mercoledì 26 settembre 2012

...di una sbirciatina in una mia giornata

Apro gli occhi e non posso essere sicura di quello che mi potrebbe succedere nell'arco della mia giornata.
So che dovrò infilare delle chiavi in un due serrature incastonate in due cancelli verdi, girare una maniglia in sù chiudermela alle spalle e vedere che accadrà.
Vedere che accadrà ed esserci.
Una stretta di mano "ma è fredda" e sentirla scaldare contro una guancia calda;
Un "ciaoooo" festoso;
Un "buongiorno Chiara, ma che bella maglia indossi e che buon profumo e che bella che sei" e rispondere che "anche tu sei molto bella" strizzando l'occhio;
Poggiarmi al muro ed iniziare un discorso
...

"Oh, Cosa!"
"Non mi chiamo Cosa, come mi chiamo?"
"Chiara, sì lo sapevo, lo stavo per dire, Chiara!"
"Bene, brava, dimmi...volevi dirmi qualcosa?"

"Oggi è una giornata triste, non mi piace"
"Uhhh sì, è un pò grigia questa giornata, ma sai cosa facciamo noi? Pensiamo alle cose belle, eh, che dici?
"E tu Chiara a cosa pensi quando pensi alle cose belle?"

"Io...penso...al sole!"
"Il sole, vero, il sole è bello!"
"Vedi, penso anche alle coccole, alle caramelle, alle cose dolci e delicate!"
"Le coccole? Come quelle che ti fa la mamma quando sei piccola?"
"Sì, come quelle!"

"E tu sei stata nel passeggino, Chiara, eh Chiara?"
"Certo, che ci sono stata!"
"Ah ecco, ma il sole e giallo e tu oggi sugli occhi hai l'azzurro!"
"No, non è azzurro, è un rosa chiaro chiaro"

"Ti sta bene, Chiara, però non te lo metti negli occhi vero? Te lo metti dietro! Sopra!"
"Certo, vedi, ce l'ho qui sopra...sulle palpebre!"
"Ah ecco, lì dietro..."
"Si dice sulle palpebre, palpebre"
"Allora ti sta bene il rosa sulle palpebre"

"Grazie mille, fa sempre piacere un complimento"
.......

Uscire dalla porta spingendo forte, e chiudermi i due cancelli alle spalle, tornare a casa e fissare questi momenti. Sono attimi importanti, mai banali.
Il lavoro sociale non è mai banale.

Chiara

martedì 18 settembre 2012

I miei piccoli momenti quotidiani

Frammenti di storie, condivise con me, rese uniche. Momenti da ricordare.

I - "Chiara cosa dice l'ultimo dei Mohicani?" ... "Aspettatemi!"
M - "Chiara, ma sono ricci, sono chiariiiiii"
D - La mia dolce Chiara, bentornata, posso darti un bacio?"
M - "Chiara, ma quando resti qui per sempre?"
L - "Chiara tu hai paura di invecchiare?
L - "L'acqua del mare è salata perchè gli hanno versato il sale grosso, quello della pasta!"
S - "Chiara, sei bella da far paura!"
U - "E tu hai vissuto a Firenze? E la porti un bacione a Firenzeeee, perchè tu sai quella canzone che fa?"
J - "Prego il mio Dio perchè tu sia sempre in salute, abbia un casa e sia felice!"
M - "Quando ci sei tu si ride sempre!"
D - "Un matrimonio fra cavalli?" ... "Un cavallonio"
F - "Chiara tu non sei in scran!" (e solo io so cosa vuol dire)
M - "Attila, il re degli Unni, e adesso chi è il Re?" ... "Attila, è il re"
C - "Chiara, sei bella, alta, magra ed intelligente...vuoi averlo almeno un difetto?"
G - "Chiara, ma quando torni, ma ci sei domani, e giovedì e venerdì. E allora batti un cinque"
F - "E adesso lo metti tu il cappello con le candeline, è il mio compleanno e faSSamo la foto!"
A - "La vedo, tesoro, la preoccupazione nei tuoi occhi, nel cuore. Ma non ti devi preoccupare non è la prima volta che dormiamo fuori, su di una panchina, è mio marito non lo lascio solo" (lasciandomi la mano)

Sono alcuni, sono miei.
Aveva ragione il mio professore, il nostro lavoro è il lavoro più bello del mondo.

Chiara


domenica 2 settembre 2012

A 10 anni non puoi avere paura, bimba mia

Se ripenso ai miei dieci anni, devo ammettere, fatico a ricordare fatti, accadimenti od avvenimenti specifici, ma ricordo perfettamente che non avevo paura.
Non temevo il mondo, non avevo il timore di uscire di casa, la paghetta di mio nonno (all'epoca 50 mila £) volevo donarla tutta al migrante che sostava e chiedeva l'elemosina fuori dalla mia chiesa e non pensavo, come credo sia giusto, che le persone potessero farmi del male o, sì mi ripeto, paura.

Partendo dalla definizione che fornisce il dizionario di "paura", racconterò poi un piccolo aneddoto.
Paura: " Sensazione di forte preoccupazione, di insicurezza, di angoscia, che si avverte in presenza o al pensiero di pericoli reali o immaginari".

Venerdì, un bel prato in montagna, un telo colorato disteso in terra, sedute una di fronte all'altra una bambina di dieci ed io. Uno sguardo alla montagna, un sorriso, una parola, una coccola ed infine un poco di silenzio per ascoltare i rumori della natura. Ad un tratto questa bimba alza lo sguardo, socchiude gli occhi e seriamente mi chiede: «Chiara, ma tu fai volontariato?». Le rispondo: «Sì, nel dormitorio di Biella!» non aggiungo altro, volevo vedere fin dove volesse arrivare.
Aggrotta la fronte, china il capo di lato e mi domanda curiosa: «Cos'è un dormitorio?».
Rispondere è doveroso, non solo cortesia, quindi: «Il dormitorio è quel posto dove le persone che non hanno una casa, non hanno più un lavoro, non hanno più una famiglia e quindi hanno bisogno di aiuto, possono dormire e trovare anche del cibo!»
Candidamente mi chiede, senza rifletterci troppo: «Ma queste persone hanno una brutta faccia? Fanno paura? Ti fanno male?». 
Le sue domande mi lasciano interdetta, ma cerco di non mostrarlo, le sorrido e le rispondo con molta calma che le persone che frequentano il dormitorio non fanno nessuna paura, anzi spesso la provano e che non fanno del male, forse sono loro ad averlo subito. Soprattutto, però, cerco di spiegarle che non deve avere paura delle altre persone, soprattutto a dieci anni.
Ancora le dico che non si accettano le caramelle dagli sconosciuti ma che, nei confronti del mondo, è giusto avere fiducia. Proseguo dicendole che anche io posso avere una brutta faccia quando sono stanca o quando mi capitano avvenimenti spiacevoli, ma che per questo non deve avere paura di me.
"Non avere paura, bimba mia!"

Mi sorride, mi abbraccia decidendo che anche lei da grande vorrà lavorare con le persone.

Quello che è accaduto venerdì mi porta sicuramente a riflettere, a farmi domande a scuotere la testa arrendevolmente di fronte a domande simili, soprattutto quando è un bimbo di dieci anni a porle.
Sicuramente vive in un mondo che non è possibile definire tranquillo, ma quella sensazione di pericolo non può albergare in un cuore "piccino", i "grandi" di domani devono crescere con la speranza e la serenità altrimenti il nostro mondo perderà tutti i suoi colori.

Chiara

mercoledì 25 luglio 2012

Datemi una leva e vi solleverò il mondo.

"Lulù, sei felice che a settembre andrai al mare?"
"Sì, che sono felice!"
"Andiamo a prendere l'occorrente che ci serve, allora. Un costume prima di tutto, vero?"
"Sì!"
"Come lo vuoi questo costume, di che colore?"
"Azzurro, mi piace azzurro!"
"Allora lo prendiamo azzurro!"
"Ma anche rosso mi piace, lo voglio rosso!"
"Chiedilo Lulù il costume rosso, tu chiedilo e vedrai!"

Arriviamo al negozio. Luci, colori, tantissime persone. Shopping!
"Ma siamo in paradiso?" 
Una domanda che fa stringere il cuore ed al contempo pensare che, non c'è soldo, non c'è lavoro, non c'è nulla che regge il confronto con il sorriso di chi, in vita sua, non ha mai visto ed esplorato un negozio.
Un negozio, figuriamoci il mondo, no?

"Lù, vieni che prendiamo il costume!"
Passo passo...trovo la taglia ed il colore (rosso).
"Sì che siamo in paradiso i desideri si avverano!"
Prova costume "Lù, è il tuo, ciapa sù!"

E di fronte alla soddisfazione per aver acquistato un costume rosso con le conchiglie, io che posso fare, che posso dire?
....che quel costume rosso se lo metterà e per la prima volta vedrà il mare!

Credo che questa giornata, queste poche parole debbano farci riflettere e non poco.
Guardiamoci attorno, cos'abbiamo? Cosa ci manca? Il valore delle cose materiali lo conosciamo? E l'importanza di quelle non materiali? Lo abbiamo fatto nostro o dobbiamo fare un piccolo ripasso?
Perchè se io ho un paio di scarpe in più, mi guardo attorno e so a chi darle, aprendo la mia scarpiera e pensare a chi, in estate, mi cammina ancora con gli stivali da pioggia perchè non ha altro.

Un sorriso, gli occhi che ridono, un "grazie", l'entusiasmo, la genuinità...queste cosine, sì, che mi fanno andare a dormire la sera con il cuore più leggero.
Non posso salvare il mondo, ne sono consapevole, ma posso impegnarmi per rendere quello che mi circonda più vivibile e più umano.

Chiara

mercoledì 11 luglio 2012

Li crediamo "piccoli", ma sono loro i veri "grandi".

Se devo pensare ad una delle cose più belle al mondo, una fra queste, è di sicuro il sorriso di un bambino.
Mi è difficile restarne indifferente, così come mi è difficile non riuscire a sentire una stretta al cuore, quando, con  dolcezza e purezza - disarmanti - un bambino mi mostra il mondo.
Sentire raccontare "l'amico" con quella vocina ancora tenera, vedere l'impegno serio ed intenso nel costruire una spada col cartoncino con manine ancora piccine (e contribuire nel renderla la spada più forte fortissima al mondo) ed imparare una filastrocca "petto, mano, bocca shhhhhhhh", sono piccoli pezzi di un mosaico, un mosaico che mai andrebbe distrutto, mai andrebbe rovinato. Preservato con cura e con amore.

"Vuoi vedere che ti faccio una magia?"
"Davvero me la fai?"
"Certo!!" e con pochissimo sforzo scarto la cannuccia di un succo che non voleva saperne di uscire.
"Ecco, hai visto, magia magia e la cannuccia eccola qui!"
"Sei una magaaaaaa, grasssie!" (Ci mancano i denti davanti)..e vedere che, adesso, quella cannuccia non vuole entrare nel contenitore per far bere il succo.
"Ma...devo far un'altra magia?"
"Sì, per favore" e mi allunga succo e cannuccia.
"Uno, due, tre!", basta allargare un sorriso, premere decisa e forare la carta di protezione e la cannuccia entra. "Fatto, altra magia, adesso puoi bere, tranquillo"
Occhietti spalancati, come se...davvero avessi fatto una magia. Da fan di Harry Potter qualcosa avrò imparato, ma..
 "Ti manca il mantello ed il cappello!"
"Ahià ahià...ma vedi, io non li metto perchè sennò tutti vogliono le mie magie, e se tutti le vogliono poi è troppo facile!"
Attimo di silenzio e riflessione "Vero! Allora tu a pranzo ti siedi vicino a me!"

Siamo stati tutti bambini, ed io, voglio ancora esserlo.
E lo sono. 
Siamo stati tutti bambini, perchè non esserlo ancora un pò, qualche ora al giorno. Cogliere il bello, afferrare il dolce, respirare il tenero.
C'è ingenuità e sincerità nelle loro parole.
C'è purezza e delicatezza nei loro pensieri.

Li crediamo "piccoli", ma sono loro i veri "grandi".

Chiara


martedì 26 giugno 2012

Riflessioni sparse.

Sì, col punto finale dopo sparse.
Accadono troppe cose durante una giornata, ognuna di queste meriterebbe una riflessione od un pensiero.
E' bene fermarsi e meditare.
Non intendo sdraiarsi e pensare a spiagge incontaminate, il rumore del mare e di gabbiani. Voglio dire meditare su quello che accade per poterne ricavare un senso, per poter trovare una soluzione o forse due, per poter sapere muovere un passo davanti all'altro - deciso e convinto.
Si piange, si urla, si ama, si bacia, ci si arrabbia col mondo ed il mondo si arrabbia con noi, cadiamo in terra così tante volte che, quasi, sarebbe più facile restare in terra e conoscere a fondo il sapore del cemento e della polvere. 
Sì, ma a che pro?
Sicuramente assaggiare il gusto di cemento e polvere non è piacevole, ma riuscire a puntare nuovamente le mani e rialzarsi ha un immenso valore, ed è questo valore quello che deve darci la forza di proseguire.

Proseguire e riflettere. 
Riflettere e proseguire.

Quanto lo facciamo?
Siamo disposti a farlo?
Quale motivazione diamo a quello che ci accade?

A mio avviso non sono domande così banali e scontate, anzi sono domande difficili e la loro messa in atto lo è ancor di più.
Trovare un senso, il positivo e la forza non sono cose che ci insegnano sui banchi di scuola ma, è la scuola della vita che ci permette di allenare questa nostra capacità.

Affiniamola.
Non lasciamo spazio alla disperazione.

C'è un mondo che respira, c'è una giornata da vivere e meritiamo - tutti - di non perdere la partita.

Chiara

mercoledì 30 maggio 2012

L'umanità non è di questo mondo, l'apparenza e lo spreco sì.


Abito in Piemonte, regione, dove il terremoto è stato avvertito relativamente, tutto sommato siamo stati veramente fortunati.
Le nostre case sono ancora tutte intere, le nostre scuole sono agibili, i nostri edifici storici sono ancora al loro posto e nessuno ha perso la vita per via del sisma.
Altrove non è così.
In Emilia Romagna le cose non stanno esattamente così. Persone hanno perso la vita, le case si sono sbriciolate, gli edifici storici sono un cumulo di macerie, tanti (tantissimi) posti di lavoro sono andati perduti. E' possibile rimanere impassibili di fronte a tutto ciò? E tutto questo è quello che accaduto in passato in Abruzzo, in Liguria, in Umrbia e nelle Marche, in Piemonte, in Campania, in Friuli.
Insomma è la storia che si ripete e che nulla ci ha insegnato. Vediamo i servizi di tanti programmi televisi mostrare persone che, a distanza di anni, sono ancora nelle tendopoli, che abitano ancora nei container e noi non  facciamo nulla. Le Istituzioni che non muovono un passo. E noi dovremo essere un paese civile, evoluto e moderno.
In questi giorni si parla solo ed esclusivamente della "polemica" (che a mio avviso tale non è) sulla parata militare del 2 giugno prossimo, sul viaggio del Papa a Milano, sul calcio che andrebbe sospeso per i prossimi due anni.
Parto da quest'ultimo argomento. Se si parla di calcio, siamo tutti pronti a difendere il primo ragazzotto che lancia una sfera dentro una porta prendendo miliardi di euro, "non potete toglierci anche il calcio", ho sentito dire. E la dignità di tutti noi? Quella non la stiamo perdendo? Non l'abbiamo già persa? Non ce l'hanno levata?
Unirsi al fine di arrivare con una voce unanime per sospendere la parata militare e  le sfilate di persone in divisa che, così facendo non stanno assolutamente svolgendo un'attività utile, questo sì che è più difficile.
Il Presidente della Repubblica ha dichiarato, nonostante la mobilitazione dellla rete e non solo, che la manifestazione resta ma, si spenderà di meno. Riflettiamo.
Si spenderà di meno ma, vengono aumentate le accise sulla benzina per aiutare i terremotati.
Furbastri sanno che della benzina non ne possiamo fare a meno.
Ora mi chiedo, i militari stessi non sono cittadini italiani? Perchè non chiedono, tutti insieme, di non sfilare nonostante la conferma di Napolitano? (E voglio ricordare che un precedente c'è stato, faccio solo un nome Forlani)
Lo chiede il popolo civile, che lo chieda anche il popolo militare.
Ci vuole poco per dimostrare quanto si tiene a quella tanto adorata Patria.
La Patria è a pezzi, va ricostruita, servono soldi e forze, soprattutto quella di volontà.
Ed i nostri stessi governanti dovrebbero rendersi conto di quanto sta accadendo nel nostro Paese e cercare di fare qualcosa di più concreto, sono necessarie misure forti e concrete, non la sospensione del calcio ma, puntare su quello che è il welfare (scuola, famiglia, sanità, servizi...), quando il welfare sarà tornato ad esistere e camminerà con le sue gambe allora sarà possibile riprendere in mano le tradizioni.

Per quanto ancora si dovrà subire ed assistere a spettacoli terribili con una cornice di polvere, fumo e disperazione?


Chiara

martedì 15 maggio 2012

Era freddo che la primavera non si capiva dove si fosse nascosta

Quest'oggi non pubblicherò niente di mio. Pubblicherò uno scritto che un collega mi ha inviato. A me non piace la parola "collega", trovo che sia fredda ma, per oggi, andrà bene.
E' uno stralcio di vita e la parola importante, da tenere bene a mente, è vita.
Lo ringrazio per il contributo e lascio a voi la lettura e, soprattutto, la comprensione.

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Era freddo che la primavera non si capiva dove si fosse nascosta. Però era maggio ed ero in canottiera: portavo il cane ad annaffiare la vita e le aiuole, e nel frattempo ero passato in edicola ad acquistare il Guerin Sportivo. Anche la signora dei giornali mi confermava che la temperatura si era irrigidita, ed il cagnolino tirava verso casa per tornare sulla sua poltroncina. Avesse potuto parlare con la signora dell’edicola, anche lui gli avrebbe detto che, ebbene si, la temperatura si era drasticamente abbassata.


“Fè!”.
 Mi sento chiamato per nome, dall’altra parte della strada, da una ragazza. Abito una zona che frequento poco: conosco tanta gente dove lavoro e poca dove vivo. La ragazza è magra, smunta, ma le si allarga un sorriso. Un sorriso bello. La conosco, e da tempo, ma lo capisco solo quando la riconosco. Abbiamo parlato tante volte. Viene da un altro continente, ma è cresciuta qua in Italia, vive in un paese dove ho lavorato, vive là da quando aveva 6- 7 anni. Faccio un rapido conto: ha diciannove anni, ma sembra che la vita l’abbia risciacquata con un programma sbagliato e risputata fuori infeltrita.
Le labbra screpolate, gli zigomi che sporgono, il viso scavato. Mi sembra un incubo.
Fuori è freddo e dentro l’anima mi si gela ancora di più.

“Abiti qui?”.
Si, abito qui, ci manca solo che vivo lontano, che con questo freddo mi ritroverebbero ibernato. Il mio cagnolino, otto chili di asocialità ed una propensione ad abbaiare che stordisce timpani e comprensione umana, rimane silenzioso.
Non so cosa abbia capito, ma come al solito qualunque cosa io stia pensando, lui la capisce meglio di me. E’ silenzioso, lo guardo e lui sembra dirmi “Ti aspetto, fai quello che devi fare”. Ma è lei che parla.

“Vivo da queste parti, con il mio ragazzo. Lui è agli arresti domiciliari. Mio padre non mi parla più. Sai che ho ancora il numero del tuo ufficio?”.
Insomma, io non è che voglia etichettare nessuno, ma se è agli arresti domiciliari magari quel ragazzo- il suo ragazzo- ha fatto qualcosa di male. “Sei piccola, sei proprio sicura che la convivenza sia la cosa più giusta?”. In realtà mentre sto finendo la frase lei riprende a parlare. Ha sempre voluto comunicare con me. Lo ha sempre fatto. Quando succedeva qualcosa, il primo a saperlo ero io. Che poi parlavo coi suoi genitori. Una volta la incontrai all’ambulatorio del suo dottore e lei mi venne ad abbracciare di corsa. Al medico disse che ero il suo assistente sociale. Di solito non funziona così. Con lei sì.

“Ho vissuto un dramma l’anno scorso. Non mi sono ancora ripresa.
Nell’ultimo periodo sono dimagrita tanto: ora faccio uso di sostanze”.
In tre minuti, mentre il vento mi sferza, mi rovescia gli arretrati di una vita che mi era rimasta in sospeso. Prima almeno una volta al mese la vedevo, e lei mi parlava apertamente. Non so perché, in effetti neanche io sapevo perché. Con lei mi sono sempre potuto permettere di bluffare. Le dicevo che sapevo che aveva fatto qualcosa, e lei mi raccontava tutto. Io seguivo l’istinto nel farle alcune domande e nel trarre conclusioni, e lei scopriva le carte con l’ingenuità che dovrebbe contraddistinguere ogni adolescente. “Che dice tua mamma?”

“Mi dice che mi vuole bene e mi chiede di tornare a casa”.
“Chiamala, torna a casa subito. No?”

“Mia mamma devo vederla domani. Domani glielo dico. Domani torno, che dici?”.
“Torna stasera”.

E’ ferma, sembra che anche lei finalmente si accorga del freddo che fa, fuori e dentro di noi.

“Torna stasera- continuo- o torna domani, ma torna presto, torna da lei. Dopodomani mi chiami al numero che hai, mi chiami assieme a tua mamma, e vediamo di aiutarti”. Non so se sia giusto. Non so quello che è giusto. Non so se, come anni fa, ho improvvisato bene, ho capito immediatamente cosa quel volto adesso segnato voleva comunicarmi. Vorrei solo tornare a casa ad intiepidirmi l’anima. Vorrei caricarla in macchina, accendere il riscaldamento e riportarla dalla sua mamma. Le dico che aspetto la sua chiamata, dopodomani.

“Ti ricordi quando quel giorno che parlavo con te in ufficio passava con la moto il ragazzo che mi piaceva, ed io…”
… E lei si emozionava, e piangeva, e rideva, e mi chiedeva cosa fare, e guardava fuori, e poi mi guardava e poi guardava ancora fuori a seguire quella moto con lo sguardo e mi chiedeva se era giusto stare con un ragazzo e non essere sicura di fare la cosa giusta. Ed il voler andare in discoteca, e le amicizie giuste e quelle sbagliate, ed i sogni di una vita da vivere. Come posso non ricordare? Ed ora quel volto emaciato, scavato, quella vita che le vedo dietro quel sorriso bello, quella vita che lei mi permette di vedere, perché c’è ancora, nonostante tutto e nonostante i problemi.

L’ho incontrata da ventisette ore, domani sarà quel dopodomani che le ho detto.
Stasera ho paura di non sentirla telefonare, domani.
Ma ho fiducia che lo farà.

lunedì 14 maggio 2012

Guardando una fotografia

Ieri, nel pomeriggio, ho avuto la fortuna di poter vedere e commentare delle foto, in apparenza normali e quasi anonime.
Le fotografie sono di una mia amica, mamma resistente e soprattutto combattiva, con suo figlio. Un ragazzo con disabilità.
Sappiamo quanto il tema della disabilità mi stia a cuore ma, ho deciso di scrivere questo post, perchè una frase di questa madre mi ha colpito. La forza, la lucidità, la maturità.

"Eppure a malincuore vorrei che si distaccasse un pò"


La fotografia li ritrae abbracciati, l'abbraccio di lui è così forte, lo si vede. E' forte ma, in parte è disperato ed in parte sollevato.
Ecco, il cuore di una mamma dentro quell'abbraccio esplode di felicità, sicuramente. Si è sciolto il mio che non sono mamma, ma sono stata "contagiata" dall'affetto, che sappiamo bene, ha diverse forme ed intensità.
Il viso del ragazzo sembra parlare. Ha gli occhi chiusi e quell'espressione pare stia dicendo "Grazie mamma, bentornata!".

"Solo 5 minuti mi sono allontanata"


Non ho sbagliato, dunque, "bentornata!"

Mi chiedo questo, senza voler far soffrire qualcuno ma, quando questa mamma non potrà più tornare?
Ci sarà qualcuno che si occuperà di lui?
Che lo amerà, non dico in egual maniera e misura, ma che gli vorrà quel bene di cui lui necessita?
Ci saranno i servizi adeguati?
Ci saranno professionisti preparati e pronti?
Ci saranno strutture, diurne o residenziali?
Ci saranno associazioni?

Una mamma, un papà, i genitori, soprattutto di figli con disabilità, devono avere la certezza di poter assicurare al figlio benessere anche quando, la vita, naturalmente, giunge al termine.
E' il desiderio di ogni genitore, legittimo, ancor di più, nei genitori con figli che hanno - per come stanno le cose oggi - "perso la partita quasi in partenza".
Fondo per non auto-sufficienze azzerato.
Servizi mancanti.
Leggi inattuate ed inapplicate.
Scarsa se non poco attenzione al tema della disabilità e del "dopo di noi"

Mi chiedo se la frase di quella madre, così lucida e piena di consapevolezza, venga ascoltata da qualcuno o per l'ennesima volta, cadrà nel vuoto.

Chiara

mercoledì 4 aprile 2012

Ogni giorno..una vita in meno

E' impossibile restare indifferenti.
Ogni giorno che passa si sente parlare di suicidio. E quanti di questi vengono taciuti?

Ho voluto ascoltare il telegiornale, come ogni sera, mentre faccio cena. Questa sera, però, ho faticato ad arrivare alla fine del pasto.
Un imprenditore (come quello che citai in precedenza qui su questo blog) s'è tolto la vita scusandosi con la famiglia, ed a ritrovarlo è stato figlio. Stessa sorte ad un altro uomo, un piccolo artigiano. Nuovamente il figlio a scoprire il corpo di suo padre.

Mi chiedo, come spesso mi ritrovo a fare, perchè?
Mi chiedo se ci vuole coraggio a togliersi la vita, o se ce ne vuole molto di più ad andare avanti?
Mi chiedo, ancora, quanto queste situazioni siano "giuste"?
Mi chiedo, anche, cosa sarebbe od è possibile fare?

Credo che il suicidio sia un gesto estremo. Non voglio entrare nel merito citando sociologi o psicologi, voglio sia solo una mia piccola analisi, appunto, un mio "pensiero sociale".
Un gesto estremo dettato da disperazione. Per esperienza personale, per quello che mi è dato leggere e sentire, alla base di questo c'è disperazione. Non credo sia una giustificazione ma, credo sia una delle cause. E mi rispondo al perchè.

Rispetto al coraggio, a volte mi rispondo di sì, ce ne vuole. Ci vuole molta freddezza per prendere un fucile o sedersi in macchina ed attendere la "fine". Ma quanta razionalità si è giocata in tutto questo?
E se quel coraggio lo si fosse speso per ammettere che avanti non si può più andare e che si ha bisogno di qualcuno? E se ammettere questo fosse il primo passo verso "l'unione fa la forza"?
Credo sia davvero difficile lasciare moglie e  figli ma, restare con loro è ancora più coraggioso e soprattutto più maturo. Consapevolezza, la voglio chiamare, consapevolezza.

La disperazione, che ho citato poco fa, ha davvero poco a che fare con la "giustizia". Ogni giorno sentiamo e vediamo immagini che sono uno schiaffo alla povertà, quindi no, non ci vedo molta giustizia ed equità nella vita di queste persone ma, so, che qualcosa si può fare, ed arrivo a rispondere all'ultima domanda.

Che cosa fare? In parte prima l'ho scritto "l'unione fa la forza". Non limitarsi a guardare il proprio orticello. Non volere che il "mio" fallimento sia anche il "tuo"...

Due potrebbero essere le parole chiave "comunità" e "solidarietà".

Riscoprire il valore della "comunità" della condivisione, della vicinanza e dell'essere insieme, uniti.
Avere uno scopo comune, quello di ri-emergere da questa situazione stagnante ed opprimente.
"Solidarietà", certo, non siamo soli. C'è un "altro" accanto a me, che ha bisogno come me, se non più di me. Perchè dimenticarlo?

E se 1 +1 per una volta non facesse "semplicemente" 2 ma qualcosa di più?

Chiara