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lunedì 1 dicembre 2025

Che differenza c'è fra "dolore" e "sofferenza"?

In questo mio lungo periodo di assenza e, soprattutto, di silenzio ho riflettuto molto su quale differenza ci fosse fra "dolore" e "sofferenza" perché, entrambi riconducono allo "star male". 

Il dolore, forse, è qualcosa di più fisico, una risposta - talvolta immediata - a uno stimolo esterno; la sofferenza mi porta a pensare a qualcosa di più ampio che può includere il dolore, ma è, per me,  un'esperienza più profonda e complessa (anche prolungata nel tempo) che va a toccare "corde" che non sapevamo potessero suonare...come quando decidiamo di fare sport e diciamo "scopro muscoli che non sapevo di avere".

Ho attraversato e sto attraversando un periodo, quindi, di sofferenza, costellata da dolori, (e no, non solo perché invecchiando!) che mi ha costretta a fermarmi, a mettere quasi tutto il mio mondo in stand by e provare a darmi risposte. 
Tutto questo, ovviamente, non da sola e non in fretta. 

Con un accompagnamento professionale e tanta fatica emotiva e fisica da parte mia.

Ho provato a dare una forma alla "sofferenza" e l'ho più volte immaginata come un cuneo di colore nero, nel quale, però, non si sta scomodi, a volte stretti, ma non scomodi. 
Al nero, all'oscurità ci si abitua, alla fatica di non vedere chiaramente, forse è proprio il "nero" a essere così bravo da avvolgere e tenere lì, fermi, immobili e, all'inizio, senza alcuna voglia di cercare la famosa "luce in fondo al tunnel".

C'è, sappiamo che c'è! 
Troviamola.
Da soli è di un faticoso, ma di un faticoso che le energie vengono disperse in breve tempo e lo sforzo non è valso, non è servito.

Insieme, con chi ha realmente le capacità e le competenze , è possibile. 
Si accende una fiammella, debole. Si spegne subito. Però, ora, c'è chi può provare a riaccenderla e darle forza, per continuare a illuminare e sconfiggere il cuneo nero.

Dico sovente che è processo, che per comprendere qualcosa è necessario attraversalo, viverlo con tutte le scarpe, diversamente possiamo avere solo ed esclusivamente o una conoscenza parziale, o teorica.

Quanto è difficile ammettere di aver bisogno?
Quanto è difficile esplicitare di essere vulnerabile?
Quanto è difficile accettare qualcosa che viene messo "nero su bianco
".

Siamo umani, lo sento dire sovente e, talvolta, a sproposito. 
Siamo umani ma, ci dimentichiamo che cosa voglia dire. 
Siamo umani ma, pretendiamo dagli altri qualcosa di sovraumano.

Siamo umani e il mio (bellissimo) lavoro me lo ricorda tutti i giorni, ci sono giorni dove quel "nero" avvolge le vita, avvolge i pensieri e ci sono giorni dove vi è luce, allegria, potenzialità e speranza. 
Siamo umani e il mio (bellissimo) lavoro mi ha fatto capire che se io "predico bene" devo "razzolare altrettanto".

Il "nero" che, ora che ci rifletto, viene ripreso anche in una canzone di successo di Fedez, avvolge, stringe, tinge qualsiasi cosa si avvicini e lo macchia, lo indebolisce. E' molto forte, ma è possibile affrontarlo, scoprendo lati di sè inediti, ricevendo risposte a domande annose, scoprendo che è possibile respirare e non sempre vivere in apnea.

La cosa importante è crederci e impegnarsi.
Io ho deciso di impegnarmi e sarà, come lo è stato fino a ora, faticoso, ma la fiammella brilla e ricordiamo che: "i semi germogliano nell'oscurità".



Chiara


lunedì 10 marzo 2025

Se cerchi l’infinito, lo troverai nel sorriso di un bambino. Abbi cura di quel sorriso, è la vita del mondo. (K. Gibran)

 


"E' bellissimo!
"Vogliamo dargli un nome?"
"Sì"
"Dimmi, è maschio o femmina?"
"Femmina"
"Le diano un nome in italiano o in inglese"
"Italiano!" .... "Arcobaleno!"  E sfodera un sorriso che non sono capace a descrivere a parole. "Aspetta!"

Scalza, corre in camera e torna con le lettera dorate adesive.
Scrive il nome e aggiunge "C. come Chiara" 

Arcobaleno.C

E' il mio unicorno e da qualche settimana alberga nel mio zaino, insieme a quella penna con il musetto a forma di gatto nero: "te la regalo, l'ho fatta io!"
"Tu? Sei bravissima, ma come hai fatto a farle?" Sul tavolo altre penne simili.
"Il papà mi ha comprato le cose e io le ho messe insieme come volevo!"
"E' un'arte, sei davvero brava e...Grazie per il regalo"
"Anche Arcobaleno è tuo!"

Arcobaleno.C. e Gattonero mi fanno compagnia nei tragitti lavorativi, oppure mi tirano su di morale quando tutto intorno, bè, proprio bene bene non va.
E' un periodo di quelli dove mi domando: "chi me l'ha fatto fare?" e non solo scegliere questa professione...
L'altro giorno una cara collega mi ha scritto: "io comunque sento solo brutte notizie! Cosa sta succedendo ai nostri servizi?"

Esatto: cosa sta succedendo?  

Avrei qualche idea, ma questo post non voglio tingerlo di grigio e di nero, voglio che Arcobaleno.C. continui a colorare le mie giornate e anche questo post, ma non solo. Voglio che continui a ricordarmi il motivo per cui "tengo botta", il motivo per cui torno a casa tardissimo e ancora mi metto a studiare, il motivo per cui cerco di essere onesta e trasparente con i genitori di questi bambini che sono capaci a trasformare una visita domiciliare in una carezza all'anima e che meritano che io sia una professionista capace di fare il suo lavoro fra fatiche immense e responsabilità enormi.

Ed è qui l'inghippo: responsabilità.

Chi se le prende e chi le rifugge.


Chiara

lunedì 27 febbraio 2023

Se ripenso da dove siam partite...I will not give up

Eccomi!
Ho di nuovo le forze, le energie e la voglia di provare a riempire un foglio bianco e la voglia è tornata grazie alla "Sisifo dei giorni miei", ve la ricordate?

Quella fatica, tanta fatica è stata ripagata.

"Chiara, grazie!" mi dice abbracciandomi e piangendo, come una bambina in cerca di un posto sicuro dove stare per qualche minuto.

Ci siamo abbracciate, non ho nascosto le lacrime, ma ho voluto, ed era assolutamente doveroso, riconoscere a lei il suo percorso. 

Travagliato.

Impervio.

Cattivo.

In salita.

Senza appigli.

Oggi, invece?

"Guardati attorno, noi ci salutiamo, ma guarda, respira la tua casa, i tuoi ragazzi (che sono rientrati), il tuo lavoro e tienilo stretto che te lo sei meritato!!"

Ti ho riconosciuta nelle parole della canzone di Sanremo di Mr. Rain:

"Ci sono ferite che non se ne vanno nemmeno col tempo

Più profonde di quello che sembrano

Guariscono sopra la pelle, ma in fondo ti cambiano dentro

Ho versato così tante lacrime fino ad odiare me stesso"


Ora non tornare indietro, non pensare a quelle lacrime e quella paura, tieni il punto.
Hai imparato tanto, a volte hai insegnato tu a me il lavoro.
Non mi sono vergognata, anzi mi sono sentita fiera, piena. 
Avevo lavorato con serietà, avevo investito tempo, fatica ed energia, ma avevo di fronte una mamma che aveva capito come l'Assistente Sociale si deve muovere, come deve rapportarsi con gli altri Enti e come il tempo, quella risorsa che ci sembra indispensabile, fa assolutamente la differenza.

Ti lascio con un'altra canzone, questa volta di Mannarino:


"Puoi cambiare camicia se ne hai voglia e se hai fiducia puoi cambiare scarpe. 

Se hai scarpe nuove puoi cambiare strada e cambiando strada puoi cambiare idee

 e con le idee puoi cambiare il mondo"


Fonte:https://it.dreamstime.com/



Chiara







domenica 31 gennaio 2021

"Una cima raggiunta è il bordo di confine tra il finito e l’immenso" E.D.L.

 E' vero, lo ammetto!

Io su un cornicione non sono mai salita. Perché? Perché ho paura. 
Chi di noi non l'avrebbe?

Ha fatto scalpore quella scena di "Mina Settembre", fiction tratta dai racconti di Maurizio De Giovanni

Quello che voglio fare è, però, andare oltre la risatina e l'ironia che aleggia da qualche settimana a questa parte intorno sia alla fiction sia ad alcune "rappresentazioni".

E' vero, io non salgo sui cornicioni, ma un giorno una collega OSS, vedendomi scappare a gambe levate davanti a un'innocente ape mi disse: "Ogni giorno affronti sfide e situazioni che fanno molta più paura e corri via da un'ape?"

Già! 

Io sono quella che corre via, salta sui tavoli e si barrica in una stanza se c'è un insetto, ma sono anche quella che, ferma sulle proprie gambe, con mente e cuore aperti, affronta quello che accade ogni giorno nel mio lavoro.

Forse, è vero anche questo, mi trovate anche dietro a una scrivania a scrivere un progetto o una relazione, ma faccio (facciamo) anche altro. Tanto altro.

Non ho mai preso in prestito un'ambulanza, ma sono salita sull'auto dei Carabinieri per aiutare un'anziana del paese in forte difficoltà;

Non ho mai rubato bambini ma, quando un  ragazzino in comunità rientra a casa propria perché i suoi genitori sono riusciti, insieme ai professionisti, a fare un percorso di consapevolezza e crescita, credo che sì anche io, ho "restituito" bambini.

Non sono salita su cornicioni o altri luoghi pericolosi, ma ho stretto mani ossute e consumate che chiedevano aiuto. Ho incrociato occhi che si vergognavano e in quell'incontro, con un filo sottile, ma di evidente emozione, sono scesa da quella sporgenza pericolosa insieme a donne e uomini che: "non è vita questa, non è vita!"

Non ho molti amici amici avvocati ai quali chiedere favori, ma sono consapevole che costruendo relazioni positive, qualora avessi bisogno di un confronto, un sostegno o una spiegazione, ho professionisti che hanno il piacere di aiutarmi a dipanare la matassa.

Non sono entrata a casa di qualcuno fingendomi altro. Ho sempre spiegato chi sono, cosa faccio e il motivo della mia richiesta di ingresso in un luogo così intimo...e, certo, non tutti hanno detto di "sì".
Da un anno a questa parte - però - tante, tantissime persone sono entrate a casa mia, senza un formale permesso ma, con un click e non sempre sono stata così consapevole di questo.

Una cosa, invece, mi richiama molto la realtà: gli aperitivi a fine giornata. 
"Esco alle 17 ci troviamo sotto i portici?" 
"Che giornata infernale...Spritz al bar?"

Siamo umane, entrambe! 
Siamo Assistenti Sociali, lei "per finta", mentre io per davvero. 

Non sono (Gelso)Mina, sono Chiara.
Entrambe non ci sottraiamo alle richieste di aiuto, in modi diversi, vicine alle nostre realtà.

Per approfondire:

Troppo freddo per settembre - intervista 

Intervista De Giovanni CNOAS

Un giorno di Settembre a Natale




domenica 13 dicembre 2020

Riflessioni (in ritardo) sulla Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità

Riflessioni sulla Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità (in ritardo) e non solo...
le giornate internazionali servono a ricordare e puntare i riflettori sul tema,  è quanto si costruisce giorno dopo giorno, anno dopo anno, a rendere la celebrazione di quella giornata importante.
Pensieri, condivisi, a distanza, con chi ha esperienza diretta.

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 Il 3 dicembre, dal 1981, si celebra la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità e dal 1993 è anche la Giornata Europea delle Persone con Disabilità, così come voluto dalla Commissione Europea. 

Questa giornata è pensata per promuovere e sostenere la piena inclusione delle persone con disabilità e per porre l’accento sui diritti che comprendono ogni ambito della vita e della quotidianità e, quindi, contrastare discriminazione e disparità.

La convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, adottata nel 2006 e ratificata dall’Italia nel 2009, ha rinforzato l’importanza del rispetto dei principi di uguaglianza e di garanzia della piena partecipazione di queste persone alla vita attiva del paese, garantendo così i diritti civili e politici, come ricorda l’articolo 1.  

Al fine di dare concretezza a quanto la Convenzione ONU richiama, è necessario andare oltre il concetto di disabilità vista come limitazione o deficit fisico - intellettivo a cui la diagnosi medica fa pensare, ma leggerla secondo il Modello Sociale della Disabilità, secondo il quale tale condizione è la somma di diversi fattori sociali in interazione con il livello di deficit mentale o fisico. 

Per questo motivo l’importanza del contesto sociale assume un ruolo fondamentale: più è inclusivo e accessibile, più la disabilità diventa una delle variabili presenti nelle dinamiche della vita quotidiana. La dimensione sociale accogliente consolida l’appartenenza e la dignità delle persone ostacolate dalle diverse barriere architettoniche, digitali e culturali che, di fatto, ancora oggi impediscono la piena partecipazione nella società.

Il rapporto Istat “Conoscere il mondo della disabilità: persone, relazioni e istituzioni” del 2019 indica che, in Italia, sono 3,1 milioni le persone con disabilità, ovvero il 5,2% della popolazione e rileva che gli alunni con disabilità nella scuola italiana sono gradualmente aumentati fino ad arrivare a oltre 272 mila nell’anno scolastico 2017/2018.

La pandemia da Covid-19 ha colpito tutti, nessuno escluso e ha fatto emergere chiaramente l’importanza che ha un sistema integrato di interventi e servizi, all’interno del quale deve essere possibile per tutti gli attori sociali e i servizi preposti pensare, progettare predisporre e pianificare interventi mirati a garantire il più possibile azioni inclusive, personalizzate e innovative.

La situazione emergenziale ha messo in luce il valore attuale degli interventi a domicilio e della co-progettazione e integrazione sanitaria, educativa e sociale nella didattica a distanza: la relazione complessa di interventi a favore di minori e disabili anche a distanza, è diventata la sfida di questi mesi in cui l'esperienza digitale, ma anche l'accesso al digitale stesso, sono diventati i banchi di prova di bambini, famiglie e operatori.

Lo sforzo dei Servizi e degli Assistenti Sociali è stato e deve essere quello di connettere le risorse possibili e potenziali ai bisogni, anche non dichiarati, delle persone, ognuna delle quali ha delle caratteristiche specifiche. Il lavoro, tuttavia, non si esaurisce con l’incontro risorsa-bisogno, ma deve proseguire con l’implementazione e il consolidamento di una rete di sostegno proattiva.

La co-progettazione diventa, quindi, fondamentale soprattutto per attuare interventi innovativi e sperimentali, che diventino in futuro “buone prassi”.  Le condizioni sociali alterate dalle misure restrittive legate al contenimento del contagio devono essere uno stimolo per comprendere su quali fattori agire, per non lasciare nessuno indietro, ed evitare alle persone con disabilità di sentirsi doppiamente “mancanti”. 

La legge 328/00, che quest’anno celebra il suo ventennale, ricorda come definire Livelli Essenziali di Assistenza e delle Prestazioni e come l’adeguato finanziamento dei Fondi per le politiche sociali e per la non autosufficienza potrà garantire alle persone con disabilità la reale possibilità di ridurre i rischi di emarginazione sociale.


Chiara


lunedì 12 ottobre 2020

“Un tempo era grande il rispetto per una testa ricoperta di capelli bianchi.” Ovidio

Ciascuno di noi, credo, debba ammettere di avere un punto debole. Quello che, se sollecitato, ci fa tremare e smettere di essere così sicuri, così spavaldi.

Io, oramai, da anni ho chiaro quali siano i miei punti deboli, ma uno fra tutti è quello che mi spinge contro il muro e preme, preme forte, quasi da immobilizzarmi. 
E' il tempo che passa.

Non ho mai fatto mistero del fatto che i segni del tempo, le difficoltà che - per forza di cose - sopraggiungono mi creino un senso di inquietudine. 
Con questo, da anni, sto facendo i conti. Cerco di accettare quanto non posso cambiare e cerco di capire come fare per affrontare, al meglio, quello strano sentimento.

Il mio lavoro, però, talvolta mi mette di fronte all'inevitabile trascorrere del tempo e, sapendo di avere questo tallone d'Achille, ecco che mi attrezzo quando devo recarmi a casa di persone anziane, perché non voglio assolutamente che prenda il sopravvento la parte meno "razionale".

Di recente ho avuto la fortuna, sì la fortuna, di fare due visite domiciliari a tre persone anziane che conosco da qualche anno e che, in passato, hanno richiesto aiuto al Servizio presso il quale lavoro.
Mi son seduta a tavoli così ordinati, in case così calde e piene di amore, che mi son sentita quasi sciocca nel ripensare a quel mio punto debole.

Ho osservato le rughe di quelle donne, la malattia di quell'uomo, la forza di quella figlia ed ecco che mi son sentita privilegiata nel poter offrire un servizio di sostegno e supporto a quelle persone che hanno vissuto una vita piena, densa e ricca.

E' bastato allungare una mano (anche se non ci siamo toccati), è bastato un sorriso da sotto la mascherina, è bastato fare una telefonata per far tirare il fiato e alleggerire le fatiche che quell'età avanzata fa pesare. Il virus limita, ma la forza delle intenzioni e di una relazione di fiducia, no!

Ho ripensato anche a quel signore così elegante e così posato, così educato e così "di altri tempi" e che non ho potuto salutare...ho ripensato a quella signora occhi cielo con quelle mani così ossute e che, di nuovo, non ho potuto salutare...per capire che sì "quant'è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! chi vuol esser lieto, sia: di doman non c'è certezza", perché tutte queste persone, in un tempo passato son state liete e di certo non si son fatte travolgere da sentimenti immaturi, ma anzi...hanno insegnato tanto e donato tanto e, inconsapevolmente, lo hanno fatto ancora. 
Con me e per me.

Questo è il mio lavoro, avere degli strumenti fra le mani e saperli usare, ma allo stesso tempo cogliere quanto di umano e prezioso c'è in una relazione.


“La mancanza di salute e la disabilità non sono mai una buona ragione per escludere o, peggio, per eliminare una persona; e la più grave privazione che le persone anziane subiscono non è l’indebolimento dell’organismo e la disabilità che ne può conseguire, ma l’abbandono, l’esclusione, la privazione di amore.”

Papa Francesco

martedì 21 aprile 2020

Tu chiamale se vuoi....emozioni (mentre lavoro da casa)






In questi giorni mi sento, esattamente, così.

Un pallina da flipper

Sbatto contro la rabbia, mi ritrovo contro una risata isterica, poi mi scontro contro l'impotenza, finisco contro la gioia di vedere un paio di colleghi via Skype; terminata la chiamata ho a che fare con il magone da gestire e il telefono che suona. Ancora!

Mi trovo con il filo degli auricolari del cellulare, che si ingarbuglia con quello delle cuffie collegate al pc, le varie notifiche audio e video che si sovrappongono e, proprio come quei fili, mi ritrovo aggrovigliata.
Tante cose da fare.
Risposte da dare.
Persone da richiamare.
Una riunione alla quale partecipare.

Una donna che piange, un uomo che cerca di spiegarsi e non riesce, una ragazza che prova a star dietro alla nuova dimensione famigliare. Un adolescente che cresce e che cerca di dare un senso a quanto sta accadendo.
Una collega che chiama, ma "aspetta che suona il fisso e ti richiamo" e quel ti richiamo diventa una lunga sfilza di messaggi WhatsApp perchè "non riesco a richiamare, scriviamo".

Il pensiero che corre e lo sguardo che cade sul foglio con "cose da fare" che non diminuisce, ma aumenta e le ore che ti sfuggono dalle mani; il tempo corre, vero?

E io che cosa sto facendo?

Lavoro? Corro? Annaspo? Tengo botta? 

Quello che è certo che ho scoperto la meraviglia del silenzio, io. Proprio io che detestavo il silenzio perché mi metteva faccia a faccia con i miei pensieri.
Adesso no, mi restituisce una sorta di normalità che, talvolta, manca da far quasi male!

In quel silenzio, però, prendono anche posto, forma e significato ogni singola emozione provata durante la giornata. 
Sento i muscoli che si distendono e le mascelle meno serrate. 
La rabbia che ho provato, lascia spazio alla leggerezza.
Posso chiudere gli occhi che bruciano e correre con l'immaginazione.
La fatica della giornata e la tristezza di alcuni momenti condivisi con chi ha intercettato la mia voce, si sposta. Non svanisce, si allontana un pò per far passare la "stupidera" con una collega lontana km, ma vicina con l'anima.

Questo è.

Ligabue canta: "Giorno per giorno, sempre ballando, non prendere mai questa vita né poco né troppo sul serio"  e Ligabue resta pur sempre il mio cantante preferito

Chiara













giovedì 9 aprile 2020

Buoni spesa - questione di etica, buon senso, onestà o...

E' da quando il Presidente del Consiglio, Conte, il 28 marzo scorso ha annunciato i "buoni spesa" che sono entrata in un tunnel cupo e insidioso, non facile né da reggere né da gestire.

I "buoni spesa" non devono essere intesi solo come un mero voucher che "mi prendo per far la spesa", dietro c'è altro, tanto altro. Mi riferisco al lavoro, alla riflessione e al pensiero. Non solo sull' "oggi", però.

In questi giorni i telefoni sono "roventi", chi chiede aiuto per compilare le domande, chi chiede se potrà essere beneficiario, chi inizia a raccontare una serie di lunghe disgrazie che, poi, col buono non avevano nulla a che fare.

I Servizi Sociali giocano, insieme ai Comuni, un ruolo centrale, ma come tutti i ruoli, va preso con la dovuta serietà; la partita che stiamo affrontando non è il derby di paese di Serie C, ma la finale di Champions League. 

Abbiamo il dovere di facilitare l'accesso alle domande, di spiegare cosa sono questi buoni e il motivo per cui sono stati pensati e le relative modalità di erogazione, di fare da filtro. Ebbene sì, non tutti hanno diritto ai "buoni spesa", non per cattiveria, ma perché vi sono dei requisiti, come è giusto che sia, perché non tutti siamo stati colpiti in egual maniera dal "Covid-19". C'è chi è più "fortunato" e ha ancora un lavoro che può portare avanti con tutte le misure di sicurezza del caso e che, con quel lavoro, può pagare le spese.
C'è chi, invece, ha visto chiudersi le porte in faccia, chi è stato "lasciato a casa", chi è in seria difficoltà e le conseguenze dell'emergenza iniziano a farsi sentire. 

In questi giorni sto accompagnando diverse persone nel fare la richiesta e, come sento dire spesso, "senta io ci provo", ma perché provarci? Ragioniamo insieme se si è o meno destinatari. E' corretto comprendere fino a che punto spingersi, perché poi, onestamente parlando un rifiuto non fa mai piacere, è bene comprendere prima, che rimanerci male dopo e magari prendersela con le persone sbagliate.


Anche i "decisori" devono mettersi in quest'ottica, soprattutto perché "l'oggi" terminerà e come ha spiegato, di recente, un docente di "storia della medicina", Grignolio, il cervello dell'Homo Sapiens è dipendente dalla contingenza e quindi: quando c'è il rischio percepito il cervello ricorre, mentre quando il rischio non c'è più, ci dimentichiamo.
Ed ecco che: no, non ci dobbiamo dimenticare!
Il domani, ad oggi sconosciuto, risentirà fortemente di quello che stiamo vivendo e non possiamo pensare di affrontarlo quando arriverà. Le conseguenze socio economiche di questo virus sono già immaginabili e tangibili adesso, e quindi è fondamentale ricordarsi che i "buoni spesa" sono un tassello, ma che le manovre che andranno pensate, che i servizi che dovranno essere erogati non dovranno essere "solo" economici; che le politiche non dovranno essere di tagli, ma generative. 


Sono crollate le certezze, sono crollate le illusioni, sono crollate le (false) sicurezze. 
Quando qualcosa crolla va ricostruito, dal basso e possibilmente più solido di prima e in grado di ammortizzare gli scossoni futuri.


Non dobbiamo perdere questa finale di Champions, ma dobbiamo ricordarci anche che ci sarà, metaforicamente parlando, tutto il prossimo campionato da giocare.

Chiara

"Bambina filosofica - Vanna Vinci, 2007"

giovedì 26 marzo 2020

"Fa' che non sia una follia credere ancora nelle persone" L.B.

Mi ero ripromessa di non scrivere, avevo deciso che avrai lasciato sedimentare un pò.
Avevo deciso che la sera non avrei pensato al Covid-19, alle lacrime, ai sospiri, all'impotenza, alla fatica e alla rabbia.

Invece no, eccomi! Incazzata. Atterrita.

Non ce l'ho con il Governo, né con tale forza politica o con il vicino di casa.

Sono arrabbiata perché oggi siamo in una situazione tale per cui cerchi di "inventare" di tutto pur di aiutare qualcuno, lo sconosciuto...ma riflettiamo bene, quello sconosciuto potremmo essere noi!

Mia mamma.

Tuo padre.

Tuo nonno

Mio zio.


Oggi mi hanno fatto notare che "siamo in guerra" e che, se siamo in guerra, "tutto è concesso".

Ah sì? Siamo in guerra?
La guerra è quello che ho visto in Siria.
La guerra è quella che ho visto in Nigeria.
La guerra è quella che ho visto in Libia. E così in altri luoghi.

Noi siamo in emergenza sanitaria.

Abbiamo bisogno di umanità, di vicinanza, di capire quando è fondamentale derogare, quando allungare una mano e quando dare tutto il braccio.

Non abbiamo bisogno di sole regole, abbiamo bisogno di cuore e anche di coraggio.

Condividere. Che, voglio ricordare, è cum-dividere: il cum che predispone al rapporto, al dividere con.

E' qui che si gioca la partita il dividere con, è qui che ci dobbiamo soffermare e ricordarci che da soli non si va da nessuna parte, insieme sì, soprattutto in situazioni così spaventose, così nuove, così disarmanti.

La canzone, cantata dalla Mannoia e scritta da Barbarossa, "parla" per me



domenica 25 agosto 2019

"Una mamma rimane mamma per sempre"

E' una frase che una mia collega ha detto venerdì durante una visita domiciliare, aggiungendo "e un figlio rimane figlio per sempre".

Ora immaginate questa scena:


"Un signore di 60 anni, affetto da una malattia gravemente invalidante, costretto a letto se non è il giorno «buono», oppure se qualcuno non lo siede sulla carrozzina e lo accompagna sotto il pergolato, al sole, all'aria aperta.... fuori.
Venerdì ho voluto ritagliarmi del tempo e accompagnare la mia collega durante il suo intervento, perché questo signore ha una storia di vita che merita di essere raccontata, ha una mente così lucida e così fine che, quando riesco, scambio quattro chiacchiere con lui davvero con piacere. 


E' un rapporto umano, non è esclusivamente un rapporto professionale!
Dentro un grande salone spoglio, la luce soffusa di una piccola abat jour, tantissime carte sparse qui e là, polvere e quel divano oramai consumato, suo giaciglio quando sono i «giorni no». 
Seduto sulla carrozzina, pronti ad uscire, da una piccola stanza attigua fa capolino sua mamma, 94 anni, con una coperta «sei abbastanza coperto?» , «fuori fa freschino!».
Noi usciamo, iniziamo a parlare del più e del meno, lasciamo che il tempo ci conduca. 
Non «un come stai?» - che domanda lo vediamo da sole come sta, non «di che parliamo?» - che domanda cadremmo in argomenti tristi; no!!
E' il tempo che ci ha preso la mano e ci ha condotto. 


L'età, la giovinezza, l'approccio alla vita che fa la differenza.
Ed io venerdì ero stanca, tanto stanca. Occhi gonfi, labbro gonfio a causa di un morso e antistaminico in corpo, la schiena un pò curva...ero, secondo me, spenta. Mi son dovuta ricredere!

«E' l'approccio alle cose che hai che non fa passare quel messaggio!»

E pian piano anche il pallore sul suo viso scema, l'aria fa bene, la compagnia fa bene e un sano scambio di battute fa bene, un gran bene.
Esce, dopo una ventina di minuti, sua mamma, con quella copertina ancora in mano. A passo lento, piccola, con quelle rughe che la rendono affascinante e che camuffano bene l'età che ha! 10 anni di meno «è la vita di campagna, è il mangiare sano», mi dice.

Appoggia la copertina sulle spalle del figlio con una tale delicatezza, con amore tangibile che per qualche attimo il tempo si è fermato, mi ha permesso di assaporare quel sentimento così reale e sincero che son grata a me stessa per essere uscita dall'ufficio sebbene non fosse in programma.
«Quando non ci sarò più chi lo farà? Ci vuole una brava, una attenta!» voce di mamma preoccupata, voce di mamma premurosa".

Una mamma rimane mamma per sempre!
A 94 anni con un figlio di 60 
Un figlio rimane figlio per sempre!

Ed è un insegnamento, ed è stata una domanda che mi fecero anni fa all'Esame di Stato, la ricordo come se fosse ieri: "Lei durante un colloquio  con una coppia spostata, conflittuale con un figlio, quale rischio corre?"
Lascio a voi ragionare sulla risposta, io...bè le ho dette tutte tranne che ero «figlia» e lo sarò per sempre!

Chiara




lunedì 6 maggio 2019

"Dovunque tu vada sarai sempre in salita e controvento" A.B.


E' lunedì! Ora, onestamente parlando (...scrivendo), il lunedì è una giornata che parte in salita. 
La mia è stata, per intenderci, la salita al Colle S. Carlo, in anticipo sulla quattordicesima tappa del prossimo Giro d'Italia.


...

I telefoni squillano, sms sui cellulari di servizio. Sguardi che si incrociano.
La notizia è triste, davvero triste. Io avevo appena riassorbito un colpo di qualche mese fa e niente, anche questo è parte del mio e del nostro lavoro.


Calma. Sangue freddo. 
Poco tempo per ragionare, ri-organizzare la giornata e tirare un fiato.


Viviamo di emozioni e nasconderle non avrebbe senso, saperle riconoscere, gestire e comunicare, invece, lo ha!
Siamo umani ed essere vicini al dolore altrui, a mio avviso, rende il nostro lavoro più "sociale" e meno distante da quella che è la realtà che tutti i giorni viviamo.


Tubi, macchinari che emettono suoni strani, il classico odore di ospedale.
Il gelo, la profonda tristezza e la sensazione di essere in un cubo dal quale uscire è quasi impossibile.

Non riesco ad avvicinarmi più di quanto abbia fatto, non voglio neanche, ho solo bisogno di sapere che quella signora che più volte mi ha stretto la mano e dato baci per augurarmi "buone feste...tu che puoi" abbia quello che deve avere.  La sua dignità.



Esco da quel cubo e mi gira la testa, ma il lavoro deve andare avanti e ogni scusa è buona per mostrare fermezza, anche una telefonata, per quanto impegnativa, tiene su la schiena e fa muovere le gambe.

Entro in quel reparto e vedo quel "ragazzo" immobile e attonito fuori dalla camera della donna più importante della sua vita, non mi avvicino, io stessa non vorrei nessuno intorno, ma quell'espressione per qualche giorno mi accompagnerà. La testa china di lato e le braccia ossute lungo i fianchi; arreso.


Sono fortunata ad avere un Codice Deontologico alle spalle che mi guida, che mi accompagna nei diversi passi che devo compiere, sebbene la situazione oggi era così complessa che la cosa che avrei voluto fare era urlare e spegnere il mondo, come se stessi vedendo un brutto film alla tv. 

...


Prendo in prestito le parole dei Negrita perché, ancora una volta, la musica mi aiuta a descrivere queste intense giornate e non solo le mie!


"Quando inizi a capire
Che sei solo e in mutande
Quando inizi a capire
Che tutto è più grande
C'è chi era incapace a sognare
E chi sognava già!" 




lunedì 11 febbraio 2019

Un senso


...dopo giornate come questa deve esserci "un senso".
Un senso al nostro essere, un senso al nostro "andare".

Un senso.

A volte è così faticoso trovarlo, o anche solo ricordarsi che deve esserci.

Un senso.

Tutto il dolore di oggi, gli occhi incrociati bagnate da lacrime di rabbia, quel silenzio così disarmante e così colmo di una sola parola "aiuto".

Un uomo, un padre e un marito.
Tre ragazzi, figli, così giovani...

Una stanza, parole difficili e la lotta fra quel senso di vergogna nel lasciarsi andare e lo stomaco che vorrebbe urlare. Il tempo, il rumore delle macchine che contano i battiti deboli, un senso di impotenza devastante, aggrapparsi a una speranza che non ha più colori.

Un senso.

Quel bisogno di non sentirsi soli, quel bisogno di sapere che qualcuno sa cosa deve essere fatto, quel bisogno di guardare un viso - sconosciuto - e prendere una decisione.

Un senso.

Essere consapevoli di quello che si è e di quello che nella vita si vuole fare anche se la pancia trema, anche se il cervello è saturo, anche se...

Un senso.

Nelle parole, nei gesti, nell'umanità data e ricevuta, nel "grazie", nel consegnare il dolore nelle mani di una persona e sperare di non vederlo gettare a terra.
Concludo con le parole di Cristicchi, io per oggi, non ne ho più

"Attraversa il tuo dolore arrivaci fino in fondo
Anche se sarà pesante
Come sollevare il mondo
E ti accorgerai che il tunnel è soltanto un ponte
E ti basta solo un passo per andare oltre"

domenica 25 novembre 2018

Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne - 25 novembre



Istituita il 7 dicembre 1999 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si celebra il 25 novembre di ogni anno, ma perché? Non è una data a caso, ricorre l'uccisione di tre donne, tre sorelle, della Repubblica Domenicana; attiviste politiche. Era il 1960.

L'Istat, grazie alle sue ricerche, ci aiuta a "dare i numeri" del fenomeno (leggi qui), il Ministro della Giustizia Bonafede ricorda che: «A luglio scorso erano già 130 i femminicidi registrati nei 12 mesi precedenti. Purtroppo si è a una media di 150 l'anno, quasi uno ogni due giorni».

Sebbene sia condannabile ogni qual tipo di violenza, oggi ci si concentra su quella perpetrata contro le donne che ha mille sfaccettature, che non è semplice da affrontare, che non sempre viene riconosciuta e che - spesso - sfocia in un omicidio (come ricorda il Ministro) con conseguenze da non sottovalutare.

Nel 2011 è nata la Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. Si tratta di uno strumento che vincola giuridicamente gli Stati in materia. L'Italia ha ratificato la Convenzione nel giugno 2013. Lo Stato italiano, inoltre, ha introdotto nel 2009 la legge antistalking e varato, un’altra normativa (legge 15 ottobre 2013, n. 119) che rende penalmente più incisivi i reati di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e atti persecutori. 
In Italia, dal 2006, è attivo il numero 1522 (presso la Presidenza del Consiglio e delle Pari Opportunità), operativo 24 ore su 24, disponibile in diverse lingue.

Questi sono i "numeri", ma è doveroso ricordare che dietro a ciascun numero ci sono storie, ci sono persone, ci sono vittime - talvolta impotenti -, e ci sono conseguenze.
In questi ultimi giorni mi sono imbattuta in una di queste storie e mi sono scontrata con le mie difficoltà. Mi domandavo "perché??", "com'è possibile??", sentire alcune frasi mi faceva innervosire e sentire così inutile. Nonostante cercassi di capire e far capire che l'amore è un'altra cosa, che le possibilità date in passato non sono servite, che la tutela e la protezione si dimostrano in altre maniere, qualcosa dentro mi logorava.
Ho sudato e tanto, ho faticato e tanto. 

Mi è tornata in mente un'immagine dove la protagonista ero io. Chi aveva subito ero io, ma solo grazia a mia mamma e alla mia migliore amica di allora (avevo circa 16 anni) ho superato quanto era accaduto. Ricordo che per una settimana non ho voluto uscire di casa, ma non era giusto. Ora so che non era giusto, ma all'epoca non lo sapevo, avevo solo paura e, forse, qualche senso di colpa.
Questi sono i sentimenti ed è con loro che, sia come professionista e come donna, devo far i conti e ci provo, tutti i giorni. Mi sono ripromessa di andare a far un corso per comprendere meglio dinamiche, quale tipo di lavoro svolgere a supporto e protezione, come interagire con chi ha subito e con gli autori di violenza. 

Credo sia necessario lavorare ancora di più sul fronte sociale e culturale. Tanto è stato fatto, ma non è sufficiente; il lavoro da portare avanti, a mio parere, parte "da piccoli" nelle scuole e riesce ad agganciare tutti gli ambiti di vita dell'individuo.

Ritengo sia necessario sensibilizzare la cittadinanza ed educarsi ad uno stile di vita meno violento, dove i diritti sono riconosciuti, dove la parità di genere è una normalità e non una conquista (l'ennesima) da difendere con le unghie e con i denti. 

E' necessario un cambiamento affinché il numero di vittime diminuisca sempre più, affinché si possa parlare di convivenza ed di una società civile e matura....consapevole.

Chiara


martedì 20 novembre 2018

Giornata internazionale per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza - 20 novembre

Era il 20 novembre 1989 e veniva approvata la Convenzione Internazionale sui diritti dell'infanzia.


Io quel giorno avevo 3 anni, quasi 4 mancava poco ed ero una bambina ed ero felice.



Oggi ho 32 anni, quasi 33 e voglio ancora essere felice, facendo quello che tutti i giorni faccio, ovvero il mio lavoro: Assistente Sociale. Ho deciso (e in parte le circostanze mi hanno aiutata) di dedicarmi principalmente ad un'area, quella dei "minori" e con una parola d'ordine quotidiana "responsabilità".


Il motivo?
Perché incontro famiglie, perché mani piccine intrecciano le mie con spontanea fiducia, perché posso confrontarmi con Neuropsichiatri e Psicologi, perché posso pensare a progetti con al centro i bambini e fare con loro e le loro famiglie un percorso. Perché ho la possibilità di relazionarmi con l'Autorità Giudiziaria e pensare davvero a quella che è la "tutela minori" e riflettere su quello che definiamo "interesse superiore del bambino", perché lavoro con Educatori che sono perfettamente consapevoli che il lavoro non si esaurisce al "ciao, come stai" e "cosa vuoi fare oggi?", anche con Avvocati che non hanno solo in testa "la parcella" e anche con Insegnanti che hanno il "sacro fuoco negli occhi" come direbbe una mia collega.


Perché so di avere una responsabilità e questa responsabilità mi spinge ad essere vigile, ad essere presente, attenta, a farmi una domanda in più e se, dopo tanto lavorare, vediamo un sorriso sul viso di un bambino, su quello di una mamma e di una "famiglia di appoggio" (ndr. P.I.P.P.I.), in fondo, abbiamo vinto.

Lavoro in squadra, mi confronto e chiedo aiuto perché i diritti dei bambini non sono così scontati, non sono "isolati", ma sono fortemente collegati a quelli degli adulti, i loro genitori. A quelli della comunità e del contesto all'interno del quale vivono.


E...a volte lavoro da sola, quando devo prendere una decisione, quella finale, quella che porterà verso quella o quell'altra direzione, ma con la consapevolezza di non aver fatto le "cose alla leggera".


Ho in mente quel mezzogiorno di un giorno di primavera quando un papà mi dice: "te la mando lì, qui è successo un casino" e come il mio corpo ha reagito e come la mia testa ha reagito.
Quando i miei occhi hanno visto "il casino" ho dovuto chiedere ad una collega un aiuto per sfogare la rabbia di quel momento, per poi prendere il coraggio, la pazienza, la forza e la responsabilità di fare quello che andava fatto. 


Ho in mente quel pomeriggio assolato d'estate ed un cono gelato al gelato al pistacchio quasi del tutto sciolto in mano e le nostre paure e la nostra consapevolezza, quel sorriso sdentato e "andiamo?" e la responsabilità di andare.

Ho in mente quella maestra che mi dice: "Chiara è il mio lavoro" e vederla sempre lì, pronta ed accogliente, condividendo la responsabilità.

Ho in mente quella mamma che mi dice "prima era qui" - indicandosi la pancia - "e adesso?" con un inglese maccheronico e prendermi la responsabilità di valutare.

Penso a tutti i visi dei bambini e ragazzi che attraversano la nostra e la mia vita professionale, penso alle loro storie e penso che c'è ancora tanto, tanto da fare. Sia concretamente sia culturalmente.

Un passo alla volta.
Giorno dopo giorno.

Chiara





mercoledì 26 settembre 2018

Voglio raccontare una storia...a lieto fine!

E' un pò come quando si torna a casa, ci si toglie le scarpe ed i pantaloni un pò stretti per mettere quelli "da casa" larghi, rovinati, ma comodi. Ecco, così è per me "tornare" a scrivere qui sul mio blog.

Ci torno, oramai, di rado, con mio dispiacere, perché mi faccio travolgere dagli eventi e dalla stanchezza e continuo ad indossare i pantaloni stretti!
Il blog è nato affinché io potessi raccontare la mia professione e perdere questa buona abitudine a me, proprio, non va. 

Oggi voglio raccontare una storia...a  lieto fine!

"Sali in macchina, dobbiamo andare! Vieni..."
"Io non vengo con voi, voglio tornare a casa, farò il bravo!"
"Ne abbiamo parlato tante volte, anche con l'educatrice ne abbiamo parlato e sai cosa ha deciso il Giudice"
"Il Giudice è cattivo e non capisce niente, allora andrò a scuola"


E i toni sono sempre più alti, quella voce stridula che nelle orecchie ti entra ed arriva dritta in pancia. 

Il viaggio dura un'ora e fa freddo.

E'impossibile sentirlo, attente alla strada, alla guida, a che non succeda niente, che quel frangente di quella giornata finisca, finisca anche in fretta.

La "forza" della disperazione mescolata alla consapevolezza che quello che stavamo facendo era la cosa giusta, sapevamo cosa era stato il passato e che cosa, nel futuro, di positivo poteva accadere.
Un calcio nella schiena perché la macchina permetteva solo quello spazio di manovra per sfogare rabbia e frustrazione, ma quella certezza che ci ha permesso di arrivare a destinazione.
Al caldo e al sicuro.

Un anno e mezzo ricco di cambiamenti, di stupore, di lacrime trattenute, di sorrisi e di abbracci. Il crescere di un bambino e della nostra relazione con lui.

"Quando tornate?"
"Presto!"
"Quando vado in famiglia?
"Stiamo lavorando per trovare la famiglia adatta, quella che ti accolga nei modi e tempi giusti"
"Grazie!"

Aumentano la consapevolezza e la maturità, così come in noi il desiderio di portare avanti un buon lavoro, mista alla paura di vedere crollare un anno e mezzo di successi, di vittorie e di conquiste, di mattoncini messi uno sopra l'altro e di passi avanti compiuti con la determinazione e la forza di un leone.


"Andrai in quella famiglia, farai ancora le vacanze al mare e poi, piano piano, ti avvicinerai a loro!

"Davvero???" Con gli occhi di chi ha davanti a sè un piccolo miracolo "Grazieeeeeeeee" accompagnato da un abbraccio che sebbene l'estate sia stata torrida mi ha scaldato e rasserenato.


"Ed ora come va? Tutto bene?"
"Va tutto bene! Ci mette alla prova, ci studia, ma è bravo si vede quanto ha fatto e lo porta avanti senza che noi diciamo nulla!

Questo è il lieto fine ma non canto vittoria, perché gli eventi della vita possono travolgere tutti e all'improvviso, però quel bambino che mi ha preso per mano, portandomi nella sua stanza in comunità e mi ha chiesto di leggergli la storia prima di andare a dormire, ora sta bene!
A noi il compito di sostenere il suo percorso di vita, al meglio delle nostre capacità professionali, con tutte le risorse che abbiamo a disposizione e creare le condizioni per cui i mattoncini messi uno sopra l'altro, su di una base solida, non vengano travolti.

Rubo, come sovente faccio, le parole di una canzone che non ha nulla a che fare con il "racconto", ma questa strofa, appena l'ho sentita, mi ha fatto pensare alla sua vita:

"Vorresti avere avuto un Natale
Non tanto per un regalo
Ma per sentirti un regalo
Che per qualcuno vali"

Chiara #ladradibambini ??


martedì 27 marzo 2018

Ho superato due o tre mari in tempesta

Sempre, come sempre, la musica mi riprende quando le mattine, le giornate e le serate sono tremende.

Uno dei miei cantanti preferiti, Ermal Meta, canta: 

"Caro Antonello
È una giornata di merda
Ma va tutto bene
In fondo respiro ancora"

Verissimo, caro Antonello, queste giornate sono state davvero "di merda", ma è anche vero che in fondo respiro ancora.
Il mio "mare" lavorativo, in questo ultimo mese, è stato in burrasca ed io non ero pronta ad affrontarlo.

Mi sono sentita travolgere, sommergere, non ho capito tante cose e, nell'immediato, non ho voluto accettarne tante altre, ma è anche vero che mai niente è perduto e che il mio essere resiliente può venire in aiuto.

Che cosa fare per comprendere la situazione?
Che cosa fare per restare a galla e non affondare?
Che cosa per riuscire a salvare quello per cui ho lottato e tutt'oggi lotto?

Parlare! Esprimere! Farmi sentire! Lanciare un "help" e sperare che, quelle persone nelle quali riponi fiducia, ricevano il segnale e ti raccolgano, insieme alle tue paure, la tua rabbia, la tua voglia di mandare tutto all'aria.

"Le parole fanno a gara, ma i fatti tagliano il traguardo" e questo per me è stato fondamentale, vedere tagliare il traguardo, in un mio momento di estrema fragilità, da chi la mia fiducia non l'ha tradita... ha significato tanto. 

Parlare, agire, confrontarsi, aprirsi, essere sinceri è fondamentale, anche sul lavoro. Essere coerenti è necessario.
Ogni giorno siamo pronti, in prima linea,  a cercare di capire i bisogni del cittadino, ma voler capire i bisogni del tuo collega e di chi ti è sottoposto, no quello non è da tutti. Richiede uno sforzo, richiede la volontà di mettersi in gioco e rischiare...e rischiare fa paura, ma quello che c'è dall'altra parte, forse, ne vale la pena.

In questi giorni ho lottato, ho pianto, ho perso il sonno, ho ricevuto abbracci, ho ricevuto messaggi e telefonate inattese, ho incrociato sguardi vuoti, ma altri colmi di speranza e gratitudine.
Il mio mare in burrasca lavorativo, ha messo sotto sopra anche la mia vita personale, ma tutto quello che accade ha un senso, ha un significato e solo adesso...posso ringraziare questa burrasca per quello che mi ha insegnato.

Ed un grazie, sincero e sentito, a chi ha tagliato il traguardo in 52 minuti!

Chiara

giovedì 24 agosto 2017

Quando "staccare la spina" serve davvero

Dopo soli 2 -3 giorni di vacanza sono stata poco bene, mi sentivo come se avessi la febbre, ero stanchissima e riuscivo solo a dormire.

Ho passato gli ultimi mesi a correre, sotto pressione e di notte dormivo poco.
Sono arrivata al 14 luglio letteralmente "sui gomiti", ero così stanca che non avrei retto neanche un'ora di lavoro in più; il cervello ero saturo, il corpo era accartocciato, gli occhi erano gonfi ed il mal di testa non passava, martellava e martellava.

Ero carica a molla, sapevo di dover andare e la mia molla scattava, però...però sapeva di avere una scadenza il 14 luglio.

Sono partita il 14 luglio alle 23.30 con solo due ore sonno e andava bene così, dovevo solo chiudere tutto alle mie spalle, fuggire e spegnere ogni cosa, compresa la mente.
Ossigeno, iodio, tranquillità e libertà.

Avevo 15 giorni per capire cosa non aveva funzionato negli ultimi mesi, o quanto meno metterlo a fuoco, perchè cosa non stava funzionando lo avevo ben chiaro, ma non sapevo come mettere un freno!

Un'idea! Prima di ogni cosa: "downshifting" che letteralmente significa "scalare la marcia" e  così ho fatto. Avevo i pensieri sempre in circolo ma, ho pagato cara la conseguenza di questo rallentare, o meglio dell'aver corso troppo...prima.
Sono stata poco bene, ho sentito calare l'adrenalina ed aumentare la spossatezza, la stanchezza ed il sonno arretrato.

Non è giusto! Non era giusto e, devo imparare e capire che, non sarà giusto!

Il mio lavoro è un di cura, cura intesa come benessere, come autonomia, come cambiamento e come attenzione. La domanda, a questo punto, è: chi si prende cura di chi si prende cura? Domanda sicuramente già sentita e banale, la cui risposta, però, non lo è.

Ho scelto un lavoro interessante, dinamico, delicato, ma che richiede la giusta dose di "comprensione del sè ed i propri limiti", e quanto è troppo è troppo. E' importante riconoscere che è "troppo" e mettere un freno, mettere in atto il downshifting e rallentare.
Nessuno di noi è un super eroe, vorremmo tanto, ma siamo umani, con limiti e risorse e se vengono meno queste ultime e non sappiamo riconoscere i primi, abbiamo certamente fallito. Non possiamo svolgere il nostro lavoro se siamo sull'orlo del burn out, se bruciamo, non siamo come il fuoco che scaldiamo od illuminiamo, ma ci facciamo e facciamo del male.

Sono un operatore sociale, un'assistente sociale, ma sono anche una figlia, una donna, una compagna, un'amica ed una sorella ed il mio vissuto personale non deve inficiare il mio lavoro e quest'ultimo non deve essere "la mia vita", perchè c'è un tempo per...




martedì 24 gennaio 2017

La pazienza

"Quanta pazienza", "santa pazienza", o ancora "sto perdendo la pazienza!"

Quante volte utilizziamo queste espressioni? Ed ancora quante volte siamo vittime di chi la pazienza la "perde", oppure siamo chi cerca di aggrapparsi anche a quel briciolo di pazienza che gli resta?

Nel vocabolario Treccani si legge: "paziènza (ant. o region. pacènza, pacènzia, paciènza) s. f. [dal lat. patientia, der. di patiens -entis «paziente»]. –  Disposizione d’animo, abituale o attuale, congenita al proprio carattere o effetto di volontà e di autocontrollo, ad accettare e sopportare con tranquillità, moderazione, rassegnazione, senza reagire violentemente, il dolore, il male, i disagi, le molestie altrui, le contrarietà della vita in genere".

Voglio partire da questa definizione perchè, di recente, quella disposizione d'animo l'ho persa, mi è sfuggita di mano in un contesto poco adeguato ma, ne sono certa, per una buona causa. Il mio agire professionale.

Ogni giorno combattiamo affinché il "nostro" operato sia rispettato e riconosciuto, per far in modo che la nostra professione non venga nè vissuta nè interpretata erroneamente, ma sappiamo anche che ci scontriamo contro grandi muri che, ancora oggi, sono difficili da abbattere.
Ecco, forse, in alcuni casi, non soccombere, non lasciarsi sopraffare e - con valide argomentazioni - sostenere la propria posizione permette di dimostrare che la professione di Assistente Sociale non è inferiore a qualsiasi altra. 

In una conversazione telefonica, pochi giorni fa, ho avuto il (dis)piacere di dover constatare quanto la mia professione ancora non sia compresa e conosciuta e quanto altre, invece, si sentano in diritto di inveire, giudicare e criticare e non in maniera costruttiva.

L'articolo 10 del Codice Deontologico dell'Assistente sociale recita così: "L´esercizio della professione si basa su fondamenti etici e scientifici, sull'autonomia tecnico-professionale, sull'indipendenza di giudizio e sulla scienza e coscienza dell´assistente sociale. L´assistente sociale ha il
dovere di difendere la propria autonomia da pressioni e condizionamenti, qualora la situazione la mettesse a rischio". 
Avere autonomia (su una determinata situazione) significa anche assumersi responsabilità (tecnica) e questo, quindi, comporta avere autonomia durante tutto il processo di aiuto, senza dimenticare sia la partecipazione delle persone in ciascuna delle fasi sia la collaborazione con gli altri colleghi, che come ricordano Bianchi E. e Filippini S., "naturalmente ciascuno per il proprio ruolo e sfera di competenza" (Le responsabilità professionali dell'assistente sociale, 2013, p.39).

Io ho difeso la mia sfera di competenza, il mio agire professionale e, di fronte ad urla e parolacce che poco si addicono ad un professionista, ho perso la pazienza alzando il tono della voce. Ho provato ad usare le "buone", ma a poco è servito. Non tolleravo più nè la maleducazione nè lo scarso riconoscimento del lavoro svolto, con alle spalle un preciso mandato istituzionale e professionale.

Mi è stato detto, da una persona più saggia di me, "Chiara quando ci vuole...ci vuole!" e ci voglio credere!

venerdì 13 maggio 2016

"Il peso della valigia"



Nella musica trovo sempre un rifugio, un angolo tutto mio in un mondo che non riconosco e che, talvolta, fatico a comprendere.
Se la musica mi coccola, anche questo blog ha una sua funzione terapeutica!


Occhi azzurri, dita affusolate ed ingiallite dalla nicotina.
90 anni e la sua terra nel cuore.

Cerchietto in testa.
Mani nelle mani.
Sguardi incrociati.


Sento un pò di freddo e tanta umidità, non riesco a non chiedermi come si stia in quella casa la notte...

Toni più accesi, poi velocemente tutto si placa e così per circa un'oretta.
Cosa devo fare? Cosa posso fare?

Aiuto!


Un fil di voce ed un messaggio forte e chiaro.

Non è la risposta alle mie domanda, ma è una parola potente!
Sgretola ogni tipo di sicurezza e di certezza, arriva dritto come un pugno in pancia e ti fa vacillare.
Mi sono sentita impotente per qualche istante, come se avessero innestato lo slow-motion e tutto avesse iniziato ad assumere una forma diversa.
Sento gli occhi bagnarsi ed è lì, forse, che ho ripreso contatto con me stessa ed il contesto.
Grazie ad una persona ho avuto modo di mettere a fuoco quello che stava accadendo: "pensa se avesse chiesto aiuto ad una persona che faceva finta di nulla? Invece ha incontrato te. Il caso non esiste, io ne sono convinta!"

Questo è bastato per farmi sentire cosciente e presente.
E' vero, oggi ed in questi giorni, abbiamo corso, abbiamo pregato, abbiamo spremuto meningi ed ipotizzato almeno una decina di "soluzioni", ma è altrettanto vero che lo sguardo su quel divano e quella mano che si avvicina alla bocca e mi saluta con un "bacio volante" hanno un profondo significato.

"Se vuoi fidati di me!
...dimmi la tua storia...
...dimmi che si ride almeno un pò..."



mercoledì 17 febbraio 2016

"Ciao Scuola sono il Servizio Sociale, mi presento"

"Si è professionisti quando si agisce in scienza e coscienza"

Ho detto questa frase durante un incontro con un gruppo di professori di una scuola secondaria di primo grado, da quel giorno penso e ri-penso a quella frase ed a quelle due ore trascorse insieme a loro. Quel lasso di tempo mi ha davvero arricchito, ma sul momento i sentimenti e le emozioni che provavo erano contrastanti.

Sono fermamente convinta che la Scuola ed il Servizio Sociale debbano lavorare in integrazione, in sinergia e collaborare, ma tutto ciò non è possibile se prima non c'è nè una reciproca conoscenza dei rispettivi ruoli, nè la convinzione che il lavoro in rete possa essere una valida strategia operativa ed un modus operandi.

All' incontro, che come Servizio abbiamo organizzato, erano presenti almeno una decina di professori che, a prima vista, sembravano scarsamente interessati e da alcune domande fatte anche "prevenuti" nei confronti del Servizio Sociale. 
Noi operatori abbiamo proseguito cercando di non farci demoralizzare, ma accogliendo le loro perplessità e cercando di sottolineare l'importanza della collaborazione.
La domanda che ha scatenato poi un dibattito interessante e, per me, arricchente è stata: "ma fattivamente cosa fa il Servizio Sociale?"

Farsi conoscere e far conoscere, avvicinarsi e non restare "nell'ombra" e nel limbo del "loro devono saperlo" o ancora "sicuramente loro lo sanno". 

In un convegno di recente la Prof.ssa E. Allegri ha detto: "apriamo la finestra" e la trovo una bellissima metafora! Apriamo la finestra facciamo entrare e proviamo ad uscire ed a far uscire.

Noi Assistenti Sociali dobbiamo far entrare chi non conosce il Servizio Sociale e mostrarlo, farci comprendere e rendere il nostro operato il più chiaro e limpido possibile, spiegare le nostre azioni ed i nostri pensieri.
Facciamo entrare i dubbi, ma ragioniamo insieme a chi li porta.

Usciamo e andiamo verso quei "territori" dove è fondamentale esplorare, avviciniamoci con spirito di reciproco scambio.

Al termine dell'incontro si è avvicinata un'insegnate che mi ha voluto raccontare una sua esperienza in una classe di 20 ragazzi: "non sapevo come fare, io insegno scienze ed il problema che stava vivendo quel ragazzo di emarginazione e di prese in giro continue in qualche modo lo dovevo affrontare". Ha utilizzato la scienza per passare ai ragazzi un messaggio fondamentale e mi ha chiesto, inoltre, se una situazione come quella che mi aveva esplicitato poteva essere un'occasione per chiedere una consulenza al Servizio Sociale ed avere un confronto o strategie comuni.

Un passo avanti reciproco...verso l'altro, concluso con un "grazie".