere!

Chiara


lunedì 13 gennaio 2014

E poi arriva Fedez!

Il ciclone Fedez ha coinvolto anche a me, ma non ieri, da questa estate!
Chi fosse Fedez prima di luglio 2013 non lo sapevo, adesso lo so fin troppo bene.

"Conosci quella canzone di Fedez?" - "Ehm no!"
"Hai sentito la canzone su Signorini?" - "Una canzone su Signorini??" 
"Mia mamma ci ha preso il cd di Fedez in versione delux con la maglietta!" 
Insomma Fedez ovunque e per capire cosa avesse fatto per diventare un idiolo, ho dovuto ascoltare le sue canzoni.

Scopro, con piacere, che ha fatto un featuring con J-Ax ma oltre, bè è un "rapper" che ha spopolato grazie al web e a testi facilmente orecchiabili e ricchi di parolacce (e qui già mi chiedo quanto possa essere utile il mio riprendere un ragazzino dal non dire determinate parole, quando le ha nelle orecchie diverse ore al giorno).
Alcune frasi dei suoi testi sono anche condivisibili, ma per il resto non è un cantante da proporre ad un ragazzino di 12 anni, o anche più piccolo.
Dopo averlo ascoltato per giorni e giorni mi dico "basta" e torno alla mia solita musica, ma pronta ad ogni commento od obiezione, ma cosa mi è capitato?

«Chiara, ma nella canzone di Fedez dove dice: "Nel locale mi presenti un tuo amico gay, il tempo di 2 birre e siamo super amiconi sai come si dice siamo culo e camicia (si ma io sono quello coi bottoni eh)", io non l'ho capita!»
Accenno un sorriso e non riesco a fare in tempo a rispondere che il fratello di questo ragazzino, più piccolo di lui, gli risponde in maniera molto chiara ed esplicita, fugando parecchi dubbi sulla metafora cantata da Fedez.
L'altro ragazzino resta in silenzio un attimo e mi guarda interrogativo: "Chiara, non ho ancora capito», si gira verso il fratello ribadendo il concetto.

Pareva una situazione fantozziana.
Con tutta la calma del mondo, dopo essermi seduta, ho spiegato cosa intendeva Fedez in quella canzone cercando di non essere volgare e senza ridicolizzare il concetto. 

Non mi ha dato fastidio avere a che fare con questa piccola parentesi, fuori da quello che è il mio ruolo, ma mi sono chiesta, due cose.
La prima è: con che spirito e coscienza, oggi, i genitori comprano le cose e soprattutto quanto conoscono quello che regalano?
La seconda è: le canzoni sono sempre più parte della nostra vita, così come quella dei ragazzi (e ragazzini), ma se sono piene di parole fuori luogo, come è possibile portare avanti un processo educativo, aspettarsi che vengano portati avanti dei valori? E la lista potrebbe essere lunga.

Nello specifico mi riferisco ad un'altra canzone di Fedez "Sembrava amore invece...", testo tremendo, intro e chiusura volgarissimi e un featuring che non lascia spazio a dubbi sul messaggio che vuole trasmettere.

Un pensiero a voce alta, il tener traccia di una cosa che mi è successa, scrivere domande che mi sono passate per la mente...

Chiara

giovedì 5 dicembre 2013

I disegni dei bambini...

....questi sono i miei pensieri sociali di oggi, solo questi.
Nessun parola in più a descrivere questi disegni. Sicuramente sorrisi.











mercoledì 18 settembre 2013

Un pensiero fra i pensieri....

...che poi io rifletto, penso, mi danno l'anima, mi cruccio, rido e sorrido, a volte mi do per sconfitta ed altre, invece, mi sento sulla rotta precisa con vento a favore.

Spesso mi interrogo sul perchè di determinate scelte, mi rispondo perchè è giusto che io mi dia una risposta e non fugga da me stessa.
Quando invece non mi faccio domande le risposte mi cadono fra le mani e trovano un giaciglio sicuro.

Le risposte sono tante:
"Se salgo sulla sedia posso raggiungere la tua altitezza!" (un bambino durante una meravigliosa estate)

"Chiara, ti prego non mi dire che sei rimasta senza lavoro, hai fatto così tanto per noi, adesso noi che cosa facciamo per te?" (pochi giorni fa, fuori da un supermercato due ragazzi del CPPA di Biella)

"Potresti lasciarmi il tuo numero di telefono perchè anche solo sentire una voce mi tranquillizza" (la signora anziana che seguo da qualche tempo)

"Chiara, ma secondo te, io sarò mai normale??" (domanda che mi fece un ragazzo con disabilità a seguito di un piccolo incidente durante la preparazione di un panino)

"Perchè qui dentro si vive di merda, ma siamo qui e non dobbiamo mangiare solo la torta, ma guardare anche la ciliegina e ci dobbiamo impegnare!" (Un ragazzo tossicodipendente durante una riunione ospiti-operatori)

"Chiara di giorno e Chiara di notte!" ("Non fa una piega!" un ragazzo in comunità psichiatrica).

"Leggo il tuo blog, ed anche se sono solo a metà tirocinio e vorrei mollare, punto alla meta!" (una studente universitaria durante il suo tirocinio)

E tante altre risposte, che, quasi ogni giorno mi ricordano il "perchè" della mia scelta e del mio credere in quella scelta.
Mi sono illusa, ho idealizzato, sono caduta ed ho elaborato l'illusione e la delusione, ma sempre qui, sempre sul pezzo, perchè perdere di vista i nostri obiettivi e non credere più nelle nostre scelte....è come fare autogoal!

giovedì 1 agosto 2013

Una giornata diversa: invertiamo i ruoli

Educatore, insegnante, genitori, dottore, nonni, quante figure ruotano attorno ad un bambino e tutte con un ruolo ben preciso, solitamente indiscusso.

Ed il ruolo del bambino qual è?
Sicuramente essere bambino, con tutti i diritti che l'essere bambino comporta, senza - però - dimenticare i doveri.
Però, se un giorno, per qualche ora si invertissero i ruoli? 
Cosa accadrebbe?
Io, l'ho scoperto.

Innegabile dire che si aprono dei mondi, tutti da scoprire e che non aspettano altro!
Facce di una stessa medaglia, forse, coperte da quello che è appunto "il ruolo".
Per qualche ora, un giorno, ho svestito i panni dell'educatrice e ho voluto indossare quelli della bambina, imprestando i miei ad alcuni bambini.
Erano larghi, erano scomodi, erano belli, erano spigolosi, erano complicati...ma erano i panni "della Chiara".

E dunque mi sono trovata a chiedere "posso fare...andare...?";
ho dovuto aspettare che mi il cibo mi fosse servito nel piatto e, fino al termine del pranzo, non ho potuto lasciare la sedia (quando ho provato a farlo, sono stata messa a sedere immediatamente: «No, Chiara, non tocca a te!!»;
ho detto «grazie», quando normalmente avrei detto «prego»;
ho osservato come alcuni di questi bimbi si confrontavano con chi invece aveva tenuto i suoi "abiti";
ho visto come le regole che, di solito, faccio osservare e ripeto io, venissero fatte rispettare da chi ha l'abitudine di non farlo;
ho notato la fiducia che i bambini hanno fra di loro e di quanta attenzione prestino l'uno all'altro.

Sono state ore meravigliose, ho capito tante cose di quelle creature che ogni giorno passano, buona parte della giornata in mia compagnia. Ho avuto modo di avere un'altra prospettiva e di godere di quella posizione, loro sono stati splendidi e mi hanno insegnato tanto, ed io, grazie a questo "gioco", ho capito il valore degli sforzi quotidiani e del conseguente successo.
Non appena ho indossato nuovamente i miei panni, nonostante qualche strappo ed una ritrovata sicurezza è arrivata una frase:
«Chiara, io il tuo lavoro non lo farei mai, mi sono arrabbiato troppo. Perchè non si ascolta subito?? E poi tutta quella storia delle ore, no, il tuo lavoro non lo farò mai!».
Ho risposto che il "mio" lavoro è splendido grazie a loro, grazie all'entusiasmo che mi muove ogni giorno e che, capire determinate cose è importante in ogni situazione.

....e nonostante quel "non lo farò mai" il giorno successivo (ed anche quelli dopo) qualche vestito della Chiara è stato indossato da qualche bambino, in maniera così naturale e semplice che le soddisfazioni, a fine giornata a casa le porti, e tutto finisce nel cassetto dei ricordi.

Chiara

martedì 16 luglio 2013

La Bambulanza - l'ambulanza pediatrica

Non la conoscevo, così tante mamme e gli stessi bimbi.
Di che cosa sto scrivendo??
Della Bimbo - Ambulanza.
Non sapevo esistesse anche l'ambulanza per i più piccoli, credevo che venisse utilizzata il solito mezzo, ed invece, eccola qui la meravigliosa Bambulanza.

Di che cosa si tratta?
E' un'ambulanza pediatrica dove al suo interno tutto è a misura di bambino, dai colori, a quello che il bambino ha a disposizione.
Definita anche come una ludoteca per quei bambini che devono sposarsi per fare le terapie (è possibile trovare a bordo, in queste occasioni, anche un clown, che alleggerisce il viaggio al bambino).
Viene anche utilizzata quando si rendono necessari viaggi lunghi (per quanto riguarda la mia zona Biella - Novara, Biella - Torino).
I colori invitano il bambino a salire, quello che è contenuto al suo interno ricorda l'ambiente della propria cameretta ed ovviamente, per non farsi mancare nulla, la Bimbo - Ambulanza è dotata anche di play station 3 e di lettore dvd, con queste tecnologie si allietano i viaggi dei bambini e la tensione viene stemperata.

A Biella, la città dove risiedo, questo mezzo di trasporto è stato donato alla Croce Rossa dal Fondo Edo Tempia, fondo che da sempre è impiegato nella ricerca e prevenzione contro i tumori.
I volontari che oggi mi ha spiegato come funziona, le loro esperienze mi hanno anche detto che non è un mezzo conosciuto, infatti, come ho scritto in precedenza neanche i genitori erano a conoscenza, ed ecco il motivo del mio post.

I bimbi che oggi hanno potuto conoscere la Bambulanza erano increduli, hanno fatto mille domande ed i volontari della Croce Rossa sono stati meravigliosi, spiegando anche come si deve fare per allertare il 118, le domande alle quali potrebbero rispondere e cosa fare in caso di pericolo, oppure di incidente.

Il mio grazie personale va sia al "Fondo Edo Tempia" per aver regalato alla città questo meraviglioso mezzo di trasporto ed a tutti i volontari della Croce Rossa che, ogni giorno, lavorano con impegno, passione e tanto cuore.

Guarda le foto della Bambulanza

Chiara




venerdì 17 maggio 2013

La Fine ha bussato nuovamente alla mia porta

Sono questi i momenti in cui ho il bisogno, un autentico bisogno, di scrivere.

E' un giorno qualsiasi, un momento come tanti, di un'ora come un'altra. Stai parlando del più e del meno, quando decidi di aprire il giornale per sfogliarlo, non per leggerlo con attenzione.
L'occhio cade su una parola che risveglia in te ricordi, odori, colori, suoni e attimi passati.
Decidi, così, di approfondire per capire meglio perchè l'occhio è finito proprio lì.
Non appena metti a fuoco e leggi tutta la notizia vorresti non aver mai aperto il giornale ed essere altrove. Lontano. Possibilmente in un altro mondo.
Resti interdetta, senza parole perchè, quelle poche che riesci a pronunciare, sono balbettii.
Non ci vuoi credere e - per forza di cose - devi proseguire nella lettura di quella notizia, sebbene stia lacerando il cuore.

Niente da fare. E' finita. Morto.
La morte equivale alla parola "Fine". Quanto meno per quello che riguarda la parte materiale della vita.
Niente più sorrisi, lacrime, gridolini.
Niente più abbracci, sgridate, condivisioni.
Nulla. Per me la morte equivale alla parola fine. Perchè così è.
Per il resto, c'è il cuore, la memoria ed i ricordi.

Ed ecco che, oggi, la Fine ha bussato nuovamente alla mia porta chiusa da anni. 
Lì, scritta su poche righe di un articolo di un giornale locale.
Ho lasciato andare un respiro lungo e profondo sentendo il cuore che iniziava a battere più veloce.
Era un bimbo di due anni.
Non posso e non voglio stare qui a chiedermi il perchè dei perchè.

E' finita. Tragicamente finita.
Sento le parole di una mamma - la mia - che dice «Non riesco a capacitarmi, non sarei in grado di sopportarlo».
Non sono mamma e non ho la più pallida idea di quello che significhi perdere un figlio, ma so cosa significa perdere un genitore e, le uniche due parole che posso usare per descrivere una cosa simile, sono "vuoto" e "nero".
Disorientamento allo stato puro.

Certo, col tempo, tutto passa, ma resta qualcosa. Ti accompagna giorno dopo giorno.
E' una domanda: "come sarebbe stato se...?"

Non ci sono risposte, solo supposizioni.
Non resta altro che salutare questo bimbo, nella speranza che il desiderio che il suo papà ha espresso venga esaudito.

Chiara

mercoledì 15 maggio 2013

15 maggio, giornata internazionale della famiglia

E così si celebra anche questa giornata internazionale, quella dedicata alla famiglia, dal 1994 (anno internazionale della famiglia) si festeggia questa giornata.
Io personalmente, nei telegiornali, non ne ho sentito parlare, ma forse è solo una mia mancanza, ecco perchè voglio scrivere un post in merito.

Famiglia? Uno dei tanti argomenti sui quali si discute molto e non si arriva ad un punto definitivo. Una volta perchè viene scontentato l'uno ed una volta l'altro, perchè si va contro la Costituzione ed ancora perchè la religione ha le sue convinzioni.
Quello che credo sia di fondamentale importanza, in questo caso, proprio in questa giornata, è andare oltre alla definizione di "famiglia" e porre al centro al benessere dei bambini, di coloro i quali, per legge e per natura, hanno bisogno di una guida, di un sostegno, supporto ed affetto.
Dare più attenzione al bambino non significa, però, dimenticare, quanto sia fondamentale la presenza di una famiglia alle spalle e non significa dimenticare quello che è stato detto dall'ONU in merito.

Famiglia. Ripenso alla mia stroncata quando ero piccola; non più, quindi, mamma - papà - bambino, ma solo mamma e bambino, eppure ho detto, ed in cuor mio è, famiglia.
Famiglia perchè sono cresciuta, famiglia perchè sono stata educata, famiglia perchè ho ricevuto quei tanto discussi "no", famiglia perchè ho avuto chi mi ha coccolato quando il mondo era avverso e perchè ho avuto chi, nei giorni di successo, gioiva con me.
Famiglia perchè quando ho un dubbio so chi guardare negli occhi, so da chi prendere esempio, so a chi devo dire grazie per dove sono arrivata e so a chi devo chiedere scusa per non essere sempre stata un "modello di figlia".
Famiglia perchè nei momenti di difficoltà (anche economico, è doveroso dirlo) ho avuto ed ho il mio porto sicuro.
Famiglia perchè quando chiudo la porta di casa spero sempre di poter tornare e dare un bacio sulla guancia e dire com'è andata la giornata ed esser pronta ad ascoltare il racconto di un'altra giornata.
L'elenco potrebbe essere ancora lungo, ma non voglio annoiare e voglio concludere la mia riflessione.

Cosa c'è, in questo modello di "famiglia", che non riflette l'ideale che abbiamo in mente di famiglia?
La definizione dell'ONU riporta «gruppo sociale ed ambiente naturale per lo sviluppo ed il benessere dei suoi membri, in particolare, i bambini», e stando al mio racconto, salvo essere una coppia - e non un gruppo - non è così?
Una bambina è cresciuta, sta vivendo la sua vita.

Per questo sono favorevole alle adozioni (nazionali ed internazionali) con tempi più corti e con una spesa economica meno ingente; per questo sono a favore delle famiglie mono genitoriali, perchè anche un solo genitore è in grado di allevare un figlio, l'importante è che alla base di tutto ci siano la voglia di affrontare un percorso arduo, che al primo posto su ogni cosa ci sia il bambino e la volontà di fare sacrifici.

La famiglia, così come i bambini, sono un gioiello prezioso, unico ed inimitabile che tutti noi possiamo avere tra le mani (come componenti, come professionisti dell'aiuto o come politici), indispensabile è coglierne il valore e saperlo mantenere intatto, lontano da polemiche demagogiche e più vicino ad iniziative a favore e a sostegno, cercando di non dimenticare mai quanto sia importante avere qualcuno nella vita che sia accanto a noi.

Chiara