E' impossibile restare indifferenti.
Ogni giorno che passa si sente parlare di suicidio. E quanti di questi vengono taciuti?
Ho voluto ascoltare il telegiornale, come ogni sera, mentre faccio cena. Questa sera, però, ho faticato ad arrivare alla fine del pasto.
Un imprenditore (come quello che citai in precedenza qui su questo blog) s'è tolto la vita scusandosi con la famiglia, ed a ritrovarlo è stato figlio. Stessa sorte ad un altro uomo, un piccolo artigiano. Nuovamente il figlio a scoprire il corpo di suo padre.
Mi chiedo, come spesso mi ritrovo a fare, perchè?
Mi chiedo se ci vuole coraggio a togliersi la vita, o se ce ne vuole molto di più ad andare avanti?
Mi chiedo, ancora, quanto queste situazioni siano "giuste"?
Mi chiedo, anche, cosa sarebbe od è possibile fare?
Credo che il suicidio sia un gesto estremo. Non voglio entrare nel merito citando sociologi o psicologi, voglio sia solo una mia piccola analisi, appunto, un mio "pensiero sociale".
Un gesto estremo dettato da disperazione. Per esperienza personale, per quello che mi è dato leggere e sentire, alla base di questo c'è disperazione. Non credo sia una giustificazione ma, credo sia una delle cause. E mi rispondo al perchè.
Rispetto al coraggio, a volte mi rispondo di sì, ce ne vuole. Ci vuole molta freddezza per prendere un fucile o sedersi in macchina ed attendere la "fine". Ma quanta razionalità si è giocata in tutto questo?
E se quel coraggio lo si fosse speso per ammettere che avanti non si può più andare e che si ha bisogno di qualcuno? E se ammettere questo fosse il primo passo verso "l'unione fa la forza"?
Credo sia davvero difficile lasciare moglie e figli ma, restare con loro è ancora più coraggioso e soprattutto più maturo. Consapevolezza, la voglio chiamare, consapevolezza.
La disperazione, che ho citato poco fa, ha davvero poco a che fare con la "giustizia". Ogni giorno sentiamo e vediamo immagini che sono uno schiaffo alla povertà, quindi no, non ci vedo molta giustizia ed equità nella vita di queste persone ma, so, che qualcosa si può fare, ed arrivo a rispondere all'ultima domanda.
Che cosa fare? In parte prima l'ho scritto "l'unione fa la forza". Non limitarsi a guardare il proprio orticello. Non volere che il "mio" fallimento sia anche il "tuo"...
Due potrebbero essere le parole chiave "comunità" e "solidarietà".
Riscoprire il valore della "comunità" della condivisione, della vicinanza e dell'essere insieme, uniti.
Avere uno scopo comune, quello di ri-emergere da questa situazione stagnante ed opprimente.
"Solidarietà", certo, non siamo soli. C'è un "altro" accanto a me, che ha bisogno come me, se non più di me. Perchè dimenticarlo?
E se 1 +1 per una volta non facesse "semplicemente" 2 ma qualcosa di più?
Chiara
Benarrivati sul mio blog. Questo spazio è dedicato alla mia versione del lavoro e del servizio sociale.
Credo che pensare socialmente sia un buon modo per accorgersi del mondo che ci circonda.
mercoledì 4 aprile 2012
martedì 27 marzo 2012
Io che credo nella non - violenza e riesco a sedare una rissa.
Mi ritrovo, una sera, in una via stretta e scarsamente illuminata.
Temevo di essere in ritardo ma, le voci di coloro i quali mi aspettavano, - in lontananza - mi hanno fatto capire che non lo ero.
Ero affamata e stanca ma con tanta tanta voglia di mettermi in gioco, se ho fatto una scelta quella è. E come tale va rispettata.
I minuti passano, la fame (di queste 20 persone) cresce - compresa la mia - la stanchezza di alcuni di loro è palpabile, ed in tutto questo diverse lingue si mescolano, risa e musica di un cellulare per far passare i minuti di attesa. A spezzare l'incantesimo creatosi in quella "diversità" sono state delle urla e degli spintoni. Non riporto le parole esatte ma, quei gesti hanno zittito tutto il gruppo che, in maniera naturale, ha iniziato a sciogliersi quasi a voler osservare meglio lo spettacolo.
Una ragazza italiana ed un ragazzo indiano, entrambi ubriachi e fatti iniziano a gridare, a spintonarsi, ad insultarsi, a riversare la rabbia accumulata durante la giornata (e forse durante la loro vita) l'uno contro l'altro.
E' scattata la rissa, occhi infuocati, odio, tristezza, urla, spintoni ed insulti.
Ed in questi casi, cosa si deve fare? Voi che avreste fatto?
Io non ho potuto fare altro che accendermi una sigaretta (ho notato come sia utile essere fumatrice in determinate occasioni) ed avvicinarmi ai due furibondi litiganti. Entrambi cercano un'alleanza con me ma, io non sono di parte. Io sono lì per tutti e venti.
Mi guardano, mi domandano chi dei due ha ragione, che cosa avrei fatto io al loro posto. Quando è lei a parlare con me, lui urla, e quando sta a lui dialogare con me, è lei che ci sovrasta.
Ho alzato a mia volta la voce per farmi sentire da entrambi, lei non avendo trovato un'alleata si allontana di pochi passi insultandomi, lui invece mi guarda con aria di sfida chiedendomi "ma cosa avresti fatto tu se lei toccare la tua familia, sei insultare tuo paese, se lei mandare a fan***o?".
Mostro a questo ragazzo indiano la mia sigaretta e gli dico "Capisco la tua rabbia, è legittima, hai una maglia che raffigura l'Africa, la tua terra e le tue radici ma, qui in Italia c'è un detto: "vivi e lascia vivere", quindi, sai che cosa puoi fare? Prendi la tua sigaretta (l'aveva in mano) e fumatela, goditela. Io non alzerei mai le mani su nessuno, non ne vale la pena, mi rilassa di più una sigaretta. Fidati che non amo menar le mani, preferisco parlare, come stiamo facendo adesso!"
Il ragazzo mi ha ascoltato, ha preso la sua sigaretta ed è andato sul muretto del campo da calcio a fumarla, a distanza di sicurezza dalla ragazza...mentre lei?
Lei ha osservato la scena come un toro impazzito, non riusciva a stare ferma, mi ha insultata per ancora qualche minuto, avendo perso la battaglia, avendo visto scemare un'occasione per sfogare la sua adrenalina.
E com'è finita?
Questa ragazza, durante la cena è arrivata in sala e ha chiesto al ragazzo "facciamo la pace??" e gli ha dato un bacio sulla guancia. E a me? A me è venuta a dire che il caffè era salito e se poteva berne un pò.
Ho tentato la mediazione senza venire meno a me stessa.
Chiara
Temevo di essere in ritardo ma, le voci di coloro i quali mi aspettavano, - in lontananza - mi hanno fatto capire che non lo ero.
Ero affamata e stanca ma con tanta tanta voglia di mettermi in gioco, se ho fatto una scelta quella è. E come tale va rispettata.
I minuti passano, la fame (di queste 20 persone) cresce - compresa la mia - la stanchezza di alcuni di loro è palpabile, ed in tutto questo diverse lingue si mescolano, risa e musica di un cellulare per far passare i minuti di attesa. A spezzare l'incantesimo creatosi in quella "diversità" sono state delle urla e degli spintoni. Non riporto le parole esatte ma, quei gesti hanno zittito tutto il gruppo che, in maniera naturale, ha iniziato a sciogliersi quasi a voler osservare meglio lo spettacolo.
Una ragazza italiana ed un ragazzo indiano, entrambi ubriachi e fatti iniziano a gridare, a spintonarsi, ad insultarsi, a riversare la rabbia accumulata durante la giornata (e forse durante la loro vita) l'uno contro l'altro.
E' scattata la rissa, occhi infuocati, odio, tristezza, urla, spintoni ed insulti.
Ed in questi casi, cosa si deve fare? Voi che avreste fatto?
Io non ho potuto fare altro che accendermi una sigaretta (ho notato come sia utile essere fumatrice in determinate occasioni) ed avvicinarmi ai due furibondi litiganti. Entrambi cercano un'alleanza con me ma, io non sono di parte. Io sono lì per tutti e venti.
Mi guardano, mi domandano chi dei due ha ragione, che cosa avrei fatto io al loro posto. Quando è lei a parlare con me, lui urla, e quando sta a lui dialogare con me, è lei che ci sovrasta.
Ho alzato a mia volta la voce per farmi sentire da entrambi, lei non avendo trovato un'alleata si allontana di pochi passi insultandomi, lui invece mi guarda con aria di sfida chiedendomi "ma cosa avresti fatto tu se lei toccare la tua familia, sei insultare tuo paese, se lei mandare a fan***o?".
Mostro a questo ragazzo indiano la mia sigaretta e gli dico "Capisco la tua rabbia, è legittima, hai una maglia che raffigura l'Africa, la tua terra e le tue radici ma, qui in Italia c'è un detto: "vivi e lascia vivere", quindi, sai che cosa puoi fare? Prendi la tua sigaretta (l'aveva in mano) e fumatela, goditela. Io non alzerei mai le mani su nessuno, non ne vale la pena, mi rilassa di più una sigaretta. Fidati che non amo menar le mani, preferisco parlare, come stiamo facendo adesso!"
Il ragazzo mi ha ascoltato, ha preso la sua sigaretta ed è andato sul muretto del campo da calcio a fumarla, a distanza di sicurezza dalla ragazza...mentre lei?
Lei ha osservato la scena come un toro impazzito, non riusciva a stare ferma, mi ha insultata per ancora qualche minuto, avendo perso la battaglia, avendo visto scemare un'occasione per sfogare la sua adrenalina.
E com'è finita?
Questa ragazza, durante la cena è arrivata in sala e ha chiesto al ragazzo "facciamo la pace??" e gli ha dato un bacio sulla guancia. E a me? A me è venuta a dire che il caffè era salito e se poteva berne un pò.
Ho tentato la mediazione senza venire meno a me stessa.
Chiara
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giovedì 22 marzo 2012
I bambini con una "D" in più io non li ho mai visti
Bambino. Mi pare che in questa parola non vi sia la consonante "d". Eppure io ho fatto le scuole elementari, medie...e so scrivere, ma come mai nessuno mi ha mai insegnato che, a volte, si può scrivere "bambino" aggiungendo la "d"?
Mi rispondo da sola: non esistono bambini con nessuna D in più, esistono solo bambini.
Quando ho sentito lo spot pubblicitario della "Fabbrica del sorriso" credevo di non aver sentito bene, di aver capito male...eppure confrontandomi ho appreso che, purtroppo, avevo sentito bene.
Si parla di discriminazione, si parla di inclusione e di integrazione e poi, in televisione, per sensibilizzare la cittadinanza, si punta proprio sulla discriminazione? Non è corretto, non è corretto fare leva sulla "pietà" della gente.
Credo che nessun genitore di un bambino con disabilità guardi suo figlio e gli veda sulla testa una "d" " a mo" di aureola. Credo che ogni genitore veda sua figlio solo e semplicemente come suo figlio ed abbia voglia di vederlo crescere sereno, senza stigma e senza discriminazioni. E credo ancora che nessun genitore voglia ricevere soldi che sono stati ricavati attraverso una pubblicità che fa leva sul sentimento della pietà e della compassione.
Non funziona così il mondo, non può funzionare così il mondo. Il mondo deve iniziare a capire che, sebbene ci siano differenze oggettive, quelle differenze sono un punto di partenza e non di arrivo. Che la diversità può solo arricchirci, darci spunti di riflessioni e dare spazio al confronto.
Nessuna D in più, niente di niente.
Siamo tutti persone, persone con la medesima dignità.
Chiara
Mi rispondo da sola: non esistono bambini con nessuna D in più, esistono solo bambini.
Quando ho sentito lo spot pubblicitario della "Fabbrica del sorriso" credevo di non aver sentito bene, di aver capito male...eppure confrontandomi ho appreso che, purtroppo, avevo sentito bene.
Si parla di discriminazione, si parla di inclusione e di integrazione e poi, in televisione, per sensibilizzare la cittadinanza, si punta proprio sulla discriminazione? Non è corretto, non è corretto fare leva sulla "pietà" della gente.
Credo che nessun genitore di un bambino con disabilità guardi suo figlio e gli veda sulla testa una "d" " a mo" di aureola. Credo che ogni genitore veda sua figlio solo e semplicemente come suo figlio ed abbia voglia di vederlo crescere sereno, senza stigma e senza discriminazioni. E credo ancora che nessun genitore voglia ricevere soldi che sono stati ricavati attraverso una pubblicità che fa leva sul sentimento della pietà e della compassione.
Non funziona così il mondo, non può funzionare così il mondo. Il mondo deve iniziare a capire che, sebbene ci siano differenze oggettive, quelle differenze sono un punto di partenza e non di arrivo. Che la diversità può solo arricchirci, darci spunti di riflessioni e dare spazio al confronto.
Nessuna D in più, niente di niente.
Siamo tutti persone, persone con la medesima dignità.
Chiara
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martedì 13 marzo 2012
E no, al mondo non c'è solo odio ed egoismo, al mondo ci sono tantissime cose belle.
Sennò perchè io mi incanto ogni 2x3?
Al mondo c'è uno splendido fiorellino che nasce dalla roccia, al mondo c'è una mano di un bimbetto che cerca di aggrapparsi al passeggino, al mondo c'è una sigaretta da fumare insieme al primo disgraziato che incontri...al mondo c'è un quadro di Warhol da vedere, al mondo c'è una canzone del Liga che fa saltare anche sul divano (tanto non è tuo), al mondo c'è un cielo azzurro da abbracciare, al mondo c'è un fiume che scorre, al mondo c'è un abbraccio da ricevere, al mondo c'è una carezza che ti sposta i capelli, al mondo c'è una farfalla che ti si posa sui pantaloncini, al mondo c'è una lacrima perchè "grande Dany, ci siamo riusciti", al mondo c'è un angolo per pensare che i miei figli si chiameranno (poverini loro, ma saranno cazzuti!!) Aria, Magico e Sorriso. E saranno la mia aria, il mio magico ed il mio sorriso.
Ed al mondo c'è un libro da leggere, che ti tiene sveglia perchè "devo sapere come va a finire" e c'è un foglio bianco da scrivere e ti fa impazzire perchè "in questa c**** di casa non prendono appunti??".
Al mondo c'è di bello un quadro appeso sopra la mia testa che mi fa morire dentro ogni volta che lo vedo ma, che mi ricorda che io sono così, e va bene anche testa di c**** come hai detto tu, perchè il mio sangue è il suo. E c'è di bello che io vivo e finchè vivrò sarò ancora lui.
Chiara
Al mondo c'è uno splendido fiorellino che nasce dalla roccia, al mondo c'è una mano di un bimbetto che cerca di aggrapparsi al passeggino, al mondo c'è una sigaretta da fumare insieme al primo disgraziato che incontri...al mondo c'è un quadro di Warhol da vedere, al mondo c'è una canzone del Liga che fa saltare anche sul divano (tanto non è tuo), al mondo c'è un cielo azzurro da abbracciare, al mondo c'è un fiume che scorre, al mondo c'è un abbraccio da ricevere, al mondo c'è una carezza che ti sposta i capelli, al mondo c'è una farfalla che ti si posa sui pantaloncini, al mondo c'è una lacrima perchè "grande Dany, ci siamo riusciti", al mondo c'è un angolo per pensare che i miei figli si chiameranno (poverini loro, ma saranno cazzuti!!) Aria, Magico e Sorriso. E saranno la mia aria, il mio magico ed il mio sorriso.
Ed al mondo c'è un libro da leggere, che ti tiene sveglia perchè "devo sapere come va a finire" e c'è un foglio bianco da scrivere e ti fa impazzire perchè "in questa c**** di casa non prendono appunti??".
Al mondo c'è di bello un quadro appeso sopra la mia testa che mi fa morire dentro ogni volta che lo vedo ma, che mi ricorda che io sono così, e va bene anche testa di c**** come hai detto tu, perchè il mio sangue è il suo. E c'è di bello che io vivo e finchè vivrò sarò ancora lui.
Chiara
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giovedì 8 marzo 2012
Uno dei miei tanti "perchè"
Perchè mi sono appassionata alla disabilità tanto da "stravolgere" in corsa la mia Tesi?
Perchè mi sono avvicinata a questo mondo quando io sognavo tutt'altro?
Io ero e sono innamorata del Diritto penale e penitenziario. Io sono legata a quel codice dalla copertina rossa.
E mi devo correggere, perchè mi hanno avvicinata a quel mondo?
Io inseguivo il mio sogno "dalla copertina rossa", non avevo altri elementi.. Conoscevo quell'universo. Ed invece l'università mi prende per la collottola e mi lascia davanti ad un'associazione che si occupa di persone con disabilità.
Mi domando cosa ci faccio lì davanti, cosa si aspettano da me e cosa io possa dare a loro?
La risposta è arrivata presto, quando ho messo piede nell'associazione ed ho iniziato a conoscere mondi, sguardi, mani e difficoltà tutte diverse. E mi domando ancora se sono pronta a far entrare nel mio mondo questa meravigliosa diversità.
La risposta è arrivata quando mi sono resa conto che quello che stavo facendo mi piaceva, stava prendendo sempre più spazio nella mia mente e la curiosità di sperimentarmi cresceva ogni giorno di più.
E' così che io ho imparato a conoscere la disabilità e la disabilità a conoscere me. Io con un libro, "lei" con un laboratorio al quale partecipavo con tutta me stessa. Era una mutua conoscenza ed un reciproco appassionarci. Un amore che è sbocciato nella maniera più inaspettata e che mi ha portato a lavorare per più di diciotto mesi. A scriverci una Tesi ed ora a volerci scrivere un libro che ho in testa e che, giorno dopo giorno, prende forma. Ha bisogno di trovare un luogo dove potersi sviluppare, un habitat e questo si chiama carta bianca ed una penna o blu o nera. La verde per le correzioni successive.
Prendere coscienza delle motivazioni, prendere atto che non sempre la vita asseconda i propri sogni facendoti capire che, forse, ce ne sono altri latenti è fondamentale.
Ti mette di fronte ad una porta, che mai avresti aperto, ed invece hai dovuto aprirla perchè indietro non ti potevi voltare. O andavi avanti, oppure ne pagavi le conseguenze.
Ed io ho aperto quella porta con così tanti dubbi che neanche li ricordo tutti, ma posso recuperarli nella mia relazione di tirocinio: «Nel momento in cui ho letto che le attività di questa associazione erano rivolte a disabili giovani-adulti mi sono sentita dapprima inadeguata, impaurita e soprattutto ignorante, sotto diversi punti di vista, nei confronti di quel settore e di quelle persone.»
Ed ora so che quella porta mi ha mostrato una strada che voglio continuare a percorre e così farò.
Chiara
Perchè mi sono avvicinata a questo mondo quando io sognavo tutt'altro?
Io ero e sono innamorata del Diritto penale e penitenziario. Io sono legata a quel codice dalla copertina rossa.
E mi devo correggere, perchè mi hanno avvicinata a quel mondo?
Io inseguivo il mio sogno "dalla copertina rossa", non avevo altri elementi.. Conoscevo quell'universo. Ed invece l'università mi prende per la collottola e mi lascia davanti ad un'associazione che si occupa di persone con disabilità.
Mi domando cosa ci faccio lì davanti, cosa si aspettano da me e cosa io possa dare a loro?
La risposta è arrivata presto, quando ho messo piede nell'associazione ed ho iniziato a conoscere mondi, sguardi, mani e difficoltà tutte diverse. E mi domando ancora se sono pronta a far entrare nel mio mondo questa meravigliosa diversità.
La risposta è arrivata quando mi sono resa conto che quello che stavo facendo mi piaceva, stava prendendo sempre più spazio nella mia mente e la curiosità di sperimentarmi cresceva ogni giorno di più.
E' così che io ho imparato a conoscere la disabilità e la disabilità a conoscere me. Io con un libro, "lei" con un laboratorio al quale partecipavo con tutta me stessa. Era una mutua conoscenza ed un reciproco appassionarci. Un amore che è sbocciato nella maniera più inaspettata e che mi ha portato a lavorare per più di diciotto mesi. A scriverci una Tesi ed ora a volerci scrivere un libro che ho in testa e che, giorno dopo giorno, prende forma. Ha bisogno di trovare un luogo dove potersi sviluppare, un habitat e questo si chiama carta bianca ed una penna o blu o nera. La verde per le correzioni successive.
Prendere coscienza delle motivazioni, prendere atto che non sempre la vita asseconda i propri sogni facendoti capire che, forse, ce ne sono altri latenti è fondamentale.
Ti mette di fronte ad una porta, che mai avresti aperto, ed invece hai dovuto aprirla perchè indietro non ti potevi voltare. O andavi avanti, oppure ne pagavi le conseguenze.
Ed io ho aperto quella porta con così tanti dubbi che neanche li ricordo tutti, ma posso recuperarli nella mia relazione di tirocinio: «Nel momento in cui ho letto che le attività di questa associazione erano rivolte a disabili giovani-adulti mi sono sentita dapprima inadeguata, impaurita e soprattutto ignorante, sotto diversi punti di vista, nei confronti di quel settore e di quelle persone.»
Ed ora so che quella porta mi ha mostrato una strada che voglio continuare a percorre e così farò.
Chiara
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lunedì 27 febbraio 2012
Di una mattina al Centro Prelievi e...
Svogliata, stanca ennesimi esami, ennesima coda.
54 persone.
Attendo con pazienza lo scorrere lento dei numeri sul display. Mi sento osservata.
Una donna davanti a me sta guardando le mie mani ed il mio numero. Le sorrido.
«Ne abbiamo di gente in coda, in questi posti è sempre così!»
«Sì, basta aspettare un pò!» replico io, i soliti discorsi che lasciano poco spazio a nuove argomentazioni.
Mi alzo, tocca a me, saluto e mi avvicno. Non ci voglio credere mi tocca aspettare altre 45 persone, non sono in completa forma appena mi accorgo che c'è una sedia libera mi ci butto a pesce.Poco dopo si accomoda davanti a me la signora di pochi minuti prima.
«Ma lei è ancora qui?» mi chiede.
«Così pare, eh!?» quasi scherzosa, alla domanda banale.
«Ma lei, così giovane, carina...che cosa ci fa qui?»
Domanda "curiosa" sono in un Centro Prelievi, che cosa mai dovrò fare? La domanda va oltre, lo so, ma non amo raccontare i fatti miei, i problemi miei.
Sto poco bene, non ho una faccia che illumina la stanza, quindi...
«Devo vedere com'è la mia situazione!» rispondo, non sapevo cosa dire.
«Eh hai visto questa ragazza?» Chiede la donna bionda alla volontaria che piantona la porta.
Vengo nuovamente fissata, non mi piace essere fissata.
Spero che il mio numero lampeggi presto.
«E' giovane, cosa ci fa qui? E' nel fiore degli anni e deve sbocciare!» Prosegue, sempre rivolgendosi alla volontaria.
174. Sì, sono io. Mi alzo e mi avvicino alla porta. Saluto le due donne e la signora bionda mi guarda e mi dice: «Metta su un pò di chili e vada a sciare, è giovane!»
E scompaio nella stanzina per farmi prendere il sangue, che ha anche un bel colore.
Incontri mattutini che a volte fanno sorridere a volte no, sicuramente stare seduta per ore in Centro prelievi permette di osservare visi, comportamenti, mani ed ascoltare voci.
Incontri mattutini che a volte fanno sorridere a volte no, sicuramente stare seduta per ore in Centro prelievi permette di osservare visi, comportamenti, mani ed ascoltare voci.
Chi legge, chi non si cura di nulla che di se stesso, chi nella confusione non capisce dove andare, le impiegate che non hanno mai pazienza ed hanno fretta di sbrigare il loro lavoro, bimbi che piangono e mamma che li coccolano.
E' il mondo, è vario, è complesso (Morenianamente parlando) non dimentichiamolo.
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venerdì 24 febbraio 2012
La prima bevuta ad undici anni
Dall'ottava Relazione annuale al Parlamento sugli interventi realizzati dal Ministero della Salute e Regioni emerge questo dato: il 13,6% dei minori ha consumato alcool fra gli 11 ed i 15 anni.
Il dato si commenta da solo ma, io trovo opportuno fare una riflessione, personale ed opinabile, come sempre.
Trovo che il bere alcool già ad undici anni sia una sconfitta della nostra società.
Ricordo i miei 11 anni, dove l'unica voglia che avevo (ed avevamo) era quella di correre ed uscire, non stare in casa neanche se avevamo una punizione da rispettare. L'unica nostra bevanda era l'acqua della fontana. E non sono poi così vecchia..
Cos'è cambiato? E perchè? A cosa non abbiamo prestato attenzione? E' sfuggito qualcosa di mano, oppure è qualcosa davanti al quale dobbiamo rassegnarci?
E cosa fare qualora questa situazione diventerà la prassi?
Perchè sulle sedie del bar dell'Università ho dovuto vedere 5 ragazze in cerchio che, alle 9 del mattino, si passavano un bottiglione di vino bianco preso dal discount poco distante?
Perchè l'alcool è diventato così attraente?
Non riesco a fare altro che pormi domande, non riesco - però - a darmi risposte. O forse ne avrei troppe e tutte troppo amare.
Cosa abbiamo portato via a questi undicenni, che si affacciano alla vita, per non apprezzare più le corse al parco e preferire una bevuta?
Interroghiamoci. Cerchiamo di riflettere su queste cose.
Il domani siamo noi e saranno loro.
Vogliamo un domani sbronzo o vogliamo un domani che sia in grado di camminare sulle sue gambe senza dover barcollare e puzzare di alcool e stantio?
Chiara
Il dato si commenta da solo ma, io trovo opportuno fare una riflessione, personale ed opinabile, come sempre.
Trovo che il bere alcool già ad undici anni sia una sconfitta della nostra società.
Ricordo i miei 11 anni, dove l'unica voglia che avevo (ed avevamo) era quella di correre ed uscire, non stare in casa neanche se avevamo una punizione da rispettare. L'unica nostra bevanda era l'acqua della fontana. E non sono poi così vecchia..
Cos'è cambiato? E perchè? A cosa non abbiamo prestato attenzione? E' sfuggito qualcosa di mano, oppure è qualcosa davanti al quale dobbiamo rassegnarci?
E cosa fare qualora questa situazione diventerà la prassi?
Perchè sulle sedie del bar dell'Università ho dovuto vedere 5 ragazze in cerchio che, alle 9 del mattino, si passavano un bottiglione di vino bianco preso dal discount poco distante?
Perchè l'alcool è diventato così attraente?
Non riesco a fare altro che pormi domande, non riesco - però - a darmi risposte. O forse ne avrei troppe e tutte troppo amare.
Cosa abbiamo portato via a questi undicenni, che si affacciano alla vita, per non apprezzare più le corse al parco e preferire una bevuta?
Interroghiamoci. Cerchiamo di riflettere su queste cose.
Il domani siamo noi e saranno loro.
Vogliamo un domani sbronzo o vogliamo un domani che sia in grado di camminare sulle sue gambe senza dover barcollare e puzzare di alcool e stantio?
Chiara
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giovedì 16 febbraio 2012
Il sorriso di un anziano
Questo pomeriggio sono uscita per incontrare un'amica. Ero molto felice di vederla, da tempo avevamo deciso di vederci, ed oggi finalmente ci siamo riuscite.
Uscendo dalla porta di casa noto, seduto sul bordo di un'aiuola del mio androne, un signore piegato su stesso. Io che in questi giorni non sto scoppiando di salute, ho subito pensato che avesse bisogno, mi sono vista in lui e mi sono chiesta se fossi io lì piegata su me stessa, qualcuno verrebbe a chiedermi anche solo "ha bisogno di qualcosa?".
Mi avvicino, delicata, vedo il tubo dell'ossigeno. Lo sovrastavo in altezza, mi sono piegata per vedergli il viso, ed ansimava. Gli ho chiesto con dolcezza se potessi fare qualcosa, mi ha indicato il portone. Così ci siamo avviati insieme al portone bianco di casa mia, la figlia lo stava aspettando in macchina.
Lo saluto e mentre sto per incamminarmi verso la mia amica, vedo arrivare una signora che abita nel mio palazzo, anziana anche lei. Torno indietro e riesco a non far chiudere il portone, lo apro per farla passare.
Il viso di questa signora s'è illuminato, mi ha sorriso e con una voce che solo le nonne hanno mi ha ringraziata: "Signorina Lei è sempre così gentile con me, davvero! Grazie, grazie!".
Le ho sorriso a mia volta dicendole che era un piacere e con lo sguardo l'ho poi seguita fino a quando il corridoio non l'ha oscurata.
Questi pochi gesti, hanno dato un sapore nuovo alla bellezza della giornata che sta volgendo al termine. Il sole che era talmente bello, oggi, che è un peccato non averlo abbracciato. Il cielo era così azzurro che donava davvero una sensazione di benessere.
Non ho sprecato tempo, non ho perso nulla, ma ho guadagnato un pizzico di pace nel mio cuore.
Tornando a casa mi sono chiesta se, fra anni, quando io sarò anziana, ci sarà ancora la voglia di prestare attenzione a chi non ha più le forze - perchè ogni ruga del viso è stata una battaglia con la vita - oppure se la frenesia, la fretta e l'individualismo avranno avuto la meglio.
Uscendo dalla porta di casa noto, seduto sul bordo di un'aiuola del mio androne, un signore piegato su stesso. Io che in questi giorni non sto scoppiando di salute, ho subito pensato che avesse bisogno, mi sono vista in lui e mi sono chiesta se fossi io lì piegata su me stessa, qualcuno verrebbe a chiedermi anche solo "ha bisogno di qualcosa?".
Mi avvicino, delicata, vedo il tubo dell'ossigeno. Lo sovrastavo in altezza, mi sono piegata per vedergli il viso, ed ansimava. Gli ho chiesto con dolcezza se potessi fare qualcosa, mi ha indicato il portone. Così ci siamo avviati insieme al portone bianco di casa mia, la figlia lo stava aspettando in macchina.
Lo saluto e mentre sto per incamminarmi verso la mia amica, vedo arrivare una signora che abita nel mio palazzo, anziana anche lei. Torno indietro e riesco a non far chiudere il portone, lo apro per farla passare.
Il viso di questa signora s'è illuminato, mi ha sorriso e con una voce che solo le nonne hanno mi ha ringraziata: "Signorina Lei è sempre così gentile con me, davvero! Grazie, grazie!".
Le ho sorriso a mia volta dicendole che era un piacere e con lo sguardo l'ho poi seguita fino a quando il corridoio non l'ha oscurata.
Questi pochi gesti, hanno dato un sapore nuovo alla bellezza della giornata che sta volgendo al termine. Il sole che era talmente bello, oggi, che è un peccato non averlo abbracciato. Il cielo era così azzurro che donava davvero una sensazione di benessere.
Non ho sprecato tempo, non ho perso nulla, ma ho guadagnato un pizzico di pace nel mio cuore.
Tornando a casa mi sono chiesta se, fra anni, quando io sarò anziana, ci sarà ancora la voglia di prestare attenzione a chi non ha più le forze - perchè ogni ruga del viso è stata una battaglia con la vita - oppure se la frenesia, la fretta e l'individualismo avranno avuto la meglio.
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martedì 7 febbraio 2012
Lettera al Ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri
Spett.le Ministro Cancellieri,
sono una giovane laureata che suo malgrado è costretta a vivere a casa di mamma, vedendola uscire di casa tutti i giorni quando, invece, dovrei essere io ad uscire, a sudare ed a "mandare avanti la baracca".
Io non esco di casa perchè un lavoro non ce l'ho.
Io non esco di casa perchè, non avendo un lavoro, non ho la possibilità di "far girare l'economia" come si sente dire nei salotti televisi. Rinuncio allo shopping, rinuncio al cinema, rinuncio alle uscite il sabato sera e rinuncio alle uscite fuori porta.
Non vado a pinagere al capezzale di mamma chiedendole i soldi per i miei piaceri ma, per le mie visite mediche, perchè quelle costano, perchè le visite e gli esami specifici "sono fatti soli in determinati centri" mi ha sottolineato il medico specialista, nel suo studio privato. Se non potesse pagarmi quelle visite io non mi potrei curare ma, se avessi un lavoro, sarei ben felice di potermi pagare ciò che devo, sarei ben felice di contribuire allo sviluppo del mio Paese.
Paese che molti ragazzi hanno lasciato. E lasciandolo hanno salutato amici, genitori, casa e tutto quello che per loro è "famiglia", per avere un futuro altrove e facendo crescere - così - quel Paese non il loro.
Noi ragazzi, noi giovani non vogliamo il posto di lavoro vicino a casa di mamma e papà.
Noi ragazzi chiediamo solamente un futuro, un lavoro, una dignità.
"Il lavoro nobilita l'uomo" diceva il saggio.
Chi Le ha detto che i giovani di oggi vogliono la comodità?
Noi chiediamo solo quello ci spetta, quello che spetta a tutti i cittadini. Un lavoro, e qualora questo non possa essere "fisso", chiediamo che le condizioni per accedere al mondo del lavoro, al mercato immobiliare, per poter vederci garantita la pensione, per poter beneficiare della mutua quando ci ammaliamo. Chiediamo la normalità.
Certo in questi anni l'abbiamo persa di vista ma, ma mai dimenticata.
L’Organizzazione mondiale della sanità sostiene che, entro il 2020, la depressione diventerà la seconda causa di invalidità nei Paesi occidentali e non mi stupisco. Quando si è senza prospettive, quando i sogni vengono cancellati sul nascere, quando si vedono mancare le garanzie e quando si legge sui giornali che "saranno i diversamente giovani a mandare avanti il Paese" sì, la depressione iniziare a fare capolino.Questa mia per ricordarLe che non tutti i giovani sono bamboccioni come sono stati dipinti in tempi non sospetti. Per farLe presente che se avessimo le possibilità saremmo anche dall'altro capo dell'Italia per poter lavorare e sentiremmo mamma e papà tramite cellulare. Per sottolinearLe che tutti noi saremo il domani dell'Italia e che se davvero l'attuale Governo in carica lo ha a cuore dovrebbe giudicare meno, riflettere e concretizzare di più.
Concludo ricordando le parole di un giovane cantante: "Da qua se vanno tutti, non te ne accorgi ma da qua se ne vanno tutti.. [...] e chi vuole rimanere ma come fa? Ha le mani legate come Andromeda!"
Cordiali saluti,
Una cittadina italiana.
Chiara Biraghi
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lunedì 6 febbraio 2012
Abbiamo perso il senso di responsabilità?
Ogni qual volta accade qualcosa, a questo qualcosa si deve attribuire una causa ed un responsabile.
Forse ci aiuta a farci stare meglio, forse serve per far maturare colui che ha commesso quel terminato ad atto, e penso ai bambini che da piccoli combinano un guaio. E' compito dei genitori fargli capire qual è stato il loro errore e soprattutto farlo ragionare collegando il suo atto alla conseguenza, in tale modo il bambino ragiona, matura e si auspica che non ripeta più quell'errore.
Crescendo cosa cambia? Che meccanismo scatta? Perchè sempre più spesso assistiamo ad uno "scaricamento" di responsabilità anziché sentire sempre più persone che si assumono la loro responsabilità.
E' difficile, ammettere di essere "colpevoli" non è cosa semplice ma, se da piccoli ci è stato insegnato perché non proseguire su quel cammino.
Essere consapevoli delle proprie azioni, comprenderne il significato, accettare le conseguenze non è cosa da poco, però. Permette di crescere ed imboccare un cammino di crescita personale.
Ogni giorno veniamo a sapere che qualcuno non s'è assunto le sue responsabilità, non ha saputo gestire le situazioni e trova, per forza di cosa, un capro espiatorio da offrire per potersi "lavare" la coscienza.
Non scendo nei particolari ma ai telegiornali sentiamo scambi di colpe ed ammissioni di innocenza che, però, hanno causato disagi, stragi e morti. E a chi dire grazie, dunque?
E quando sentiamo di un pregiudicato, di un malato psichiatrico, di un ex detenuto perchè tendiamo a dare la colpa al singolo soggetto anziché al sistema che aveva il dovere di seguire il percorso di questi soggetto, come quello di tutti noi?
"E' stato lui", "la colpa è sua" ed altri giudizi simili ricadono sul "colpevole" ma, se andassimo a vedere qual è il suo passato, cosa gli sarebbe spettato, di chi è la colpa?
Tutti, dallo Stato al singolo cittadino, sia quando si esercitano funzioni pubbliche sia quando siamo nel privato di casa nostra dobbiamo assumerci le nostre responsabilità. Dobbiamo maturare ed avere sempre più consapevolezza delle nostre azioni e parole.
Forse ci aiuta a farci stare meglio, forse serve per far maturare colui che ha commesso quel terminato ad atto, e penso ai bambini che da piccoli combinano un guaio. E' compito dei genitori fargli capire qual è stato il loro errore e soprattutto farlo ragionare collegando il suo atto alla conseguenza, in tale modo il bambino ragiona, matura e si auspica che non ripeta più quell'errore.
Crescendo cosa cambia? Che meccanismo scatta? Perchè sempre più spesso assistiamo ad uno "scaricamento" di responsabilità anziché sentire sempre più persone che si assumono la loro responsabilità.
E' difficile, ammettere di essere "colpevoli" non è cosa semplice ma, se da piccoli ci è stato insegnato perché non proseguire su quel cammino.
Essere consapevoli delle proprie azioni, comprenderne il significato, accettare le conseguenze non è cosa da poco, però. Permette di crescere ed imboccare un cammino di crescita personale.
Ogni giorno veniamo a sapere che qualcuno non s'è assunto le sue responsabilità, non ha saputo gestire le situazioni e trova, per forza di cosa, un capro espiatorio da offrire per potersi "lavare" la coscienza.
Non scendo nei particolari ma ai telegiornali sentiamo scambi di colpe ed ammissioni di innocenza che, però, hanno causato disagi, stragi e morti. E a chi dire grazie, dunque?
E quando sentiamo di un pregiudicato, di un malato psichiatrico, di un ex detenuto perchè tendiamo a dare la colpa al singolo soggetto anziché al sistema che aveva il dovere di seguire il percorso di questi soggetto, come quello di tutti noi?
"E' stato lui", "la colpa è sua" ed altri giudizi simili ricadono sul "colpevole" ma, se andassimo a vedere qual è il suo passato, cosa gli sarebbe spettato, di chi è la colpa?
Tutti, dallo Stato al singolo cittadino, sia quando si esercitano funzioni pubbliche sia quando siamo nel privato di casa nostra dobbiamo assumerci le nostre responsabilità. Dobbiamo maturare ed avere sempre più consapevolezza delle nostre azioni e parole.
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